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Il dietrofront di Buffon può essere un problema?

In una fredda mattina di febbraio, i media nazionali fanno circolare convinti l’indiscrezione per cui Gigi Buffon difenderà la porta della nazionale italiana nelle prossime amichevoli di marzo in Inghilterra. Dopo le lacrime amare versate dal capitano bianconero nella finale di Cardiff e al termine della disgraziata eliminazione dell’Italia dai mondiali 2018, quella corrente avrebbe dovuto essere l’ultima stagione agonistica disputata dal più forte portiere degli ultimi trent’anni. Condizionale d’obbligo, a quanto pare, dal momento che, a fronte di esplicite sollecitazioni, Buffon sembra voler tornare sulla sua decisione. Una valutazione dettata, ove confermata dagli eventi futuri, più dai sentimenti che dalla ragione. Quella ragione che, evidentemente, era stata alla base della scelta del portierone azzurro di ritirarsi.



Una scelta che poggiava su valutazioni legate all’età, che da poco ha varcato la soglia dei quaranta, e alla conseguente tenuta fisica che, anche di recente, ha costretto Buffon a saltare diverse partite. Scelta che aveva messo in preventivo un addio consumato sul palcoscenico più prestigioso per un calciatore: quello del mondiale, al quale Gigi auspicava ragionevolmente di presenziare per la sesta volta, aggiungendo un altro record assoluto al suo già ricchissimo palmarés. Un piano probabilmente condiviso anche con i suoi stakeholders: famiglia, sponsor, amici. E, soprattutto, la Juventus che, per organizzare al meglio la successione in un ruolo così delicato in una squadra così competitiva, aveva individuato in Wojciech Szczesny l’erede da addestrare per un anno proprio all’ombra del grande Buffon prima di promuoverlo titolare nella prossima stagione. Una pianificazione perfetta che ora, stando ai si dice più informati, viene messa in discussione. Almeno dalla scelte che i sentimenti sembrano voler dettare al Gigi nazionale. Quali? Lasciando spazio all’immaginazione (perché, se del caso, sarà lui stesso, se vorrà, a marcare i tratti delle sue decisioni) viene spontaneamente da pensare alla voglia di rivincita che un campionissimo come Buffon può provare dopo le due brucianti sconfitte maturate sul campo nel 2017 senza alibi o recriminazioni. Riprovare a dare l’assalto alla Champions League e, soprattutto, ritentare l’avventura azzurra avendo l’obiettivo degli europei del 2020 potrebbero essere già di per sé motivazioni sufficienti, per uno sportivo disabituato alle delusioni, a prolungare l’attività. Alimentate dall’altra grande emozione che, come l’amore e l’odio, può spingere l’essere umano ai gesti più estremi: la paura. Quella paura alla quale nessuno sportivo è immune: quella dell’addio all’attività agonistica.

Un addio che, tenuta fisica e circostanze esterne permettendo, ogni calciatore cerca di allontanare da sé il più possibile, procrastinando il tempo di cimentarsi in altre situazioni che, per quanto ottimali, sono sempre vissute come un ripiego, se non come un vero e proprio lutto.  Nessuna esagerazione interpretativa se anche un campionissimo del passato come Zico, che il suo post carriera ha saputo gestirlo al meglio, ha sostenuto che “Un calciatore muore sempre due volte: la prima è quando smette di giocare”. Buffon, alieno tra i pali, è umano tra gli umani dinanzi alle sue paure ed è più che probabile che queste possano giocare un ruolo determinante in una sua eventuale decisione di sottrarsi alle pene di un ritiro dato da lui stesso per scontato fino a poche settimane fa.
Senso di rivincita e paure dovranno in ogni caso fare i conti con la realtà in cui Buffon si cala ogni giorno. E mentre sembra essere proprio la nazionale ad aver bisogno di lui, è tutto da verificare l’atteggiamento della Juventus che, come detto in precedenza, ha già pianificato un futuro nel quale Gigi, almeno tra i pali, non è contemplato. Anche i bianconeri saranno disponibili a rivedere le loro strategie oppure diranno a Buffon che, se vuole continuare a giocare, dovrà trovarsi un’altra squadra? Staremo a vedere. Rimane una considerazione da fare che, al netto delle valutazioni dei soggetti in causa, ripropone un parallelo appropriato tra le vicende della nazionale e quelle del resto del paese, purtroppo già testato nel nefasto doppio scontro con la Svezia dello scorso novembre. Entrambi incapaci, in questa fase storica, a trovare quel pizzico di coraggio necessario per dare fiducia a giovani talenti che, per crescere, hanno bisogno di opportunità per mettersi alla prova e costruirsi il futuro. Buffon è una sicurezza ma chi gli sta dietro quando lo potrà diventare?

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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