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Eraldo Pecci, la classe di “Piedone”

Eraldo Pecci, la classe di “Piedone”

Esordio in Serie A sul campo della Juventus, campione d’Italia sui bianconeri, due secondi posti a una lunghezza da Madama e il pallone appoggiato a Maradona per quel calcio di punizione che il 3 novembre 1985 piegò la squadra di Trapattoni dopo otto vittorie consecutive.

La carriera di Eraldo Pecci sembra legata a doppio filo anche alla Vecchia Signora. Arrivato ventenne in granata nel 1975 dal Bologna (apprese la notizia prima dai mezzi di comunicazione e non dalla società) su suggerimento di Edmondo Fabbri. Ironico, sempre pronto alla battuta, era lui il motore del Torino che Gigi Radice riportò al tricolore ventisette anni dopo la tragedia di Superga. Sembrava quasi strano, per lo meno inusuale, che un giocatore così giovane e senza tanta esperienza -anche se nel ’74 in rossoblù aveva vinto la Coppa Italia- possedesse un senso così spiccato del ritmo da imprimere a una partita. La capacità di avvertire quando era il momento di dribblare o quando, all’opposto, accelerare.

Dalle sue intuizioni partivano lanci e fraseggi, impostazioni e aperture. Nella seconda stagione a Torino (quella dei 51 punti della Juventus, uno in più dei cugini e della scomparsa di Giorgio Ferrini per emorragia cerebrale) Pecci patì una frattura esposta del perone della gamba sinistra e dovette fermarsi per due mesi: con lui sempre in campo, chissà se lo scudetto sarebbe arrivato a Villar Perosa…Una botta forte a livello psicologico al punto che qualcosa cominciò a incrinarsi nel complesso di squadra e di meccanismi interni alla società. E se con i granata aggiungiamo le due finali consecutive perse ai rigori ci rendiamo conto di quella sofferenza entrata di diritto nel dna granata. Eraldo conclude così il suo libro ‘Il Toro non può perdere’: “I più sostengono che il Toro assomiglia alla vita: nascita e morte, un po’ di gloria in cambio di tanto pentimento. Per come la vedo io, il Toro agisce in questo mondo ma non è una cosa terrena: può non vincere il campionato, subire valanghe di gol nelle stracittadine, può retrocedere, può avere società che distruggono settori giovanili, può fallire, ma non può perdere. Il Toro non può perdere”. Nel 1981 il trasferimento alla Fiorentina, dove vi rimase quattro stagioni -sfiorò lo scudetto- prima dell’unica annata sotto il Vesuvio. Nel 1986 il ritorno al Bologna.

Le battute di Pecci: una volta Radice disse ai suoi di tirare fuori i c……i e lui disse a un compagno: <<Il Mister ha detto che devi uscire>>. E quella volta da commentatore tecnico della Nazionale al fianco di Pizzul dopo una grande parata del portiere turco: <<Questo portiere ha otto…mani>>. Nel 2013 sul Guerin Sportivo Matteo Dotto l’ha inserito al diciassettesimo posto nella classifica dei 100 granata di sempre.

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