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Dominique Rocheteau, elegante anarchia

Dominique Rocheteau, elegante anarchia

– L’operaio si lava le mani prima di pisciare e l’intellettuale dopo Jacques Prévert

I cliché che riguardavano la vita e il modo di essere dei calciatori se li scrollava via dai riccioli scuri, senza che si fermassero sulle spalle piuttosto esili, ossute.

Anni settanta e ancora poca palestra nel lavoro quotidiano dei professionisti che già affondavano i tacchetti in un crescente benessere che giustificava, per tutti quelli che non avevano la curiosità di guardare oltre, anche il conseguente disinteresse per tutto quello che si muoveva, anzi si agitava fuori dal rettangolo verde.

Guardare oltre era nella sua natura, semplicemente, fuori anche da ogni retorica hippy o rivoluzionaria, per moda o per noia, tra le tante alle quali indulgeva una gioventù tanto più annoiata quanto più borghese. Perché anche quelli erano cliché e ogni volta si alzava uno steccato, nel gioco dei ruoli di una società irrequieta: l’intellettuale era impegnato per definizione, nemico il genitore, ottuso e ricco il calciatore. In Francia ancora più che altrove, l’orecchio della società era abituato a percepire vagiti di irrequietudine.

Guardava oltre anche quando ancora non aveva aperto il compasso delle gambe per accelerare palla al piede, a volte lanciando se stesso nello spazio, perché già aveva in testa lo sviluppo dell’azione: sempre partendo da destra, come se fosse semplicemente un’ala, quand’era in realtà un attaccante che riempiva per intero la metà campo avversaria, lasciandola trapuntata di tatuaggi di dribbling e giocate imprevedibili. Spesso dando l’impressione di averla persa, quella palla che poi tornava ad arpionare con la punta dello scarpino, già pronto a far ruotare il bacino per difenderla, quindi per farla respirare allungando il laccio invisibile del guinzaglio della sua progressione.

Dominique Rocheteau, francese nell’animo prima ancora che sul passaporto; fantasista prima per indole, poi per ruolo, o definizione tecnica, se preferite. E perciò irriverente senza bisogno di essere sfrontato; non omologato ai costumi e alle abitudini del mondo che frequentava. Senza sputare sui privilegi, senza d’altro canto diventarne schiavo: affacciandosi più che poteva e più che può ancora oggi dalla finestra ideale che guarda all’esterno di ogni stadio e che consente, a chi vada ad aprirla, di osservare la vita della gente comune, di conoscere le idee degli intellettuali, di riflettere su ciò che è giusto e ciò che non lo è. Di maturare un punto di vista, oltre il clamore della folla, le entrate dure dei difensori, la luce delle telecamere e i cartelloni pubblicitari.

La sua carriera racconta di fibre muscolari esili e di un ginocchio ballerino, all’inizio: aveva deciso quasi di smettere, prima che tutto cominciasse; avrebbe allevato e venduto ostriche, come suo padre. Maggio 1974, il filo di un sogno in procinto di spezzarsi.

Agosto 1975: con la maglia della Francia fa ammattire Camacho del Real Madrid, in un’amichevole contro i Campioni di Spagna. Lascia sul terreno del Parco dei Principi una doppietta e una firma che sta per diventare iconica, per i tifosi di un paese che quando vuole indulgere alla grandeur calcistica deve per forza, a quasi vent’anni di distanza, tornare con la memoria alla Coppa del mondo del 1958 e a un terzo posto memorabile.

E al giro di boa degli anni settanta prende vita il connubio tra i suoi riccioli scuri e la maglia del Saint Etienne più forte e memorabile di sempre; anche più verde nella maglia che faceva apparire opaco il campo, sullo sfondo; con il fiore all’occhiello di quella finale di Coppa dei Campioni del 1976, giocata alla pari contro il Bayern capitanato da Franz Beckenbauer e persa per una punizione di Roth. Dopo aver eliminato nei quarti la Dinamo Kiev del “Pallone d’Oro” Oleg Blokhin, vincitrice l’anno prima della Coppa delle Coppe e della Supercoppa Europea, e in semifinale l’emergente PSV Eindhoven dei gemelli Van de Kerkhof.

Se pensi a lui, pensi anche che non sia un caso che il Maggiolino della Volkswagen in Francia all’epoca si chiamasse Coccinelle: vive e risalta di colori propri, cattura gli sguardi naturalmente, come naturalmente si posa su ogni sfondo. E lui agli allenamenti ci andava in Maggiolino, ancora più bello perché risaltava in mezzo alle “banali” fuoriserie dei compagni, compresi quelli meno pagati e meno importanti di lui. Praticamente tutti gli altri componenti della rosa, ora che ci riflettiamo. E dopo il lavoro con la squadra, o al termine delle partite, con la sua Volkswagen raggiungeva qualche strada di campagna nei dintorni della Loira per starsene a leggere in pace. In mezzo alle altre coccinelle. Sul suo sedile posteriore, romanzi e testi filosofici anche dogmatici, compresi Marx e Bakunin; ma mai frutto di scelte esclusive o imposte dalla “moda” dei dissidenti dell’epoca. Ci trovavi al tempo stesso Kundera o Nietzsche, le novelle di De Maupassant. Sempre in nome di un modo di essere, non di apparire.

Il suo calcio e il suo modo di vivere la politica non potevano essere più simili, lo dimostra il modo in cui Dominique Rocheteau considera ancora oggi la vita, all’esterno come all’interno del mondo del pallone: ricci più corti e ingrigiti, ma sempre un occhio di riguardo per le fasce sociali più deboli, per i ragazzi che possono permettersi meno sogni rispetto ai coetanei.

Trattando la vita con lo stesso garbo con cui aveva sempre trattato la palla.

Se fu un anarchico, nemmeno se ne accorse, impegnato com’era a vivere e a conoscere più cose possibile nel modo che più gli garbava: la vera eleganza, anche in pantaloni a zampa d’elefante e camicia di lino. Per questo non avrebbe voluto partecipare al Mondiale dei Generali argentini nel 1978; per questo quando si decise a far parte della spedizione francese tentò, nonostante i divieti, di parlare il più possibile con la gente del posto. Uno dei suoi tanti gesti spontaneamente politici ma non partitici, se si capisce il distinguo.

E quando venne il momento di lascare il Saint Etienne per andare al Paris Saint Germain, volle che lo scoop di mercato fosse un’esclusiva di “Rouge”, il settimanale della Lega dei comunisti rivoluzionari. Lo scoop glielo aveva fornito lui stesso.

Una cosa del Saint Etienne era però destinato a portarsela appresso per sempre: quel soprannome, “Angelo verde”. Bello come una gita in campagna, con un Maggiolino pieno di libri.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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