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Fuori dal Mondiale, il Danno è economico. Anche se…

C’era una volta la Nazionale italiana di calcio. La storia che racconta la disfatta degli uomini di Ventura potrebbe iniziare così. Infatti, salvo sorprese dell’ultimo momento, gli azzurri non prenderanno parte alla prossima edizione dei Mondiali di calcio da disputarsi in Russia. I quali, cifre alla mano, frutteranno un “montepremi” relativo ai contributi economici che si aggirerà intorno ai 790 milioni di dollari (200 milioni in più rispetto ai mondiali brasiliani) dei quali circa 400 di essi, destinati alle 32 squadre che parteciperanno alla fase finale.

Se dal punto di vista dell’immagine il danno è praticamente incalcolabile (da 60 anni l’Italia non mancava da un campionato del mondo), dal punto di vista economico qualche calcolo può essere fatto. E da questo punto di vista si può partire proprio dal danno d’immagine al “brand Italia”. La mancata partecipazione degli azzurri infatti avrà conseguenze (dirette e indirette) soprattutto in termini di mancati di ricavi da sponsor che attualmente si aggirano intorno ai 70 milioni di euro. Nel caso specifico in base all’accordo che la FIGC ha firmato con l’azienda di abbigliamento sportivo PUMA, in qualità di sponsor tecnico, verranno a mancare le entrate derivanti dalla partecipazione agli eventi sportivi. Come ha scritto Marco Bellinazzo su Il Sole 24 Ore infatti, secondo l’accordo, la PUMA si è impegnata a garantire un corrispettivo in cifra fissa di 18,7 milioni di euro fino al 2022; ai quali però si deve anche considerare una parte variabile costituita da royalties che vengono erogate ma soltanto in caso di partecipazione ad eventi sportivi come Europei di calcio e appunto i Mondiali. Che necessariamente in questo caso verranno meno, a differenza di quanto avvenuto con la partecipazione ai Mondiali di calcio brasiliani quando i ricavi da royalties ammontarono solo per quell’evento a 2,7 milioni di euro. Ma ad essere ridotti saranno anche i ricavi provenienti dalle televisioni, dato che la mancata partecipazione al mondiale presumibilmente influirà anche sulla prossima asta per l’aggiudicazione dei diritti TV.  Anche se, e va comunque detto, la nazionale azzurra può contare su un “ pacchetto” di telespettatori che viaggia dallo “zoccolo duro” degli 8 milioni di affezionati agli oltre 17 dell’ultimo Mondiale.


Su questo fronte fino a oggi la partita per i diritti TV della Nazionale è stata sostanzialmente una partita a due: da una parte SKY, che si aggiudicò i diritti per il 2006 e dall’altra la RAI che invece si è aggiudicata la trasmissione delle partite per le edizioni dei Mondiali successivi. Adesso però a quanto pare, ci sarebbe anche Mediaset la quale, potrebbe mettere sul piatto anche molto di più dei 180 milioni che sono stati stanziati nelle ultime occasioni.

Va sempre detto che per i prossimi mesi fino al 2018, la FIGC continuerà a percepire i 57 milioni previsti dall’accordo firmato con l’advisor Infront (14,25 milioni l’anno per 4 anni).

Comunque sia, c’è già chi spera in un colpo di scena che miracolosamente riaprirebbe il discorso qualificazione. Infatti lo spiraglio arriva dal regolamento ufficiale della FIFA. Il quale all’articolo 7, prevede l’ipotesi di un ripescaggio, a “discrezione del Comitato organizzativo”, in caso di ritiro o esclusione di una delle 32 qualificate. . E tra le squadre ammesse ce ne sono alcune che potrebbero essere “a rischio” per eventi extrasportivi. Sono le nazionali che appartengono a Paesi in “aree di crisi” o a rischio: dalla Corea del Sud alla Nigeria, passando per l’Iran, l’Egitto, il Senegal o l’Arabia Saudita. Da questo punto di vista c’è il precedente della Jugoslavia che non partecipò agli Europei del 1992 a causa dello scoppio della guerra dei Balcani. Ad ogni modo, se dovesse essere il ranking a determinare l’eventuale sostituzione, attualmente l’Italia è posizionata peggio di altre due “grandi” escluse, il Galles e il Cile. Ma per essere (forse) riammessi al Mondiale vorrebbe comunque dire di dover sperare che scoppi una guerra. Meglio tenersi la pace, e per una volta starsene a casa.

 

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