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Doping: Il rapporto McLaren sulla Russia e il naufragio del buon senso

La vicenda connessa alla pubblicazione del tanto discusso Rapporto McLaren, commissionato dalla WADA (World Anti Doping Agency), sulla turbolenta problematica del doping nello sport russo sta assumendo connotazioni a dir poco grottesche. La gravità della questione è acuita da una serie di ambiguità che ne stanno distorcendo e, in certi casi, sviando le discussioni a riguardo: i lapidari, gravissimi commenti della WADA, lesta nel denunciare l’esistenza di un presunto sistema di doping di Stato in Russia, la condotta ambivalente dei media mainstream occidentali, notoriamente ostili a prescindere al paese governato da Vladimir Putin e dediti a utilizzare lo sport come un mezzo di proseguimento della politica con altri mezzi, e la sostanziale assenza di oggettività del rapporto “indipendente” commissionato dalla WADA contribuiscono a disegnare un quadro a tinte chiaroscure al cui interno si intravedono tuttavia le trame oramai note a tutti gli osservatori attenti e disincantati. In altre parole, l’esplosivo rapporto presentato come la prova inconfutabile del ritorno ai tempi bui del doping di Stato dei paesi del Patto di Varsavia si può inserire in una strategia di più ampio respiro, inquadrabile in quella “Guerra Fredda 2.0” di cui avevamo già parlato su Io Gioco Pulito. Tale strategia risulta essere volta a esporre la Russia e a colpirla perennemente ai fianchi sul piano mediatico, presentando questa nazione in continuazione nella parte del “cattivo” di turno, cercando di screditarne l’immagine e, di conseguenza, di erodere per vie traverse un’influenza internazionale che a molti, e ben noti, attori di primo piano dello scenario mondiale non può che risultare invisa.

Non si sta in questo modo dicendo che organismi come la IAAF o la WADA perseguano coscientemente tali propositi: tuttavia, l’elevata esposizione mediatica dedicata ai critici della Russia attivi in tutti i campi, dal fronte politico interno al sistema sportivo, non possono non influenzare indirettamente indagini e commissioni. Dato che del contenuto esplicito del rapporto McLaren si è parlato ampiamente su Il Fatto Quotidiano e in tutti gli altri organi di informazione di primo piano, sarà bene discutere dei punti più oscuri e delle falle palesi riscontrabili, approcciandosi alla questione in maniera oggettiva, tanto nel rapporto della WADA quanto nel quadro generale dell’attuale strategia di perenne messa in stato d’accusa del mondo sportivo russo.

Innanzitutto, come detto in precedenza il vulnus principale del rapporto McLaren è rappresentato dall’eccessiva soggettività e dalla ridotta profondità del processo di redazione che ne ha preceduto la pubblicazione. Richard McLaren ha infatti fatto affidamento quasi esclusivamente sulle dichiarazioni dell’ambiguo Grigory Rodchenkov, ex capo del laboratorio anti-doping di Mosca fuggito negli Stati Uniti dopo che si erano avuti i primi sentori della tempesta in arrivo e, proprio in Russia, erano state aperte indagini a suo carico proprio in relazione alle maniere di svolgimento dell’importante incarico a cui era destinato. Nessuna richiesta di chiarimenti e spiegazioni è stata inoltrata al diretto interessato della questione, il Ministero dello Sport russo guidato da Vitaly Mutko, e McLaren, intervistato a riguardo di questa sua manchevolezza da Russia Today, ha dichiarato di non aver avuto sufficiente tempo per consultare tutte le fonti a disposizione e, soprattutto, di aver ritenuto superfluo la consultazione dei diretti interessati vista la conferma data alle dichiarazioni di Rodchenkov dalle analisi forensi commissionate dal team da lui guidato incaricato della redazione del rapporto. Se la prima dichiarazione basterebbe a far sorgere più di un dubbio sull’oggettiva attendibilità del rapporto, il fatto che la squadra di McLaren abbia deciso di non rivelare al grande pubblico la tecnica utilizzata al fine di dimostrare la manomissione dei campioni raccolti dal laboratorio di Mosca nelle scorse stagioni sportive rende tali dubbi, tali perplessità, sempre più concrete e pone interrogativi non di secondo piano. Come mai, infatti, la principale agenzia dedita al contrasto della piaga del doping non dovrebbe garantire la diffusione e l’utilizzo generale di una tecnica di indagine sviluppata dagli analisti di McLaren e, a detta del curatore del rapporto, innovativa nel suo contributo alla lotta al doping al fine di scoprire eventuali, ulteriori casi di manipolazione in altri paesi del mondo? In che maniera è lecito avvallare uno studio che, seppur presentato come indipendente, pecca proprio del fondamentale requisito dell’oggettività?

Porsi domande di questo tipo aiuta a gettare un nuovo sguardo sulla questione, ma al tempo stesso non consente di esaurirla in maniera soddisfacente. Oltre alla cedevolezza dell’impianto accusatorio autoreferenziale promulgato dalla WADA, infatti, va evidenziato l’elevato grado di distorsione subito nelle ultime settimane dall’intero dibattito sulla questione del doping nel sistema sportivo russo, che è trasceso sino a livelli inaccettabili portando numerosi osservatori e commentatori a conclusioni affrettate sulla base di presupposti in diversi casi fuorvianti.

Va innanzitutto fatta chiarezza sul ruolo assunto nella questione doping dal principale esponente politico chiamato in causa nella vicenda, il ministro dello Sport russo Vitaly Mutko. Il CIO ha lo ha infatti interdetto dai Giochi impedendogli di presentarsi a Rio de Janeiro in qualità di rappresentante della Russia, alla stregua di quanto disposto nei confronti di tutti gli altri esponenti delle istituzioni sportive del paese citate nel rapporto WADA, sebbene “Mutko non sia menzionato nella relazione come l’esecutore diretto degli atti di cui si sospettano le persone interessate [dal rapporto]”, come dichiarato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Bersagliato pesantemente dai media e additato frettolosamente come il vertice del (sinora presunto) sistema di doping di Stato, Mutko si è trovato in una posizione decisamente poco invidiabile nonostante le sue dichiarazioni e le sue mosse prese in prevenzione del dilagare del doping negli ultimi mesi, e al tempo stesso il suo coinvolgimento è stato preso a pretesto per giustificare l’intempestiva decisione di commissariamento dell’intero Comitato Olimpico russo deliberata dal CIO nella giornata di mercoledì 20 luglio.

L’effetto-slavina indotto dal Rapporto McLaren, infatti, ha causato una reazione a catena e portato a un’escalation inaspettata e improvvisa, dato che sono bastati pochi giorni per far sì che nuovamente a essere messa in discussione fosse, prima di tutti i reali imputati che sarebbe stato doveroso perseguire, la Russia in quanto tale. La Russia e i suoi sportivi, dunque, che si vorrebbe additare come colpevoli in partenza, senza mostrare le evidenze accusatorie né concedere prove in difesa. La paventata minaccia di esclusione integrale degli atleti russi da Rio de Janeiro, in estensione della sanzione dell’IAAF dello scorso giugno, rischierebbe di creare un caso senza precedenti di ingiustificata colpevolizzazione di un intero sistema a scapito della legittima contribuzione alla correzione delle sue contraddizioni interne. Nonostante il CIO abbia, in un primo momento, deciso di rimandare la decisione sulla sospensione degli atleti russi, la decisione di commissariamento pone le basi per una futura espansione della progressiva estromissione della federazione di Mosca dal consesso sportivo internazionale. L’eccessiva foga punitiva potrebbe portare a rimettere in discussione l’assegnazione di diversi grandi eventi futuri alla Russia, tra i quali non possono non spiccare i Mondiali di calcio del 2018. Risulta difficile immaginare quanto potrebbe giovare al risanamento del sistema sportivo russo far terra bruciata al suo interno e al suo intorno, condannandolo a un isolazionismo sulla base di un rapporto sinora ben lungi dall’essere risolutivo nell’intricata faccenda venutosi a creare e sanzionandolo in maniera straordinariamente severa rispetto al metro utilizzato nel passato dal CIO e dagli altri organi di governo dello sport planetario.

Logiche della vecchia Guerra Fredda dominano dunque i giorni nostri: lungi dal seguire la razionalità, sul caso doping in Russia i media e gli addetti ai lavori occidentali hanno preferito imbastire una trama fondata sul pregiudizio, l’equivoco e le verità di comodo, preferendo uniformarsi al clima dominante della contrapposizione geopolitica oggigiorno in atto piuttosto che dedicarsi ad analizzare obiettivamente le questioni sul terreno, alla stregua di quanto fatto da federazioni come la IAAF e la WADA, divenute più o meno inconsapevolmente strumenti di dinamiche più grandi di loro. Nella grigia dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, tra i quali la polarizzazione è accentuata e catalizzata dalle dichiarazioni tutte da verificare di Rodchenkov, si cerca di dimostrare che la ragione stia tutta da una sola parte, addossando torti e colpe inevitabilmente all’avversario designato, nuovamente individuato nell’orso russo contro cui si apre una caccia senza quartiere. Non riescono a capire, gli intransigenti fustigatori della Russia, quanto le loro mosse rischino, uniformando gli avversari del doping ai bari, gli atleti onesti ai manipolatori di provette, la stragrande maggioranza di sportivi russi dediti semplicemente alla coltivazione dei propri sogni alla piccola, deplorevole, cricca del doping, di creare un clima di grigia uniformità che sommergendo i disonesti finirebbe al tempo stesso per epurare anche i più integerrimi. Come ha detto Ettore Messina, “una punizione totalitaria rinforzerebbe solo il falso vittimismo di coloro che sono colpevoli”, facendo sì che, una volta di più, a pagare siano l’onestà e il buon senso.

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