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Come faranno mai, le città che non hanno il derby?

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Come faranno mai, le città che non hanno il derby?

Come faranno mai, le città che non hanno il derby? Dev’essere come una sorta di realtà calcistica bidimensionale: ti manca la profondità, quella specie di cunicolo che ti porta a pensare a cosa ci sia all’uscita, dall’altra parte dell’anima cittadina. È lì che stanno, anzi che si annidano “loro”. Gli avversari, gli altri, che sono tanto lontani da te e dai tuoi da essere considerati una mezza specie di alieni, avendo fatto la scelta sbagliata; al tempo stesso, troppo vicini, come una specie di parentela imbarazzante e indesiderata, con la quale si è in lite da sempre e che pure un paio di volte l’anno non si può fare a meno di incrociare. Salvo sorteggi di coppa nazionale, che equivalgono a certe cerimonie in cui gli organizzatori fanno di tutto per mettere i tavoli a debita distanza.

– Ma parenti de che? – fa eco una vocina dentro, con inflessione cittadina e una sinestesia che suggerisce per ognuno i giusti colori. Gli unici possibili e immaginabili.

Sul viale dello stadio condiviso, pensi a come sarebbe se ognuno avesse casa sua: a come si sentono quelli del Liverpool quando si avvicinano a Goodison Park o i materassai di Madrid sotto l’ombra enorme del Bernabeu. Forse sarebbe più divertente, come quando si va a trovare un cugino imbarazzante ma cugino de che? – per poi criticare il mobilio pacchiano che ha in casa.

Elucubrazioni, divagazioni; tutto pur di non pensare o, al contrario, tutto pur di imbastire i ragionamenti più assurdi per dimostrare che, inequivocabilmente, favoriti sono gli altri, stavolta, come ogni volta. Se non ti aiuta la classifica, scatta l’autoconvinzione, che sconfina quando occorre nell’autoipnosi. È l’anima di un tifoso che rimette sempre a posto le cose, anche quando a posto non sono.

Pure il traffico, che va aumentando di suoni ed è diversamente nervoso, può suggerire premonizioni: nei colori del veicolo che ti nega la precedenza; nei numeri di targa che leggi e che incroci per far venir fuori un minutaggio, un numero di maglia. Sei matto e non puoi non saperlo, altrimenti probabilmente saresti da un’altra parte. Autodiagnosi, quindi consapevolezza? Macché, un istante dopo la accartocci come la carta stagnola del panino di cui ti sei sbarazzato in quattro morsi.

Devi essere il più leggero possibile, per quando sarai entrato.

E quando sei dentro, quando l’occhio ti cade per la prima volta sullo smeraldo del terreno di gioco, capisci che ormai indietro non si torna, lo sai tu come lo sanno tutti quelli che già sono lì, come te, che hanno mangiato lo stesso panino, camminato con la stessa frenesia.

Poi guardi dall’altra parte, che è come l’altra riva del fiume, o l‘emisfero opposto del mondo, quasi capovolto diresti e guardi i loro colori, le loro scritte.

Vada come vada, oggi: ancora una volta, ti rincuori ricordando a te stesso che quel giorno, quando sei nato davvero scegliendo la tua squadra, tu hai fatto la scelta giusta.

Loro, no.

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Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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