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Ebrima Darboe, il sogno di una cosa

Ebrima Darboe, il sogno di una cosa

– E poi, e poi

Gente viene qui e ti dice

Di saper gia’

Ogni legge delle cose

E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco,

Di verita’ fatte di formule vuote.

E tutti, sai, ti san dire come fare

Quali leggi rispettare, quali regole osservare

Qual’e’ il vero vero;

E poi, e poi,

Tutti chiusi in tante celle

Fanno a chi parla piu’ forte

Per non dire che stelle e morte fan paura. –

Così, nella “Canzone della bambina portoghese”, Francesco Guccini tenta di farci ricordare che ognuno di noi è un granello di sabbia al cospetto dell’infinito. Come l’uomo ogni volta che si pone di fronte al mare. Figurarsi, allora, quando tenta di attraversarlo. Senza sapere bene cosa ci sia al di là; senza misurare la distanza tra ciò che si spera di trovare e ciò che si rischia di incontrare.

Quindi, c’è sempre un occidente imbolsito dove prima o poi arriva qualcuno che accampa la pretesa di spiegarti come stiano le cose, cosa siano le logiche; quali siano le ragioni, dove stiano di casa. Ma l’occidente è un uomo di più di cinquant’anni, che passa sempre velocemente davanti allo specchio, per evitare di guardarsi i fianchi troppo larghi; lui, a cui il mare può al massimo aver bruciato le spalle.

E invece puoi non avere ancora vent’anni ed essere già consapevole del fatto che trovarti davanti Bruno Fernandes e Paul Pogba del Manchester United che ti fanno i complimenti, è soltanto questione di una sera nel tratto del cammino e già non può essere la cosa più importante che hai vissuto fino a quel momento. Forse perché chi è riuscito ad approdare, saprà per sempre che nessun uomo dovrebbe mai sentirsi arrivato, ché dovremmo sempre sentirci in cammino verso qualcosa che sia giusto per tutti, non soltanto più vantaggioso per noi. Questo lo capiscono meglio i centrocampisti, quando portano palla senza guardarla, perché scrutano un orizzonte fatto di compagni che si muovono, di spazi da trovare affinché ognuno abbia un senso.

È per questo che gli uomini sono tutti uguali, davvero tutti e mai così uguali, quando trovano la forza per sognare qualcosa di meglio; quando sommano l’amore per la propria terra, chiudendolo in una valigia, al tentativo di cercare un altrove fatto di maggiori occasioni, di dignità da riconoscere e farsi riconoscere, di aiuti alla famiglia misurati a palmi di nostalgia. E, a volte, non c’è nemmeno la valigia.

Ecco perché, nello scrivere di Ebrima Darboe, dei suoi palleggi morbidi cominciati a Serrekunda, a due passi dalla capitale Banjul, dove la terra balbetta misera di fronte all’oceano e dove l’inglese prima lo si subisce e poi lo si parla, ci viene in mente che il sogno di chi non altro che sogni possiede è lo stesso dovunque vi siano uomini che riescano a custodirlo. È “Il sogno di una cosa”, come Pier Paolo Pasolini volle intitolare il suo primo romanzo, ambientato nelle campagne del Friuli alla fine degli anni quaranta: storia di ragazzi che cercano il riscatto dalla miseria e dall’ignoranza; che hanno inciso sul volto l’amore per la vita, oltre ai segni delle privazioni e della sofferenza. E nessun posto può essere differente da un altro: non il Gambia di oggi, non il Friuli dell’altro ieri, quando un uomo prova a pretendere ciò che per altri è sempre scontato, spesso addirittura noioso.

Ed Ebrima Darboe per primo sa, dopo quello che ha in ogni senso attraversato e che si porta negli occhi, che non dovrebbe servire un esordio in Serie A o in Europa League per farcene ricordare.

Un’altra cosa, poi, ci viene in mente, pensando alla sua storia ancora così breve, già così lunga: il pensiero va a tutte quelle madri e tutti quei padri che soltanto perché il figlio ha segnato un gol in un campetto di terra battuta o ha ricevuto il preavviso di un provino, senza ancora avere superato il provino stesso, pensano di avere in casa chissà quale fenomeno e si sentono chissà chi. O, come diciamo a Roma, “se sentono ‘sto …..”, se ci perdonate il vernacolo.

Senza sapere che il vero fenomeno è quello che riesce ancora a sorridere dopo aver visto quelle porzioni di mondo, che sono ancora le più vaste, in cui quasi nessuno può ancora avere il privilegio di sapere cosa siano il superfluo, l’effimero, la noia.

Buon viaggio innanzitutto al tuo sorriso, Ebrima Darboe: quello in cui dovremmo specchiarci tutti e poi vergognarci almeno un po’. Il resto lo stai già meritando ma, francamente, è solo un dettaglio della storia.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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