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Erno Erbstein, storia di un uomo che sapeva allenare

Erno Erbstein, storia di un uomo che sapeva allenare

Sarà poi vero che abbiamo tutti una vita? La domanda appare scontata, se non addirittura stupida. Poi ti imbatti in una di quelle esistenze così piene di avvenimenti da farti pensare che un solo uomo abbia vissuto quattro o cinque vite tutte assieme. 

Fino a un giorno di maggio che sembrava inverno.

Nella storia di Ernest Egri Erbstein non ci furono mai confini; seppe aggirare anche quelli che la follia della Storia, con la maiuscola, avrebbe voluto imporgli. E quella stessa Storia lui avrebbe contribuito a scriverla; se qualcuno poi dovesse pensare che si tratti solo di una storia di sport non può che dispiacerci per la sua ottusità. Del resto ci dispiace anche per l’idiozia di chi qualche settimana fa, a Lucca, ha imbrattato il monumento che lo ricorda. Pare siano stati tifosi della Lucchese: doppiamente idioti, in tal caso, perché la Lucchese migliore di sempre, in Serie A, se l’era inventata lui, nella seconda metà degli anni trenta. Lo stesso periodo in cui qualcuno in Germania aveva inventato le Leggi Razziali e qualcun altro, in Italia, si accingeva a copiarle per compiacere l’alleato infame.

Era nato alla fine dell’ottocento, Erbstein, in una landa della parte orientale di quello che fu l’Impero austroungarico: la cittadina, vicino ai Carpazi, si chiamava Nagyvárad e i suoi abitanti poggiavano i piedi sul suolo ungherese; oggi è Oradea e quel territorio è diventato Romania. Ecco di nuovo la Storia che gioca coi confini. Un ramo della sua famiglia aveva origini ebraiche, a quelle un brutto giorno sarebbero risaliti, i solerti funzionari del regime; quelle gli avrebbero rinfacciato.

Da Lucca a Torino perché le sue figlie avrebbero potuto studiare in un istituto privato, aggirando i divieti per la scuola pubblica entrati in vigore nel 1938, assieme a tutte le altre restrizioni. Lo aveva voluto fortemente il presidente Ferruccio Novo, per affidargli l’edificazione del Torino più grande sempre, assumendosi anche l’onere di proteggerlo dalle persecuzioni. Fino a quando sarebbe stato possibile, perlomeno. Lo aveva voluto perché in lui, ancora prima che un grande allenatore, aveva riconosciuto un precursore, un pioniere, un leader capace di convincere una squadra a compiere un salto nel futuro; un futuro che nel calcio degli anni trenta era impossibile anche soltanto da immaginare: la cura dei particolari, la dieta rigorosa, la condotta da tenere, il sacro rispetto dei dettami tattici. Cose mai viste, prima di lui. Cose che negli anni a seguire avrebbero permesso di sbocciare a quei fiori calcistici che si sarebbero rivelati l’Olanda di Michels, il Milan di Sacchi, il Barcellona di Cruijff e quello di Guardiola a seguire.

Un tardo pomeriggio come tanti altri, al termine di uno di quegli allenamenti intensi, avveniristici, meticolosi e scientifici, due funzionari lo attesero per parlargli, per rivolgergli prevedibili domande, alle quali Erbstein rispose con la consueta logica del buonsenso che dovrebbe mettere d’accordo tutti gli uomini degni di questo nome. Da quel momento iniziarono per Erbstein e per la sua famiglia le peripezie che gli faranno attraversare gli anni della Seconda Guerra mondiale sempre peregrinando, cambiando nome e occupazione, al tempo stesso restando in contatto col presidente Novo, perché il Toro restava il suo, suoi gli scudetti da mietere al ritorno. Sempre trattenendo l’ultimo passo, per riuscire a non salire sul vagone dove le angosce stavano pigiate una addosso all’altra, in direzione di Auschwitz. 

Se lo sarebbe ripreso, il Torino, appena terminata la guerra. Renderlo sempre più grande e vincente fu il suo modo per sdebitarsi col Presidente Novo. Fino alla nuvole oltraggiose del 4 maggio del 1949, fino al momento in cui si sarebbe spezzato il cielo sopra Superga.

Già, ma cosa si erano detti con quei funzionari del regime che erano venuti a interrogarlo al campo d’allenamento, fingendo di non sapere chi fosse? –

– A quale razza appartiene lei? –,

– Alla razza umana…-

– Va alla sinagoga la domenica pomeriggio? –

– Io il sabato e la domenica li passo allo stadio. 

 

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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