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La Grecia di Euro 2004 simbolo di resistenza e orgoglio

La Grecia di Euro 2004 simbolo di resistenza e orgoglio

Nati per subire, cresciuti per vincere. Se si dovesse riassumere in poche parole il trionfo della Grecia all’Europeo calcistico del 2004, queste probabilmente sarebbero le più efficaci. Quando si parla del miracolo di Otto Rehhagel, non si può non parlare di una nazione: mai quanto in quella circostanza un gruppo di giocatori ha incarnato meglio lo spirito di un popolo. Ne ha ricalcato l’epica, trasformando le pagine più remote della letteratura omerica in storia contemporanea. Ha dato un sfumatura pop concreta al concetto di eroismo, regalandoci una delle imprese più grandi della storia dello sport. Quell’estate al sole, iniziata con un trionfo inatteso e conclusa con un’Olimpiade che ha sfidato ogni legge del buon senso, è stata l’orizzonte che ha scritto una pagina romantica per poi consegnarsi negli anni successivi alla tragedia di una nazione ridotta in ginocchio. Quando si parla della Grecia che ha conquistato l’Europeo del 2004, non si può non lasciar da parte la retorica: a quindici anni di distanza, il blu abbraccia il bianco in una istantanea che non contemplerà mai il bianco col nero. Se una storia diventa Storia, passato, presente e futuro non esistono più.

Quella squadra ha avuto tutto per vincere senza avere alcun elemento per farlo. Ha avuto cuore, testa e fortuna, senza avere dalla sua uno o più fuoriclasse, un’organizzazione tecnico-tattica all’altezza di buona parte delle avversarie e neanche le statistiche. Soprattutto le statistiche. Se si leggessero i numeri senza conoscere l’esito finale dell’Europeo 2004 disputato in Portogallo, nessuno penserebbe ad un successo degli ellenici. Il capolavoro di Rehhagel divenne tale senza avere a disposizione una difesa inespugnabile (4 reti subite in 6 partite, tutte nella prima fase), un attacco irresistibile (7 gol in 6 match) ed un goleador inarrestabile (Charisteas, capocannoniere della squadra, segnò 3 volte). La Grecia, vincitrice del torneo, fu addirittura la quindicesima squadra su sedici complessive per tiri in porta e possesso palla in rapporto al numero di partite giocate: peggio di lei ci fece solo la Lettonia, squadra materasso di Euro 2004 non solo in senso letterale. Il calcio, tuttavia, non è mai una scienza esatta, e la Grecia di Rehhagel ne è la massima espressione nella storia di questo sport. Zagorakis e compagni hanno avuto un unico, grande merito: interpretare ogni partita come se fosse l’ultimo atto di una battaglia per la vita. Un gruppo unitissimo, espressione della miglior generazione calcistica ellenica, capace di raggiungere la finale dell’Europeo Under 21 nel 1998, ha fatto la differenza. Rehhagel non ha fatto altro che trasformare il contropiede in una filosofia di vita e sfruttare l’attitudine alla battaglia dei suoi uomini, soprattutto a centrocampo. Il calcio del tedesco si è rivelato essere scolastico, senza fronzoli. Il cuore, per lui, è più importante della tattica. Undici uomini uniti per inseguire lo stesso obiettivo possono superare qualunque fenomeno. L’1-0, risultato col quale eliminarono Francia, Repubblica Ceca e sconfissero in finale il Portogallo padrone di casa, ha la stessa valenza di un risultato altisonante. Alla faccia degli esteti, la Grecia ha badato solo ed esclusivamente alla sostanza.

A questo non si può non aggiungere un pizzico di fortuna, imprescindibile per raggiungere i risultati più ambiziosi. La Grecia ebbe il merito di sconfiggere per due volte il Portogallo delle stelle, grande favorita dell’Europeo a prescindere dal fattore casalingo, approfittando tuttavia degli oneri che ospitare un torneo del genere porta. Un po’ come è successo al Brasile nel Mondiale del 2014. Oppure alla Francia agli ultimi Europei, sconfitta dal Portogallo più operaio della sua storia (vedasi sul dizionario la definizione del termine “karma”).  La Grecia, quasi avesse voluto riprendere un cliché molto italiano, rischiò di essere eliminata fin dalla prima fase e si salvò solo per una questione di reti segnate. Gli ellenici, nati per subire, hanno subito per sei partite. E hanno vinto cinque volte su sei, fino a sollevare il trofeo più ambito.

Di quella pagina di Storia non è rimasto altro che la storia stessa. Non ci fu un sequel, destinato a macchiare l’immortalità dell’impresa. La Grecia, underdog del calcio mondiale che divenne leggendaria per un mese, è tornata a fare la Grecia. Qualcuno dei protagonisti sbarcò in Italia e ottenne risultati più o meno buoni, qualcun altro è sparito, Charisteas visse di rendita per il resto della carriera e Nikopolidis si ritrasformò nel sosia sui generis di George Clooney. Ma tutto questo non conta, e rende ancora più straordinario il racconto. Il passato, visto da una prospettiva lontana, sembra sempre più grande e prescinde dalle pagine scritte in seguito. La Grecia degli eroi fece della normalità un’impresa incredibile. Del calcio la massima espressione dell’eccezione che smentisce la regola. Di una nazione il centro del mondo, una riproposizione in chiave moderna dell’epica omerica capace di fare da preambolo alla tragedia. Alla faccia di chi pensa che lo sport non sia altro che un gioco.

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