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Edwin Moses, i passi di un dio

Edwin Moses, i passi di un dio

Scrivere di sport equivale, anche perché ci piace e ci diverte, a profondere una serie di aggettivi; forse abusando dei superlativi, quando l’enfasi ci prende la mano e uomini ed eventi che stiamo raccontando sembrano sempre giustificare il nostro modo appassionato di descriverli.

Poi, accade che ti trovi davanti a certe vicende, poche ovviamente quando non addirittura uniche nel loro genere, che ti fanno pensare che o hai utilizzato in maniera improvvida le sfumature di certe descrizioni oppure che, ed è incredibilmente più probabile, nuove parole dovrebbero essere inventate, nuove definizioni occorrerebbero a certe imprese, a determinati destini.

Eccola una parola dalla quale, stavolta, occorre cominciare: destino, per l’appunto. In questo caso la forza della predestinazione è stata più forte delle scelte, e dell’essere stato di per sé saggio e ponderato da parte dell’uomo sul quale la natura aveva già deciso di porre le fondamenta del campione. Inarrivabile, nel suo caso e nello specifico della disciplina che, perlomeno inizialmente, non aveva scelto per sfruttare tutte le sue doti.

Dayton, Ohio, 1955: Edwin Moses viene alla luce con la pelle nera e davanti a sé ha il tracciato di una vicenda, biografica e sociale, che non ha nulla o quasi dei cliché che alimentano le storie e, ogni tanto, le leggende dei campioni d’origine afroamericana delle varie specialità. Figlio di insegnanti, quando arriva al college sceglie quest’ultimo innanzitutto per il piano di studi che intende seguire, in ingegneria e in fisica, non per la disciplina sportiva in cui eccelle. Anche perché non sa di eccellere, ancora, nella specialità che lo consegnerà all’immortalità delle cronache e ancor più dei numeri. Fondamentali, i numeri, nella storia di un ragazzo assemblato, per così dire, su leve speciali, che nemmeno se le avesse scelte sarebbero risultate così adatte.

Forse non capì mai, all’epoca, se fosse più ferrea la disciplina che imponeva a se stesso sui libri o la dedizione all’atletica. Quel che è certo è che al college Morehouse di Atlanta la pista di atletica non c’era, quindi gli toccava andare ad allenarsi in strutture pubbliche al di fuori dell’ateneo.

Eccellere senza ancora sapere di eccellere: senza troppi giri di parole, ma con tanti giri di pista in più d’una specialità, nel 1975 Moses ancora non si è indirizzato verso una specialità in particolare; all’inizio del 1976 è stato consigliato da uno dei suoi tecnici di indirizzarsi verso gli ostacoli bassi; all’Olimpiade di Montreal dello stesso anno è uno sconosciuto che vola tra una sbarra e l’altra dei quattrocento ostacoli, la specialità più dura e selettiva in assoluto: perché i quattrocento metri già da soli si meritano la definizione di “giro della morte” per la sintesi tra distanza e intensità; aggiungeteci dieci ostacoli da saltare. In quattordici passi, per ogni altro uomo, nella fattispecie atleta. In tredici, per Edwin Moses. La sua cifra stilistica, il tempo rubato al tempo che trascorre; il cuscinetto di distanza che nella seconda parte mette tra sé e gli avversari più pericolosi; dispersi, gli altri.

Lo sconosciuto vince la medaglia d’oro.  In sostanza, pochi mesi dopo aver provato i quattrocento ostacoli per la prima volta, era già divenuto il il campione olimpico. Come se non bastasse, nella finale, il suo 47,63 aveva battuto il record mondiale di John Akii-Bua di 18 centesimi.

È nella storia, senza sapere, perché nemmeno lui può ancora saperlo, che la sua leggenda deve ancora cominciare.

E qui, a proposito di leggende, ci occorrono dei parametri: il miglior Usain Bolt ha trionfato in quarantacinque gare di fila. Michael Johnson, che ha dominato le specialità dai duecento ai quattrocento metri, è rimasto imbattuto per ben otto anni nei quattrocento, vincendo cinquantotto gare di fila.

Parliamo di due fenomeni, ovviamente, nonché di due atleti prodigiosi, dominatori delle rispettive epoche.

Detto ciò, arriva un “però” più grande di un volume intero dell’enciclopedia dello sport. Perché Edwin Moses dal 26 agosto del 1977 al 4 giugno del 1987 ha trionfato in ogni gara dei quattrocento a ostacoli alla quale ha preso parte. Compresa la seconda Medaglia d’oro all’Olimpiade di Los Angeles del 1984. E poi quella specie di tabellina del nove, quella cabala dell’imbattibilità: il suo record è rimasto tale per nove anni, nove mesi, nove giorni. Nel corso di centoventidue gare, centonove delle quali erano finali. Una sorta di capogiro statistico. Su novantacinque centimetri di gambe, con quel passo in meno rispetto agli altri che non era soltanto una tecnica: era il frutto di una serie di studi, suoi, da autodidatta della biomeccanica; mettendo a frutto le competenze nel campo della fisica, ottimizzando le traiettorie, applicando l’informatica all’elaborazione dei dati risultanti dai suoi allenamenti. Come se non bastasse, ha precorso i tempi anche nel campo della nutrizione, testando su se stesso abbinamenti, dissociazioni e proporzioni.

 

Gli mancò l’Olimpiade di Mosca del 1980, in piena Guerra Fredda, a causa della mancata partecipazione degli Stati Uniti; in quel periodo, per avere una qualche possibilità di perdere avrebbe dovuto gareggiare contro se stesso. Gli mancarono, poi, a causa dell’emozione, le parole durante la cerimonia inaugurale di Los Angeles ‘84, quando dovette ricominciare tre volte il discorso.

Non gli sono mancati grandi avversari, a cominciare da Beck, tedesco dell’est, passando per Harris, suo connazionale, fino al tedesco occidentale Schmid. Nella maggior parte dei casi, gli sono arrivati vicino.

Fu talmente forte, avveniristicamente preparato, asceticamente concentrato da esser dato per scontato, come fosse per gli altri l’undicesimo e non superabile ostacolo.

A noi la sua grandezza, oltre che per esaltare l’immensità di un atleta che ancora oggi si conferma della stessa pasta come uomo, impegnato con cognizione di causa nella lotta al doping, serve per riflettere sulle definizioni che a volte usiamo con troppa enfasi: quando magnifichiamo le doti di questo o quell’altro campione, dovremmo ricordarci che dovremmo poi trovare nuovi vocaboli per un gigante come Moses.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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