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Inchieste & Focus

Formula Uno: quella relazione complicata tra un Campione del Mondo e i giusti comportamenti

Se suscita scalpore perché è il pilota della Ferrari, e per giunta in testa al campionato, Sebastian Vettel convocato ieri dalla FIA per i fatti di Baku, sembra quasi una normalità. Sì, perché il quattro volte campione del mondo non è che l’ultimo di una lunga serie di iridati alle prese con questioni di etica e giustizia sportiva. Se si esaminano gli ultimi trent’anni, cioè dal 1987 al 2016, la tendenza maggiormente diffusa vuole dieci titolati su quattordici (il 71,4%) al centro di polemiche poiché in qualche occasione son venuti meno a quelli che un noto allenatore di calcio toscano, addolcendo la ‘g’ e aspirando la ‘c’, definirebbe “i giusti comportamenti”.

Il caso più eclatante è Michael Schumacher, squalificato nel 1994 per due gran premi dopo che aveva ignorato la bandiera nera espostagli durante il Gran Premio d’Inghilterra per non aver scontato uno stop and go di cinque secondi causato dal sorpasso a Hill nel giro di ricognizione. Tre anni dopo, il tedesco e i giudici indossarono nuovamente i guantoni per il contatto di Jerez con Jacques Villeneuve che, oltre alla perdita del titolo mondiale, costò al ferrarista anche l’esclusione dalla classifica del campionato. In quel 1997, anche il canadese della Williams ebbe le sue grane. A Suzuka, gli fu cancellato il quinto posto al traguardo per aver sorpassato con le bandiere gialle durante le prove libere. Non era la prima volta che succedeva. Proprio in Giappone, nel 1989, la giurisprudenza decise addirittura il mondiale, squalificando Senna, vincitore, per essere ripartito con l’aiuto dei commissari dopo il contatto con Prost, che gli avera chiuso la traiettoria, a sette giri dalla fine. Ma che dire del brasiliano che l’anno dopo, sulla stessa pista, alla prima curva, per aggiudicarsi il titolo, speronò volontariamente il francese? Per quest’ultimo, anche altre manovre border-line. Nel 1986, a Monza, saltò sul muletto dopo che la sua McLaren non era partita nel giro di ricognizione, andando incontro a un’inevitabile bandiera nera in una gara dominata dai suoi rivali per il titolo: Mansell e Piquet. Altri due campioni del mondo senza paura, ma non senza macchia. Nel 1982, a Hockenheim, il brasiliano arrivò alle mani con Salazar col quale si era agganciato in un doppiaggio. Invece l’inglese, all’Estoril, nel 1989, prese bandiera nera per la retromarcia al box, ma trovò un modo tutto suo per uscire di scena: al 48. giro, portandosi Senna nella sabbia durante un sorpasso.

I giorni nostri raccontano della complicata relazione fra Alonso e l’Hungaroring. Penalizzato nel 2006 per aver stretto Doornbos al muretto nelle libere, nel 2007 fu sanzionato per aver bloccato Hamilton al box, impedendogli l’ultimo giro di qualifica. Senza dimenticare la vittoria di Singapore del 2008, macchiata dallo scandalo del crashgate. Venti di polemica anche sul titolo di Button del 2009, a causa del diffusore montato dalla sua Brawn, sul quale si dibatté a lungo a suon di reclami e ricorsi prima che la federazione lo considerasse regolare. Infine, Lewis Hamilton. Oggi passa per quello sempre ligio e inappuntabile, ma forse si dimentica la penalità che gli tolse la vittoria di Spa nel 2008 per aver sorpassato Raikkonen dopo aver tagliato la chicane. O la gru che lo rimise in pista al Nurburgring in un 2007 dove, al Fuji, sotto l’acqua e dietro la safety-car da leader, all’improvviso uscì di traiettoria, rallentando. Dietro di lui, collisione tra i diretti inseguitori. Uno era Mark Webber. L’altro? Sebastian Vettel. Corsi e ricorsi…

Verrebbe dunque da pensare che sia scritto nel dna di un campione del mondo, avere dei conflitti con l’etica sportiva. Quasi fosse un pedaggio da pagare in cambio della gloria. Una tesi che però non regge davanti Hakkinen, Raikkonen, Rosberg e Hill, tutti campioni avulsi da contese disciplinari nel corso delle loro carriere. Allora forse, più che una questione di destino cromosomico, non è una questione di cromosoma e basta? E cioè: ci sono piloti (una minoranza) che, pur dotati del “killer instinct” richiesto a ogni vincente, grazie a un’indole mite e riflessiva, rimangono entro i confini del consentito. E altri (la maggioranza) che invece, perché più sanguigni, egemonici, machiavellici e con un’ambizione che trasfigura l’eventuale sconfitta in dramma, le provano tutte per vincere, spingendosi a volte oltre quei confini e richiamando così alla mente le parole di Stirling Moss, pilota della F1 degli anni Cinquanta: “Per raggiungere qualche risultato in questo sport, bisogna essere preparati a sguazzare ai limiti del disastro”.

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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