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Formula-1: il bagno turco rigenera la Ferrari. Un buon auspicio per il finale di campionato?

Formula-1: il bagno turco rigenera la Ferrari. Un buon auspicio per il finale di campionato?

L’unica “zona rossa” che piace si trova in Turchia. Per la precisione, sopra e sotto il podio dell’Istanbul Park. Sul terzo gradino con un sorridente Sebastian Vettel. Più in basso con un Charles Leclerc furioso in viso, ma soddisfatto nell’animo. Come tutta la Ferrari che nel Gran Premio di Turchia, quart’ultima prova di questo surreale 2020, ha finalmente disputato una corsa da protagonista. Degna del suo nome, della sua storia e dei suoi tifosi. Anche loro sollevati nel morale.

Perché per la prima volta nella stagione le vetture di Maranello sono state competitive sul passo gara, ottenendo un e un 4° posto al termine di un week-end dal meteo lunatico come il loro rendimento dopo la due giorni di prove e qualifiche. A un venerdì di speranze sia in ottica griglia (PL1, Leclerc 3° dietro le due Red Bull e Vettel 5°) che gara (PL2, Leclerc 2° dietro a Verstappen e davanti alle due Mercedes), era seguito un sabato fradicio in pista e al cronometro: Vettel 12° (poi 11° per l’arretramento di Sainz), Leclerc 14° (poi 12° grazie anche alla penalizzazione di Norris). Profondo rosso senza nemmeno bisogno di Dario Argento. Le cause? Difficoltà a scaldare le gomme da bagnato e una macchina pressoché inguidabile anche a causa di un asfalto liscio, che sotto l’acqua si rivelava aderente come lo scivolo di un acquapark.

Sennonché allo spegnersi dei semafori le previsioni per il gran premio, cupe più dei nuvoloni all’orizzonte, erano smentite da una Ferrari rinata come il ramarro del “Nuvolari” di Lucio Dalla. Vettel recuperava ben sette posizioni alla prima curva, transitava 3° al primo giro e si teneva dietro senza problemi, sia con le full wet che con le intermedie, la Mercedes di Lewis Hamilton. Come se l’acqua avesse lavato le delusioni e le insicurezze dell’ultimo biennio, restituendo il tedesco al suo antico splendore di quattro volte campione del mondo, che soltanto al 32° giro scivolava in 4° posizione, dietro al compagno di squadra. Pressoché annaspante al via, dove perdeva altre due posizioni, Leclerc al 7° giro si trasformava in quel “razzo dell’acqua” caro all’epica canoista di Giampiero Galeazzi. Determinante il pit-stop con le intermedie al posto delle gomme da bagnato. Perché da quel momento in avanti, giri veloci a ripetizione e una rimonta a suon di sorpassi – da segnalare quelli a Raikkonen, alle Red Bull di Albon e Verstappen, alla Racing Point del poleman Stroll e allo stesso Vettel – dalla 19° alla 3° posizione. Indomito e insaziabile anche con una pista in progressivo asciugamento e pneumatici sempre più lisci, Le Petit Prince del volante si è fiondato sull’altra “Pantera Rosa”, quella di Sergio Perez, sorpassandolo nell’ultimo giro salvo poi incappare in una staccata da Ispettore Clouseau per difendersi dal contrattacco del messicano e dover cedere il podio a un Vettel semplicemente magistrale. Comprensibile, e anche apprezzabile perché sinonimo di attaccamento, la sua rabbia via radio dopo il traguardo per un errore di gioventù che gli tornerà utile in futuro e che non altera il valore della sua corsa: coraggiosa e dalla guida sempre pulita.

Dai piloti alla squadra. Il bagno turco ha rigenerato la Ferrari, premiando la sua volontà di salvare un campionato alla deriva. Nelle prestazioni e nei risultati. Dopo Monza la tentazione di abbandonarsi al naufragio verso l’isola del 2021 era forte. Invece a Maranello, vuoi per orgoglio, per blasone o perché lo sport ha una regola non scritta che esige massimo impegno e voglia di migliorarsi fino all’ultimo secondo dell’ultima sfida, stavolta non hanno abbandonato lo sviluppo della vettura come nel 2009. Bensì, pur progettando già la “Rossa” che verrà, hanno preso a introdurre aggiornamenti su una “SF1000” che passerà alla storia come una delle peggiori Ferrari in settant’anni di F1. E nelle ultime cinque gare, tra i quattro che si giocano il 3°posto nel mondiale Costruttori, il Cavallino Rampante ha totalizzato più punti: 64. Due in più della Racing Point, undici della Renault e ventuno della McLaren. La dimostrazione che il lavoro e la tenacia, virtù sempre cara a Enzo Ferrari, pagano sempre. In riva al Bosforo poi il team, in condizioni atmosferiche proibitive, è stato bravo anche a indovinare la strategia per entrambi i piloti. Come ai tempi di Schumacher. Ed è suggestivo che sia accaduto nel giorno dove Hamilton ne ha eguagliato i sette titoli mondiali e dove c’era di nuovo un francese a dirigere le operazioni al muretto. Ieri si chiamava Jean Todt, oggi Laurent Mekies, sostituto a interim di Mattia Binotto, rimasto a casa.

Mancano ancora tre appuntamenti prima del sipario. Due in Bahrein, circuito sulla carta ostico per le “Rosse” perché molto veloce. Ma Leclerc è a tre punti dal 4°posto in classifica e Vettel merita di salutare con altre Istanbul. Anche per recuperare i ventiquattro punti dal 3°posto del Costruttori. Obiettivi che una scuderia simbolo dell’automobilismo nel mondo proverà a conquistare con tutte le sue forze. Perché “essere Ferrari”, ancor prima che un hashtag, è una filosofia. Da divulgare fino all’ultima curva dell’ultima gara.

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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