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Didi, il calcio in due sillabe

Didi, il calcio in due sillabe

Il 12 maggio 2001 moriva, a Rio de Janeiro, Valdir Pereira, meglio noto con lo pseudonimo Didi, uno dei calciatori più iconici della storia, elemento di quel DidiVavàPeléGarrincha che tutti conosciamo. Per ricordarlo, vi raccontiamo la sua storia.

– Per Didi giocare a calcio è come sbucciare un’arancia. – Pelé 

Nella favela di Campos, alle porte di Rio De Janeiro, negli anni quaranta nessun rimbalzo di pallone poteva mai aver conosciuto una striatura d’erba che fosse una. Solo terra battuta e virtuosismi, per non farsi prendere da contrasti e scivolate di chi giocava quasi senza regole, un po’ come era anche il resto della vita, quando la pioggia tropicale verniciava di fango le pareti in lamiera.

Una sola volta, lo presero, Valdir Pereira, sotto il ginocchio; il taglio fu così profondo da provocare una brutta infezione, al punto che gli prospettarono l’amputazione. Non andò così, alla fine, dopo mesi di sedia a rotelle, ma in un certo senso non passò mai del tutto: si sarebbe portato sempre appresso un dolore latente, come un monito per rammentargli il luogo da dove veniva. Un altro lascito, quell’impatto che gli stava per maciullare la rotula, gli avrebbe regalato: un modo nuovo di calciare il pallone, soprattutto dalla distanza, per attutire il dolore.

Il pallone colpito nel mezzo, impattando con solo tre dita del piede, per imprimere al cuoio una traiettoria arcuata, come quella delle foglie secche quando sono soffiate via dal vento.

Quando oggi ammirate, giustamente, il modo con cui colpiscono la palla, soprattutto da ferma, Cristiano Ronaldo o Gareth Bale, così come avete ammirato prima Roberto Carlos e prima ancora Claudio Branco, sappiate che tutto era cominciato quando stava per rimetterci una gamba Valdir Pereira, il quattordicenne sbocciato come un tulipano dall’immondizia, quando ancora non era diventato Didi. Due sillabe capaci di racchiudere tutta la bellezza del calcio, nella sintesi suprema con l’efficacia del gioco.

Se ancora ai nostri giorni, quando si nomina il Brasile, lo si percepisce come la squadra di tutti, lo si deve al fatto che un Pelé ragazzino cominciò a essere portato a spasso da un maestro di gioco. E non è un caso che O’Rey, prima ancora di diventare tale, pianga d’incredulita proprio sulla spalla di Didì, dopo il triplice fischio di Stoccolma, al termine della finale del 1958.

 

Scorgeva sentieri laddove tutti gli altri avrebbero visto soltanto calzettoni e tacchetti avversari; spesso fingeva di aver individuato una linea di passaggio da una parte, per indurre gli avversari a presidiarla; a quel punto svelava ai compagni il tracciato dell’azione che aveva realmente pensato e loro dovevano rivelarsi talmente rapidi da saper stare appresso al suo intuito.

Tutto il resto racconta di un’innata eleganza, del Botafogo più grande di sempre, di un Real Madrid in cui Di Stefano ebbe paura di farsi offuscare dalla sua classe e per questo volle ignorarlo, in campo e fuori; di tre mondiali disputati e due Coppe Rimet alzate al cielo. Quella del 1962, in particolare, la vinse dopo che alla vigilia tutti, in Brasile, dalla stampa ai tifosi, lo consideravano ormai troppo vecchio per essere ancora competitivo in un mondiale.

Per tutta risposta, distillò una sentenza che, negli anni, sarebbe tornato a utilizzare proprio quel Nils Liedholm che aveva segnato l’illusorio vantaggio svedese nella finale del 1958, prima che Didi facesse capire ai suoi compagni di essere superiori ai vichinghi:È la palla che deve correre, non il giocatore.

E vederlo quando lo portava a spasso per il terreno di gioco, il pallone, era come ammirare un signore elegante che sbucasse da un portone con il suo barboncino al guinzaglio: anche per questo il drammaturgo Nelson Rodrigues trovò naturale definirlo: “Il principe etiope” e nessuno in seguito sarebbe riuscito a descriverlo con maggiore efficacia; anche per questo quel soprannome gli rimase sulle spalle come una stola preziosa, per sempre.

Di lui Pelé disse che – A volte fintava un passaggio da una parte per poi incrociarlo dall’altra, era come se fosse troppo intelligente.

Il resto ha saputo semplificarlo lui, con una frase che ha la stessa semplicità della grandezza assoluta, quella che hanno saputo incarnare i giocatori come lui: – Ho voluto bene alla palla, quanto a mia moglie.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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