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Donald Trump e la NBA: un rapporto destinato a deteriorarsi?

Sono passate quasi due settimane dalle elezioni americane, eppure le proteste continuano a infiammare il Paese. Per le strade non cessano le manifestazioni anti-Trump, in molti non si riconoscono nel nuovo presidente e nei suoi ideali. E ovviamente il post-elezioni ha riguardato da vicino anche il mondo NBA.

 In questi giorni sono stati infatti  in molti, tra giocatori e addetti ai lavori, a mostrare interesse per l’esito delle elezioni e l’inaspettata vittoria del tycoon. Soprattutto i giocatori più social hanno dato sfogo alle loro prime impressioni, commentando a caldo con tweet e stati. E ne sono uscite delle belle.

Il più divertente è stato sicuramente il tweet di Joel Embiid, istrionico centro dei derelitti Sixers: “Well America is tanking!!! All we can do is Trust The Process..”. Un commento irriverente, con cui ha paragonato la scelta di Trump ad un tentativo di tank sfrenato, per poter poi puntare in futuro su un presidente nettamente migliore. Una chiara analogia a quanto fatto dai suoi Sixers in questi anni – con esiti a dir poco insoddisfacenti -, seguendo proprio il mantra del “Trust the Process”.

Tra gli altri hanno poi commentato su Twitter anche Jamal Crawford e Kendall Marshall, entrambi realmente impauriti e stupefatti per la vittoria di Trump, mentre Ricky Rubio si è limitato ad un “Really America?”, con cui ha mostrato tutto il suo sbalordimento.

Invece l’hanno presa un po’ meno seriamente Norman Powell e Enes Kanter: il primo ha ironicamente chiesto cosa si dovesse fare per ottenere la doppia cittadinanza ed espatriare, mentre il secondo con fare sardonico si è offerto per giocare in qualche club cinese o europeo, pur di non doversi sorbire la presidenza Trump.

Ma non solo i giocatori l’hanno buttata sul ridere. Masaj Ujiri, GM dei Toronto Raptors, con una buona dose di humor si è detto profondamente riconoscente con Trump. Motivo? La sua elezione ha reso Toronto una destinazione fantastica per tutti gli atleti!

E non è solo sui social network che l’NBA si è fatta sentire. Sono stati in molti a rilasciare in questi giorni, a mente fredda, interviste sull’elezione del magnate newyorkese. In particolare hanno colpito le parole di Stan Van Gundy, coach dei Pistons:

Non penso che qualcuno possa negare che si tratti di un uomo apertamente razzista e misogino. […] Ho tre figlie e abbiamo appena eletto un individuo che ritiene che le donne siano cittadini di seconda categoria. La nostra coscienza ha detto che è ok fare di una persona di questo genere il nostro leader. Non so come potremo superare un momento del genere”.

Ma ancora più dure sono state le dichiarazioni di Gregg Popovich, allenatore dei San Antonio Spurs nonché tra i personaggi più illustri del panorama NBA:Tutto ciò mi fa venire il voltastomaco. Non tanto perché hanno vinto i Repubblicani ma per il disgustoso livello di commenti che sono stati xenofobi, omofobi, razzisti e misogini. Vivo in un paese dove metà delle persone ha ignorato tutto questo e ne ha eletto il rappresentante.[…] Il Paese ha ignorato i valori che abbiamo tentato da sempre di trasmettere ai nostri figli: sarebbero stati tenuti in punizione per anni se si fossero comportati o avessero detto le cose che ha detto Donald Trump in campagna elettorale”.

 E Popovich ha poi continuato nella sua disamina; “Sono un bianco benestante eppure ho il voltastomaco: non voglio immaginare cosa si provi in questo momento ad essere un musulmano, una donna, un afroamericano, un ispanico o un portatore di handicap, come si possano sentire discriminati. E la cosa che va oltre la mia comprensione è il fatto che ci siano persone appartenenti alle suddette categorie che hanno votato per lui”.

 Va detto che, tra le tante voci in chiara opposizione alla vittoria dei Repubblicani, ci sono stati giocatori che invece si sono mostrati entusiasti dell’elezione di Trump. E’ il caso di Kris Humphries, che ha commentato con un “Make America Great Again!” subito dopo l’esito del voto. Ma in generale, da sempre gran parte del mondo NBA si è schierato contro Trump e le sue politiche estremiste. Il che è più che comprensibile, considerando che la maggioranza della Lega è formata da afroamericani, verso i quali il tycoon ha sempre avuto un atteggiamento aggressivo e provocatorio.

E intanto un chiaro segnale del probabile deterioramento dei rapporti tra le franchigie NBA e la Casa Bianca è già stato lanciato. Mittenti? I Dallas Mavericks, i Milwaukee Bucks e i Memphis Grizzlies. Le tre squadre hanno infatti deciso di cancellare le prenotazioni degli hotel con il logo Trump a New York e Chicago. Una scelta con cui rimarcare la volontà di tenersi alla larga da qualunque legame con Donald Trump. Ed è una scelta che, sembra, verrà abbracciata da molte altre franchigie. E in questo modo il divario tra l’NBA e il nuovo presidente americano diverrà sempre più incolmabile.

Redazione
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