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Dion Waiters, la presunzione come filosofia di vita

Se penso a Dion Waiters, non può che venirmi in mente quest’immagine. Un giocatore tutt’altro che fenomenale, più volte criticato, che si pavoneggia in mezzo al campo, dopo aver siglato la tripla della vittoria contro i futuri campioni NBA, gli invincibili Warriors. E’ più che giusto gioire per una giocata simile, ma la sua esultanza è diversa, dal suo volto traspare arroganza, della serie ve l’avevo detto. Come cantano i Filter, “Hey man, nice shot”, davvero un bel tiro, ma per lui è diverso. Il suo atteggiamento dice altro, del tipo: “Che c’è? Non lo sapevate che sono in grado di fare questo e altro?” . Ovvio che non lo sapevamo, visto che fino a qualche mese prima eri considerato un mezzo bust. E allora da dove viene tutta questa tracotanza?  

 

Viene direttamente da Philadelphia, la città dove è nato e cresciuto. La città che lo ha forgiato, come ha dichiarato lui stesso in un articolo su The Players’ Tribune, nel quale ha raccontato importanti scorci della sua complicata vita. Perché a partire dalla sua infanzia, la sua è stata una vita in salita: al momento della nascita, quel 1 dicembre 1991, con lui c’era solo mamma Monique, una ragazza appena diciassettenne, mentre il padre era in carcere. E dopo solo 4 ore, arrivò la notizia della tragica morte della nonna.

Per fortuna la madre insieme al nuovo compagno riescono a crescere il piccolo Dion, senza fargli mancare nulla. Ma l’ambiente della periferia di Philly è quel che è, e lui deve farsi le ossa per tirare avanti. Fortunatamente però a dargli una grossa mano ci pensa il talento innato che mostra quando ha una palla a spicchi tra le mani. Nei playground è protagonista di giocate niente male. In breve il suo nome diventa famoso in tutti i campetti, insieme al suo nickname: Headache. Mal di testa. Questo perché il ragazzino è talmente esuberante – e presuntuoso – da urlare in continuazione ai compagni per farsi passare il pallone, al punto da far spesso venire loro l’emicrania.

Dion sarebbe senza dubbio il più forte in ogni playground, se non ci fosse un certo Rhamik. Un piccoletto che però sa giocare alla grande come lungo e con cui si contende lo scettro del più forte. All’inizio tra i due c’è astio, soprattutto dopo che la squadra di Rhamik ha battuto Dion e company sul loro campetto. Ma in seguito, frequentando la stessa scuola e giocando insieme ogni giorno, i due diventano inseparabili. Non sono semplicemente due amici, sono un’unica persona, stanno sempre insieme. A scuola, sui campi da basket e sullo skate, dove invece Rhamik è il più bravo in assoluto.

Passano gli anni, la loro amicizia diventa sempre più profonda, ma le loro strade sono destinate a dividersi. Perché Dion sta diventando sempre più alto, grosso e forte, mentre il suo migliore amico, malgrado i miglioramenti, non è supportato da una crescita fisica adeguata. Inoltre, nelle orecchie di Dion risuonano continuamente le parole della madre: “Appena puoi, cambia aria e abbandona Phila”. Del resto già 3 suoi cugini sono morti in uno scontro tra bande per le vie della città, e lui non vuole essere il prossimo. E così, a quindici anni, accetta la proposta della South Kent School, in Connecticut. Per la prima volta nella sua vita esce dal suo sobborgo.

E come prima esperienza lontano da casa, non è proprio il massimo. Per carità, il livello di gioco è alto e Dion migliora di giorno in giorno, stando a contatto con una futura stella come Isaiah Thomas, ma South Kent è un luogo sperduto nel nulla. Il supermarket più vicino è a tre quarti d’ora. Per questo, quando un suo amico di Philly lo chiama, lui è raggiante. Ma è in quel preciso momento che Dion apprende la triste notizia: Rhamik è morto, coinvolto accidentalmente in una sparatoria.

Per lui inizia un periodo molto difficile. Perché proprio Rhamik? Perché un ragazzo che tutti amavano e rispettavano deve morire così? Gli interrogativi si susseguono nella sua mente. Per un tipo come lui, sempre indisponente e irascibile, un episodio simile potrebbe farlo deragliare, allontanandolo dai suoi obiettivi. Ma Dion stupisce se stesso e gli altri: con una forte rabbia dentro, inizia a giocare ancor meglio, ancor più aggressivo. E alla fine del ciclo liceale, è la prestigiosa Syracuse ad accorgersi di lui. Qui passa ben due anni, dove non colleziona cifre altisonanti ma si dimostra un prospetto interessante, finchè nel draft 2012 viene scelto con la quarta pick dai Cavs. E’ l’inizio della sua avventura in NBA.

Un’avventura piena di alti, ma soprattutto di bassi. Nei primi anni ai Cavs insieme a Irving compone un duo tutto genio e sregolatezza, con risultati però deludenti. Finchè non arriva in squadra Lebron, e il conseguente passaggio di status di sesto uomo, con prestazioni a dir poco scialbe. Poi il passaggio a OKC, un anno e mezzo di misere soddisfazioni personali, oscurato com’è da Westbrook e KD.

Poi, la svolta. L’incontro con Pat Riley. E proprio da qui che parte il suo articolo su The Players’ Tribune, sul comportamento del dirigente degli Heat, che si distingue per la sua umanità. Nel loro primo incontro non parla di basket, ma gli chiede di aprirsi con lui, di raccontarsi. Dion resta colpito, inizia ad avere fiducia in Pat, venendo contraccambiato. Per questo firma un biennale con Miami, a cifre bassissime, cercando la stagione della svolta. Ed è così che Waiters ritrova se stesso: è protagonista di un’annata da incorniciare, diventa l’assoluto trascinatore degli Heat, guidandoli ad una striscia di 13 vittorie consecutive – fra cui la vittoria al photofinish su Golden State, che porta la sua firma -. La post-season è solo sfiorata, ma chissà come sarebbe andata se lui non avesse saltato le ultime gare per infortunio. Ma non fa nulla, Dion ha già firmato un nuovo contratto con Miami – quadriennale da 52 milioni -, pronto stavolta a portare i suoi ai playoff. Potete giurarci.

E in tutti questi anni, la presunzione e la sfrontatezza non lo hanno mai abbandonato. Dai playground di Philadelphia ai parquet NBA, lui pensa sempre di essere il numero 1. “Se penso di essere il più forte giocatore NBA? C**** sì che lo penso. Devo pensarlo. Pensi di poter sopravvivere a Philly se non hai una scapestrata fiducia in te stesso? Non sentirete mai le parole “Non posso” uscire dalla mia bocca”. Questa è la sua filosofia, questo è il suo mantra. E, malgrado tutto, è questo ad averlo condotto al successo.

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