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Dino Zoff racconta i Mondiali del 1974

Dino Zoff racconta i Mondiali del 1974

Compie oggi 79 anni Dino Zoff, leggendario portiere italiano tra i più forti della storia del calcio. Per l’occasione vi riproponiamo l’intervista in cui ci raccontò la sua esperienza in maglia azzurra durante in Mondiali nel 1974 in Germania Ovest. Ecco cosa ci ha detto.

Mondiale tedesco del 1974. Due anni prima a Monaco di Baviera c’erano stati gravi episodi di terrorismo. Furono approntate particolari misure di sicurezza per le nazionali che partecipavano al Mondiale?

Probabilmente c’era qualcosa di particolare per garantire la nostra sicurezza però noi non eravamo al villaggio olimpico, ogni squadra stava per conto suo. Più di tanto noi non avvertimmo un’attenzione particolare da parte delle forze di sicurezza.

L’Italia, contrariamente a quanto successe alla vigilia del mondiale messicano, partì alla volta della Germania con molte speranze. Poi cosa successe?

Beh incontrammo delle squadre molto forti: l’Argentina e, soprattutto, la Polonia. E poi c’era qualche “generale” di troppo. In ogni caso credo che fossimo arrivati ad un momento di cambio generazionale nel quale non c’erano ancora le nuove leve pronte a subentrare mentre quelli più esperti non garantivano le prestazioni di un tempo. Venivamo da due anni in cui non prendevamo gol, avevo stabilito il record di imbattibilità con la nazionale rimanendo senza subire reti per 1.142 minuti ma poi le cose andarono in quel modo. Indubbiamente le previsioni iniziali erano diverse, però succede a volte che quando partiamo coi pennacchi alti poi torniamo a casa in malo modo. 

Mazzola, Rivera, Riva, Albertosi: giocatori che fecero la storia del nostro calcio e che in Germania disputarono il loro ultimo mondiale. Lei, invece, in nazionale giocò altri 9 anni e vinse anche la Coppa del Mondo dell’82. Se lo immaginava all’epoca?

No, no (ride fragorosamente, ndr). Io non ho mai fatto programmi, ho sempre dato il massimo e poi quello che arrivava, arrivava.

Chi fu il giocatore di quel mondiale che la impressionò di più?

Ce n’erano diversi ma quello, in assoluto, era il periodo di Cruijff e Beckenbauer.

La Polonia che ci eliminò alla fine arrivò terza. Che squadra era, che gioco aveva?

Una squadra completa, equilibrata, forte in ogni reparto: difesa, centrocampo, attacco. E poi aveva Tomaszewski, un ottimo portiere anche se non riuscì a rimanere a lungo a quei livelli.

Vuole provare a descrivere ad un ragazzo di oggi cosa rappresentò l’Olanda di Cruijff?

L’Olanda di Cruijff era una novità calcistica che passò come novità tattica. In realtà il suo punto di forza erano i calciatori che aveva. Possedeva un bel gioco collettivo perché tutti i suoi interpreti erano di alta classe e ottima tecnica di base. Come sempre il gioco lo fanno i calciatori e lo dimostra il fatto che l’Olanda, una volta finita la generazione dei Cruijff e dei Neeskens, pur conoscendo gli schemi del calcio totale, ha dovuto aspettare i Gullit e i Van Basten per riuscire a vincere. Le tattiche sono necessarie ma poi devono per forza passare da un gruppo di calciatori forti.   

Perché, secondo lei, non riuscì ad imporsi in finale?

Perché trovò la Germania, che era sempre la solita: compassata, forte, concreta. Non andava sulle ali della moda ma aveva tutto per vincere.

Per lei vale di più il titolo vinto dai tedeschi o il ricordo indelebile che lasciarono gli Oranje?

Io parto dal presupposto che nello sport contano i numeri, i risultati, il tempo che fa un centometrista. Poi magari l’alone che la stampa cerca di dare a determinate situazioni le fa ricordare meglio di altre.

Però, se ci pensa bene, il primo pensiero collegato al ricordo del mondiale del 1974 è quello dell’Olanda di Cruijff .

Anche perché Cruijff è stato uno dei più grandi calciatori di sempre e quell’Olanda costituiva una novità nel panorama calcistico dell’epoca. Ma rimango del mio parere, io sono all’antica: per me lo sport significa superare l’avversario. Poi nel calcio succede anche di essere molto forti e di non riuscire a vincere. 

Vuole raccontarci un aneddoto legato a quel mondiale che pochi conoscono?

In realtà si conosce tutto, forse l’unico aneddoto riguarda proprio me. Io venivo da due anni di imbattibilità e la persi con un giocatore di Haiti, Sanon. I casi della vita: magari pensi di fermare il record per un gol di Gerd Muller e invece il destino ti porta Sanon. Che oltretutto mi fece un bel gol: mi dribblò nettamente, fece fuori Spinosi… insomma segnò con pieno merito, non si trovò il pallone sui piedi per caso.

 

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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