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Facce da virus

Facce da virus

Pur avendo io un’idea tutta mia della situazione che stiamo vivendo ormai da oltre due mesi, mi sono accorto che, volente o nolente, ho dovuto occuparmene e che alla fine ne ho scritto per almeno 40.000 battute. Non mi sono occupato né di virologi, né di contagiati, né di politici, né di bare, ma di persone che cercavano di trovare una strada per cercare di proseguire le loro esistenze dentro questa situazione uscita da un film di fantascienza, o magari da un laboratorio cinese. Persone che già conoscevo nella maggior parte dei casi, che mi hanno raccontato come le loro vite sono cambiate, e quanto temessero il futuro  che le attendeva dietro l’angolo. Le “facce da virus”. Dico così perché questa “epi-pan”-demia, chiamatela come volete, i visi di tutti noi li ha cambiati. O forse li ha cambiati tutto il circo che vi è sorto attorno. Lo stesso  barnum che, l’ho scritto fin dai primi giorni, chiede alle vittime di fare donazioni per poter essere assistite.

Dunque facce da virus ne ho incontrate molte, e ho cercato di leggerle. Volti di provincia, dove del resto, prima in quella di Varese ora in quella di Novara, ho sempre vissuto. C’è Davide, un giovane salumiere  non ancora trentenne, grande e grosso come dev’essere un salumiere,  che è rimasto uno dei pochi folli a pensare di potersi costruire una vita gestendo un negozio di paese. Lui sta lavorando e forse si trova di fronte a un’opportunità da sfruttare. Spiega da dietro il suo bancone:

“La passione per questo lavoro mi viene dalla famiglia, la mia è la quarta generazione che si occupa di alimentari. A me hanno sempre insegnato a mantenere vivo il commercio locale. L’imprevedibile situazione attuale è una sfida che mi trovo ad affrontare  e che certo non respingo.”

Poi c’è Floriano. Lui è un attore, non di quelli sulla bocca di tutti inseguiti dai paparazzi mentre si accingono a portarsi in camera l’ultima fidanzata starlette, ma uno di quelli che recitano nelle piccole compagnie, autore tra le altre cose di uno spettacolo sull’azienda storica del paese, ora fallita, che è stata la mamma, proprio così la chiamavano “Mamma Bemberg” di generazioni di gozzanesi. Insomma uno come me che racconta storie di tutti i giorni:

“ Molti pensano che noi artisti avendo spirito creativo  possiamo adattarci ad ogni situazione  e andare avanti, ma, ad esempio, io ho un mutuo e molti colleghi famiglia e sono spese che non si sostengono senza lavorare e la programmazione ormai è saltata Per citare un maestro del nostro teatro come Eduardo de Filippo “Ha da passà ‘a nuttata” e poi vedremo come saremo ridotti. Ne verremo fuori. L’Italia ha passato di peggio. L’importante sarà non intaccare una volta di più la nostra risorsa migliore, l’artigianato, sia in campo artistico che in tutti gli altri a vantaggio della grande distribuzione: noi abbiamo Collodi, Disneyland lasciamola fare agli americani.”

C’è il Moto Club del paese, il Mad Cat ’73 dall’anno di nascita di un ragazzo che tanta passione aveva per la moto e che in sella ad una moto se n’è andato più o meno ventenne, che ha cercato di darsi da fare in qualche modo per aiutare pur avendo visto saltare tutte le manifestazioni in programma da cui di solito arrivavano i fondi per l’associazione e tanta beneficenza:

“ Abbiamo cercato di sostenere per quanto a noi possibile il difficile lavoro di medici e infermieri del nostro ospedale di riferimento – ci dice il presidente  – siamo riusciti a raccogliere 1.000 euro e li abbiamo dati ad una associazione legata all’ospedale che segue i nefropatici affinché possa acquistare quel che le occorre.”

Francesca è una giovane geometra, madre di due bambini, da un anno anche assessore allo sport figura che quest’anno avrebbe dovuto occuparsi di un momento importante per Gozzano scelto come comune europeo dello sport 2020 e ha dovuto correre ai ripari:

“ACES, l’associazione che si occupa di concedere questi riconoscimenti, ha prorogato al 2021 il titolo. Ciò ci permetterà di recuperare tutti questi mesi di stop e non perdere nessun evento. Ricordiamoci sempre che  lo sport unisce le persone, ma oggi invece ha anche il compito di preservare la salute. Rispettando le regole torneremo presto a riempire le nostre palestre , i nostri campi e il Palazzetto.”

Poi c’è il mercato. Quello di Gozzano di mercato ha avuto la patente per essere tale nientemeno che da Berengario, re longobardo, nel 919. Di epidemie ne ha attraversate e forse qualche volta, magari nel 1918 in occasione della Spagnola, qualche mascherina in piazza si era già vista. Questa volta è stato sospeso per quasi due mesi, poi è tornato, in formato ridotto e, si sa, quando un mercato ha superato gli undici secoli di vita è anche capace di parlare:

Bisogna ricominciare. Seguendo le nuove regole ma riportando in piazza la voglia di vivere e quel po’ di chiasso e allegria che è tipica di noi mercati.”

Cui fa eco la voce dei commercianti del paese:

La nostra situazione è davvero molto difficile, parecchi di noi sono al limite della sopravvivenza.  Noi abbiamo bisogno di lavorare, non per egoismo ma per poter continuare a pensare di poter avere un futuro, per noi e per i nostri figli”

Voglio chiudere con Valentina, non fosse altro perché mi fa il caffè ogni mattina da quando sono arrivato a Gozzano nel 2007. E da qualche giorno ha ripreso a farlo, sia pure in take away, nel senso che mi passa la preziosa bevanda in contenitore d’asporto sull’uscio del locale unitamente a un sacchetto di carta contenente la mia brioche alle crema e un tovagliolino, io pago, li prendo e vado in auto  a consumarli. Sembrerà stupido ma la prima mattina, nonostante sia riuscito a rovesciarmi un po’ di caffè sulle mani facendolo non so come passare dalla fessurina del coperchio di plastica, è stato bellissimo.

“ Dopo 13 anni di lavoro e di sacrifici, avevo appena più di vent’anni quando abbiamo aperto,  essere chiusa e senza incasso  fa pensare. – ci raccontava prima di riprendere il lavoro con un po’ di asporto  –  Per fortuna sono  molto previdente e quindi ho sempre cercato di mettere da parte il necessario per affrontare gli imprevisti. Temo che  dovremo cavarcela da soli senza sostegni da parte di nessuno.  Sono sempre stata una dura  e la sfida non mi spaventa. Oltre la paura c’è un bellissimo sole e la vita deve andare avanti!”

E poi naturalmente ci sono anch’io. Anch’io sono una faccia da virus. Una faccia da virus molto meno convinta che dietro l’angolo ci sia il sole. Ma si sa, io sono un vecchio pessimista e credo sia tempo di andare a fare la Cassandra dove nessuno possa ascoltarmi, anche se forse non ce n’è bisogno visto che la figlia di re Priamo non è mai stata una influencer con molto seguito.

Le storie complete di tutti queste “facce” sono state raccontate sui settimanali e/o sul sito della Stampa Diocesana Novarese nelle scorse settimane ed è tuttora possibile andare a leggerle. Un grazie va al collega della redazione della SDN Marco Cito.

Francesco Beltrami

Francesco Beltrami nasce 55 anni fa a Laveno sulle sponde del Lago Maggiore per trasferirsi nel 2007 a Gozzano su quelle del Cusio. Giornalista, senza tessera perché allergico a ogni schema e inquadramento, festeggerà nel 2020 i trent'anni dal suo primo articolo. Oltre a raccontare lo sport è stato anche atleta, scarsissimo, in diverse discipline e dirigente in molte società. È anche, forse sopratutto, uno storico dello sport, autore di diversi libri che autoproduce completamente. Ha intenzione di fondare un premio giornalistico per autoassegnarselo visto che vuol vincerne uno e nessuno glielo da.

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