Essere dentro l’evento senza scavalcarlo, raccontarlo, emozionare e, soprattutto, accompagnare il telespettatore con passione e semplicità. Bastano pochi ingredienti per svolgere il proprio lavoro con determinazione, senza oltrepassare il confine tra chi fruisce e l’evento stesso. La redazione di Gioco Pulito ha incontrato Simone Gamberini, voce di DAZN, che ci ha accompagnato dentro il suo percorso: dalle tante partite giocate, alle domeniche davanti alla tv a seguire partite di calcio fino alla prima telecronaca ufficiale a Viterbo.
Il fascino del calcio argentino, brasiliano e spagnolo, i modelli giornalistici di riferimento e il suo metodo sensibile e professionale nel racconto: un viaggio pensato per chi sogna di intraprendere la carriera di giornalista sportivo o, semplicemente, per chi desidera comprendere come vive chi, il calcio e lo sport, li racconta ogni giorno.
Ciao Simone, iniziamo con una domanda che all’apparenza può sembrare banale, ma che banale non è. Come nasce la tua passione per il racconto calcistico? Ricordi un momento preciso in cui hai pensato: “Bene, Simone, il mio lavoro sarà questo”?
Penso di condividere un pensiero comune a molti: essere stato appassionato di sport e di calcio fin da bambino. Ho giocato per moltissimi anni e, dunque, le emozioni che provi giocando sono le stesse che poi percepivo nel racconto. Ricordo che, quando ero piccolo, dedicavo molto tempo alla scrittura di racconti calcistici su partite che giocavo in prima persona o che osservavo la domenica con mio padre. Ho sempre avuto la voglia di raccontare le partite di calcio con la voce, perché è una maniera intima di esprimersi, con l’obiettivo di restare dentro l’evento senza scavalcarlo. Ho ammirato molto i grandi telecronisti fin da bambino, e sono stati loro a trasmettermi la passione per il racconto. La prima telecronaca non saprei dirtela con esattezza, poiché fin dall’inizio ho sperimentato tantissimo, per esempio cominciando con i podcast, i primi podcast quando ancora non erano così diffusi. Mi piaceva raccontare i campionati che seguivo con maggiore interesse – Argentina e Brasile su tutti – in anni in cui non erano coperti a livello di diritti TV in Italia. La prima telecronaca dal campo, invece, l’ho fatta a Viterbo, per la Serie C. Raccontarla direttamente dallo stadio mi ha trasmesso emozioni incredibili. Ricordo il tragitto di ritorno in macchina: ero contentissimo, anche se avevo avuto tantissime paure di sbagliare situazioni di gioco o di non riconoscere un calciatore, poiché è completamente diverso rispetto a quando commenti con il supporto di uno schermo. In realtà, in uno stadio piccolo è tutto più facile: hai tutto sotto controllo. Avevo la classica ansia da prestazione ma, devo dire, è stato tutto molto bello e la soddisfazione è stata doppia. Lì ho capito che potevo farlo: un conto è avere un sogno, un altro è avere le possibilità e le capacità per farne parte.
La passione per il calcio spagnolo e per il calcio sudamericano. Carlo Pizzigoni nel corso dell’intervista ha evidenziato i diversi approcci calcistici e sociali in Sudamerica, spiegando che sia abbastanza superfluo generalizzare. Qual è il tuo pensiero a riguardo e quanta influenza c’è nel tuo lavoro?
A me piace il calcio in generale. Ho avuto però il piacere e la possibilità di seguire in particolar modo alcuni campionati che mi hanno attratto per motivi diversi. Quando ho iniziato ad approcciarmi al giornalismo, per esempio, il calcio spagnolo viveva la sua massima espressione, con Messi al Barcellona e Cristiano Ronaldo al Real Madrid. È chiaro che non si possono seguire tutti i campionati contemporaneamente, e dunque ci si lascia trasportare da quelli che trasmettono più emozioni. Il modo in cui i calciatori e la gente vivono il calcio in Argentina, in Brasile e in Spagna mi ha colpito, e non necessariamente devono avere punti in comune. Non ci deve essere per forza una connessione. Sono anche un appassionato di sport invernali e, dunque, qualcuno potrebbe chiedersi: “Come mai sei appassionato di calcio sudamericano e di sport invernali, così distanti tra loro?”. Non deve esserci per forza un legame: l’importante è che qualcosa ti smuova dentro e ti faccia assistere all’evento con passione. Non importa che ci siano similitudini tra un evento e l’altro: conta che quel determinato evento riesca a coinvolgerti e a farti venire voglia di seguirlo.
Hai avuto dei modelli di radiocronisti o telecronisti nel tuo percorso iniziale? E quali sono tuttora, dopo tante partite sulle spalle?
All’inizio, fin da bambino, i miei riferimenti erano Pizzul per la Nazionale e Caressa per i club. Il primo mi trasmetteva un senso di istituzionalità, era la voce di riferimento: le estati in famiglia, i Mondiali e gli Europei con i nonni. Caressa, invece, rappresentava qualcosa di totalmente diverso, rivoluzionario, che ti colpiva: il modo in cui scandiva nome e cognome sul gol mi aveva folgorato. Poi ho ascoltato moltissimi altri telecronisti, come Riccardo Gentile, con un timbro di voce incredibile, e Stefano Borghi, che per il calcio che ho seguito – e con cui ho avuto la fortuna di lavorare – ha trovato un altro modo di raccontare l’evento, diventando per me una grande fonte di ispirazione. Se Pizzul e Caressa sono stati i miti che ascoltavo da bambino, Borghi è stato invece il telecronista che avrei voluto essere, per il suo modo di raccontare. Guardavo le sue lunghe sintesi e mi veniva naturale volerlo emulare. Il modo in cui riesce a trasmettere il calcio alla gente mi ha sempre entusiasmato e mi ha fatto comprendere quale fosse la strada da intraprendere.
Come prepari solitamente le partite? Ti affidi a tantissimi dati oppure preferisci lasciarti trasportare dalla partita?
Penso che l’idea di base sia personale: non esiste un modo giusto o sbagliato. Ognuno ha il proprio metodo. Ho tanti colleghi che si annotano moltissime informazioni e spesso riescono a inserirle tutte durante la telecronaca. Personalmente, però, credo che se mi portassi dietro troppi appunti mi sentirei quasi in dovere di dirli tutti. Per questo scrivo solo ciò che so che potrei effettivamente utilizzare durante il racconto. Tuttavia, non dimentichiamoci che comanda sempre l’evento, ciò che accade in campo. In televisione bisogna raccontare le immagini: la bravura del telecronista sta nel riuscire a dare quel qualcosa in più rispetto a ciò che lo spettatore vede. Scrivo poche cose, ma che ritengo importanti per chi ascolta. Questo vale soprattutto nei campionati esteri, dove per il pubblico può essere più difficile conoscere bene determinate squadre. Commentando, ad esempio, il campionato portoghese, è normale che si conoscano le tre squadre principali, mentre le altre risultano meno familiari: ecco perché è utile offrire qualche informazione in più. Tendo a scrivere poco, oltre alla formazione — rigorosamente con carta e penna, da sinistra a destra e da destra verso sinistra — perché ciò che scrivo a mano mi resta più impresso. Inoltre, porto sempre con me alcune note geografiche sui calciatori: da laureato in Lettere e appassionato di storia e geografia, mi piace arricchire il racconto con dettagli di questo tipo, che considero utili e interessanti per chi mi ascolta.
Uscendo per un attimo dalla sfera calcistica. Sei appassionato di sport invernali. In futuro ti stuzzicherebbe l’idea di commentarli?
Non c’è stata mai occasione, mi piacerebbe molto. Lì, tornerei ad avere quella piccola ansia delle prime volte. Confesso: alle volte ci provo, ma è difficile uscire dal mondo calcistico per commentare lo sci alpino per farti un esempio. Non è semplice sentirsi a proprio agio, mi piacere però da morire.
Consigli per un ragazzo che si approccia alla professione?
È un lavoro dove c’è una concorrenza gigantesca, dunque è necessario avere una chiara identità personale credibile alle orecchie di chi ti ascolta. Non precludersi nulla come tipo di opportunità senza snobbare nulla. Trovare la maniera di farle, che non è semplice. Essere riconoscibile e mai scavalcare l’evento, per me è fondamentale. La telecronaca viene bene se l’hai raccontata e sei dentro l’evento stesso.
