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“Daspo utilizzato in maniera pericolosa”. Parla l’avvocato arrestato prima di Roma-Liverpool

Sono passate ormai due settimane dalla semifinale di Champions tra Roma e Liverpool, una partita che ha acceso gioie e speranze per i tifosi romanisti, lasciando comunque una scia di positività malgrado il suo esito negativo. Quella tra giallorossi e Reds non è stata una semplice sfida calcistica, ma un evento in grado di far schizzare alle stelle l’entusiasmo di tutto l’ambiente.

Proprio questa “febbre giallorossa” deve aver contagiato in maniera irrefrenabile Diego Perrone, l’avvocato di Civitanova Marche che in quella serata ha deciso di acquistare il biglietto da un bagarino e accedere all’Olimpico malgrado fosse sottoposto a un procedimento Daspo. Un’azione che ha comportato l’arresto ma anche la seguente assoluzione per “tenuità del fatto” da parte del giudice Valentina Valentini. Una scelta che ha mandato su tutte le furie l’ex Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro e l’attuale Questore della Capitale Guido Marino. Entrambi concordi nel definire l’assoluzione un “grave errore e pericolosa deroga alla legge”. Ma è realmente così?

In questa vicenda ci sono delle zone d’ombra, non tanto legate al reato che effettivamente si è configurato, quanto alla strutturazione del Daspo in questione e a tutto quello che ha seguito la scarcerazione e l’assoluzione di Perrone. Per comprendere bene occorre partire dal principio e quindi dalla diffida comminata a suo carico dalla Questura di Macerata.

Sono un amante dell’ambiente da stadio – mette subito in chiaro l’avvocato – e da anni seguo la Civitanovese, essendo anche il legale dei suoi ultras. Negli ultimi anni il club è stato amministrato in maniera alquanto discutibile, tanto che il tifo organizzato non presenzia più allo stadio. Da ciò nascono le mie frizioni con l’attuale presidente, da cui ho ricevuto una querela: lui sostiene che nel corso di una telefonata abbia ricevuto da parte mia delle minacce volte a farlo andar via dalla città. Premetto che per suffragare questa tesi non ci sono prove, la conversazione non è registrata o riascoltabile. E non c’è nessun elemento per dare maggior credito alla parola di chi ha presentato la querela. Inoltre non parliamo neanche di un episodio legato a una partita o a un qualcosa successo sugli spalti o nei pressi dello stadio. Non c’è alcun elemento riconducibile ad atti di violenza. La Questura di Macerata – continua – ha convalidato nei miei confronti due anni di diffida senza firma. Penso non sia esagerato parlare di incompetenza da parte loro, oltre che dell’utilizzo arbitrario e sproporzionato del Daspo”.

Quanto avvenuto all’Olimpico è quindi strettamente legato a questo preambolo: “Mi trovavo a Roma per svolgere la mia professione. Ammetto che sono una persona che percepisce le atmosfere da stadio e ho fatto le mie valutazioni consapevole di sbagliare. Ho preso un biglietto di Monte Mario da un ragazzo incontrato sul Lungotevere – racconta -. Mi sono presentato con tagliando e documento agli ingressi, speranzoso di ragionare con lo steward. Ma una volta superato il tornello, lo stesso, verificando la non corrispondenza tra titolo d’accesso e documento, ha chiamato un funzionario della Digos. Appena questo mi ha chiesto le generalità io non ho cercato di inventare scuse ma sono stato sincero. Così mi hanno arrestato e interrogato. Ero ovviamente consapevole di quello che stava accadendo e volevo parlare quanto prima con il magistrato. La notte mi hanno portato in cella di sicurezza e la mattina seguente condotto dal giudice. Il funzionario che mi ha arrestato – prosegue – “introducendomi” ha parlato di una persona tranquilla, che ha provato ad entrare allo stadio pur non potendo e che quando è stato fermata si è rivelata collaborativa. Il giudice poteva chiedere una misura cautelare nei miei confronti, configurando il pericolo di reiterazione del reato (come paventato dalla Questura di Roma) e avrebbe potuto applicare un Daspo giudiziario di cinque anni. Eppure non l’ha fatto. Anzi, sono stato assolto”

A questo punto la notizia comincia a circolare, con le suddette reazioni da parte della Questura capitolina e dell’ex Prefetto Pecoraro. “Quando sono andato in Questura per la scarcerazione – evidenzia – mi hanno trattenuto ugualmente, malgrado continuassi a sottolineare che si trattasse di una violazione di quanto disposto dal giudice. Mi hanno portato dentro l’ufficio del funzionario e mi hanno fatto firmare, tra le tante scartoffie, un Daspo di cinque anni con obbligo di firma e un foglio di via da Roma per tre anni. Sul foglio c’è scritto che sono un pregiudicato per rapina e che sono privo di reddito. Cose assolutamente false, che tuttavia hanno fatto gridare allo scandalo diversi personaggi istituzionali, i quali hanno giustificato questi atteggiamenti dipingendomi come una figura pericolosa per la sicurezza e l’ordine pubblico. Sono un professionista iscritto all’Ordine degli Avvocati e non ho mai rubato in vita mia. Ho già fatto ricorso al TAR e potrei depositare anche l’estratto conto Bancoposta. Io a Roma ci devo venire per lavoro. E comunque essendo la Capitale e una città ricca di eventi è impossibile non andarci per una persona adulta che vive civilmente”.

Ma come si spiega questo contorto passaggio in cui si parla anche di precedenti per rapina? Ci risponde Lorenzo Contucci, celebre avvocato esperto di controversie legali relative al mondo del tifo, che si sta occupando della vicenda: “Partiamo dal presupposto che la Questura ha applicato quello che prevede la legge per quanto riguarda il Daspo di cinque anni. Anche se poi – specifica – si dovrebbe discutere sull’utilizzo dello stesso metro per tutte le situazioni: un conto è l’hooligan incallito, un altro è una situazione di questo tipo. L’accanimento però sta nel foglio di via. Io faccio penale da 27 anni e posso dire che non viene dato con molta facilità anche in casi di reati più importanti. Ritengo che comunque il vero scandalo sia a monte: l’applicazione del Daspo per un diverbio telefonico. E qua si ritorna al vecchio discorso per cui tale sanzione dovrebbe essere comminata da un giudice (come avviene ad esempio in Inghilterra, ndr) e non in maniera arbitraria dalle questure. Per quanto riguarda il discorso della rapina, questo dato viene preso dai precedenti di polizia. Mi spiego: se un agente ti accusa di un qualcosa che non ha fondamento non è un precedente penale, né un carico pendente, bensì un precedente di polizia. Faccio un esempio: allo stadio è capitato in passato che per una persona fermata con sostanze stupefacenti altre cento – che avevano la sola colpa di esser state fermate contestualmente – sono state iscritte al registro degli indagati. Così se in futuro facessero un controllo su uno di quei cento può risultare che lo stesso abbia dei precedenti di polizia. Purtroppo questa è la leggerezza con cui si opera in Italia”.

E adesso quali step si seguiranno per venire a capo di questa situazione? “Ora mi voglio muovere per la difesa dei miei diritti – dice Perrone – e ragionare sull’opportunità di una forte revisione della legge 401/89 (in cui è legalmente strutturato il Daspo, con le numerose modifiche effettuate negli anni, ndr). Una legge impostata male, non solo per gli effetti che determina ma anche in tema di decentramento funzionale. Le Questure non sono in grado di svolgere appieno le valutazioni che questa legge richiede come elemento necessario alla sua corretta applicazione. Spesso vengono tacciati di pericolosità sociale individui che non sono così connotabili. Un qualcosa che non accade neanche per malafede, quanto per impreparazione. Il Questore si limita a firmare gli atti che prepara il funzionario di P.S. E questa è un’altra assurdità, dato che si dovrebbe garantire un contraddittorio civile all’imputato, soprattutto per accertamenti che portano alla limitazione delle libertà personali. Di solito si è costretti a rivolgersi al TAR, che spesso annulla tali provvedimenti. Il problema – afferma – è che non tutti hanno i soldi per presentare i ricorsi. C’è chi sta cinque anni fuori dagli stadi, di cui tre passati a firmare in commissariato, per poi vincere il processo e mettere nero su bianco l’illegittimità dello stesso. Credo sia arrivato il momento di modificare seriamente questi strumenti; lo Stato deve prendere il comando delle operazioni. Altrimenti parliamo di uno Stato di Polizia. Io approfitterò di quello che mi è capitato per andare avanti fino in fondo e cercare di far scrivere dai tribunali tutte le illegittimità integrate della trattazione della mia procedura. Quello accaduto in seguito alla mia assoluzione – ripeto, per un qualcosa che avevo commesso e per cui non ho nulla da recriminare alle forze dell’ordine – è nato dal potere impositivo delle Questure. Un potere che nessuno gli ha teoricamente delegato ma che nessuno è intenzionato a controllare”. 

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