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Enzo Ferrari: Storia d’Inverno

Enzo Ferrari: Storia d’Inverno

Il nostro tributo alla leggenda Enzo Ferrari nel giorno della sua scomparsa, datata 14 agosto 1988.

“Perché a vent’ anni è tutto ancora intero, perchè a vent’ anni è tutto chi lo sa, a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’ età…” F. Guccini, “Eskimo”

Non occorre che ci sia neve, per sentire freddo, al Parco del Valentino. Basta che arrivi l’autunno, perché il sospiro malinconico di Torino si insinui sotto i vestiti, specialmente se non sono adeguati; tra le pieghe della pelle, fino alle ossa, a cominciare da quelle del viso, mentre disegnano tutta la delusione che ci può essere nell’espressione di un giovane, che dispera di se stesso e dei suoi sogni forse ingenui, perché troppo aveva sperato, forse, fino a quel giorno.

L’umidità che sale dal Po non è soltanto un brivido pungente: è quasi uno stato d’animo, un obbligo alla malinconia anche quando si è felici; figurarsi quando ci si sente crollare il mondo addosso. Anche se crolla sul manto soffice della neve, senza fare rumore, come la disperazione quando è autentica, quando soffoca se stessa perché non trova la forza per urlare.

Urlare con chi, poi?

Il ragazzo era solo, a Torino; quel giorno, poi, era inverno pieno; non un inverno a caso: quello del 1919, che strozzava il pianto di chi aveva attraversato la Grande Guerra e, voltandosi indietro, contava i visi cari di chi mancava all’appello. A lui erano mancati, a distanza di pochi mesi, suo padre Alfredo e suo fratello Dino.

Non aveva in corpo tutte le calorie che gli sarebbero occorse per affrontare una giornata simile, il ragazzo; come molti italiani, del resto, in un paese cosiddetto vincitore e in realtà più povero di quando la guerra l’aveva cominciata. E forse aveva anche una fame speciale, più impietosa ancora della fame altrui: era la fame per i cibi della sua terra, per il brodo bollente di cappone che avrebbe sciolto la neve, i tortellini dal ripieno che la sfoglia trattiene a stento, il prosciutto dolce che ha il profumo della vita, delle certezze e di quel piccolo benessere che lui aveva conosciuto da bambino. Di certo, quel qualcosa che gli urlava di dentro senza poter uscire, lo faceva in dialetto emiliano; così diverso e così distante da quello piemontese; così baldanzoso e gioviale da sembrare adatto soltanto per i complimenti licenziosi da gridare in strada alle donne più procaci, o per levare in alto qualche calice di Lambrusco, in una tavolata di amici. Non andava bene per il dolore, non doveva disturbare il silenzio di quella neve sabauda, che cadeva composta, costante, come il ritmo d’una fabbrica dopo che la sirena ha dato avvio all’inizio del turno. Come alla FIAT, dove il ragazzo era stato ricevuto e dove sognava di poter essere assunto. In un composto accento piemontese, con la distaccata cortesia che sanno esibire da quelle parti, l’ingegnere aveva risposto al ragazzo che l’azienda non era ancora così grande da permettersi di assumere tutti i reduci di guerra.

Nascosto sotto il manto bianco, immobile nel gelo, lo si poteva soltanto attraversare, il Valentino, quel giorno, per cercare immediatamente un rifugio almeno più tiepido, in quel primo inverno postbellico; povero come sanno essere soltanto le cose che debbono ricominciare dal niente in cui la storia le ha ridotte.

Invece il ragazzo si sedette su una panchina; vi si lasciò andare, per l’esattezza: troppa acqua, quasi sempre gelata di frustrazione, era passata sotto i suoi ponti negli ultimi anni: la chiamata alle armi, la malattia, i lutti famigliari. E ora, dopo il rifiuto cortese del dirigente FIAT, gli si posava addosso la neve, della quale sentiva soltanto il gelo che irrigidiva i panni che indossava, l’alone umido che lasciava addosso. Gli sembravano tutti identici, i fiocchi che cadevano con ritmo incessante; come un esercito infinito di divise uguali; come le tute di quegli operai dei quali confidava di entrare a far parte, forte della buona parola che ci aveva messo un suo colonnello sotto le armi. Di certo non era quello il momento adatto per rendersi conto di quale sia la vera essenza della neve, che in ogni fiocco sa essere irripetibile, perché i cristalli che lo compongono non saranno mai più gli stessi. Come il destino degli uomini, quando tutto deve ancora accadere; quando un’aria di latte nasconde qualsiasi orizzonte, bello o brutto che sia. E mancavano i rumori, mancavano gli odori: quello forte, stordente della benzina, ad esempio, che conosceva già bene e che la guerra aveva reso così raro. Non fanno rumore le lacrime, come la neve. Sul suo profilo affilato, il ragazzo le lasciò andare, come gomma morbida sull’asfalto liscio.

Non poteva sapere, perché in quel momento aveva smesso di sperare.

Non era più un ragazzo, ma forse quel giorno si sentì tale, quando riconobbe la panchina. Non c’era neve, nella primavera del 1947, al Parco del Valentino. Un altro dopoguerra, una rinascita ancora più dura, per un’Italia ancora quasi del tutto contadina, con l’eccezione del suo triangolo industriale e il motore privilegio di pochi, fascino per tutti, come le dive del cinema in bianco e nero. Più proibiti dei fianchi di una donna erano quelli delle automobili, soprattutto quelle così insolite, detonanti, che dei pazzi visionari avevano ricominciato a proiettare contro il muro del rischio.

Le lacrime di quel giorno erano rugiada: forse tra gli zigomi e il naso appuntito ci fu spazio anche per un mezzo sorriso di comprensione per quel dirigente della FIAT, che si consegnò alla storia soprattutto per un rifiuto quasi sprezzante, in un giorno d’inverno del primo dopoguerra. Oggi tutti sanno che si chiamava Diego Soria.

Sulla panchina divenuta così comoda l’uomo ricordava quelle lacrime così diverse, ben più amare, di ventotto anni prima. Ora piangeva d’orgoglio, perché il Gran Premio di Torino del 1947, primo del secondo dopoguerra, se l’era preso una sua macchina: rossa, come le venuzze che gli avevano striato il bianco degli occhi, per il freddo e per il pianto, quel giorno d’inverno del 1919. Quando la neve e l’inverno nascondevano alla vista il futuro; quando il tempo sembrava aver fermato una storia che era già in cammino. Nessuno poteva saperlo, neanche Enzo Anselmo Ferrari, che pianse due volte al Parco del Valentino.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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