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Giornata Mondiale contro l’omofobia: Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Giornata Mondiale contro l’omofobia: Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Il 17 maggio si celebra la Giornata Mondiale contro l’Omofobia,  una questione che, malgrado i passi avanti fatti negli anni, risulta essere ancora un problema non del tutto risolto nella società odierna. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico? E, da quel giorno, le cose sono davvero cambiate?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

Matteo Luciani
A cura di

Nato a Roma sul finire degli anni Ottanta, dopo aver conseguito il diploma classico tra gloria (poca) e insuccessi (molti di più), mi sono iscritto e laureato in Lingue e Letterature Europee e Americane presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata. Appassionato, sin dall'età più tenera, di calcio, adoro raccontare le storie di “pallone”: il processo che sta portando il ‘tifoso’ sempre più a diventare, invece, ‘cliente’ proprio non fa per me. Nel 2016, ho coronato il sogno di scrivere un libro tutto mio ed è uscito "Meteore Romaniste”, mentre nel 2019 sono diventato giornalista pubblicista presso l'Ordine del Lazio

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0 Comments

  1. Avatar

    fabrizio

    Giugno 13, 2017 at 12:15 pm

    Credo che ci sai un punto delicato (nello sport, quindi anche nel calcio) rispetto a questo problema, di cui nessuno parla
    e che credo vada affrontato senza pregiuzi.
    Se da un lato e’ giusto denunciare certe gratuite e ingiuste discriminazioni, esiste comunque il problema
    che negli spogliatoi, tipicamente, viene comunque condivisa una nudita’ collettiva: ora si e’ abituati
    a pensare e dare per scontato che in uno spogliatorio di tutti uomini (o di tutte donne) si condivide
    questa nudita’ in virtu’ di una supposta eterosessualita.
    E’ omofobo uno che pone il problema dicendo “se io condivido la nudita’ nello spogliatorio voglio
    assumere di essere guardato come mi guarda un eterosessuale, altrimenti se so che e’ presente
    un omosessuale, mi sento in imbarazzo perche’ so di poter essere guardato con occhi diversi?”.
    E’ omofobo rivendicare questa liberta’ di sentirsi così e di chiedere rispetto per questa posizione?
    Io credo in tutta onesta’ che chi pone questo problema non e’ omofobo: non esiste solo
    il diritto dell’omosessuale a non essere discriminato (sacrosanto) ma anche quello di chi
    omosessuale non e’ e vuole rispettata la propria corporeità’ al pari dell’omosessuale.
    Non ho idea di quale potrebbe essere una soluzione, dico solo che il problema esiste
    e tacciarlo di omofobia e’ molto grave perche’ rischia di mettere in ombra posizioni
    legittime e che anzi avrebbero la conseguenza di far vedere le posizioni anti-omofobe
    come ideologiche e violente (il che a volte, obiettivamente, accade).

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