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Dal coma al ritorno in pista: la vittoriosa battaglia di Mika Hakkinen

Dal coma al ritorno in pista: la vittoriosa battaglia di Mika Hakkinen

Compie oggi 53 anni Mika Hakkinen, leggendario pilota finlandese di Formula Uno, la cui storia ci insegna, oggi più che mai con la paura del Covid19, che tutte le battaglie, anche quelle più ardue, possono essere vinte, non mollando mai anche quando tutto sembra essere in salita.

Il “virus” lo colse la mattina del 10 novembre 1995. Era un venerdì. Si apprestava a imboccare il Brabham Straight, il rettilineo più lungo del circuito di Adelaide, e non vedeva l’ora di scaricare sull’asfalto i cavalli del V10 Mercedes della sua McLaren. Era la prima sessione delle prove libere del Gran Premio d’Australia. Quella dove si ricercava il giusto assetto per le qualifiche, quella che lasciava un po’ di spazio al piacere puro della guida. Specie in un week-end come quello, atto finale di un campionato del mondo che tre settimane prima, in Giappone, nella sperduta Aida, aveva proclamato Michael Schumacher il più bravo della classe.

Lui però non c’era. L’appendicite lo aveva costretto al forfait. E così in quell’ultimo giorno di scuola aveva un motivo in più per divertirsi e per provare a ripetere il bel voto di un altro compito in giapponese. Ma nella famosa Suzuka: 2^, oltretutto sotto l’acqua. Come gli era già accaduto a Monza, a riprova dell’empatia tra la sua MP4/10C e le piste permanenti, tecniche, lunghe e veloci. Cioè l’esatto contrario di quel dedalo cittadino, corto, lento e al passo d’addio dopo undici edizioni. Transitarvi sul punto più veloce, per lui, Mika Hakkinen, ventisettenne di Helsinki, finnico d’aspetto (capelli biondi e pelle chiara) e di volante (tanto pulito quanto veloce), sarebbe stata una liberazione.

Ignorava che un “virus”, subdolo come tutti i mali che si manifestano all’improvviso, era in agguato. Vestiva i panni di un cordolo rialzato, che non doveva esserci e che invece era stato inserito in più punti del circuito per rallentarlo (come se non fosse già lento con una velocità media inferiore ai 170 km/h…).  La McLaren lo sfiorò con la posteriore sinistra, che cominciò a perdere pressione e rese la vettura incontrollabile. All’uscita della curva era già in volo, con tutte le ruote alzate da terra, come scaraventata da una forza invisibile contro le vicine barriere a oltre 200 km/h.

Prima, lo schianto. Poi, la bandiera rossa e i soccorsi immediati. Ma si capì subito che qualcosa non andava. Hakkinen non rispondeva alle sollecitazioni dei sanitari, aveva perso i sensi, la sua testa nell’impatto aveva subito una torsione spaventosa. Sid Watkins, storico e indimenticato medico dei piloti, ebbe la prontezza di praticargli una cricotiroidotomia. Fu una scelta vitale, perché evitò l’arresto cardiaco. Lo trasportarono di corsa al “Royal Adelaide Hospital”. Aveva la lingua tagliata, uno zigomo fratturato e alcuni denti chissà dov’erano finiti e cos’erano diventati. Però respirava ancora.

Quindi il peggio era alle spalle? Nient’affatto. Perché il “virus” aveva approntato un copione ancor più perfido: Hakkinen vivo, ma non cosciente. Cioè in coma. E quale disegno più diabolico per rovinare il talento e le ambizioni di una persona se non quello di lasciarla in sospeso tra la vita e la morte? Per molti quel pilota dall’aria sbarazzina era destinato a ripetere le gesta del suo manager, Keke Rosberg, primo finlandese campione del mondo (1982) e padre di un Nico al tempo alle prese giusto con l’esame di quinta elementare. Ma su quel letto d’ospedale Mika sembrava la replica nordica di un suo coetaneo, l’austriaco Karl Wendlinger. Promettente e rapido, già tre 4^ posti in tre stagioni con vetture di seconda e terza fascia (Sauber, March), nel 1994 a Monte-Carlo – due settimane dopo Imola, Roland e Ayrton – sempre nelle prove libere del venerdì, aveva sbattuto alla chicane dopo il tunnel. Era finito in coma, ne era uscito, ma non si era più ripreso tanto che, insieme ad Adelaide, anche lui in quei giorni avrebbe lasciato per sempre la Formula-1.

Una storia ben conosciuta dal “virus”. Perché era stato lui ad averla scritta. Col ghigno beffardo e l’animo felice quando gli altri sono infelici. “Altri” come alcuni colleghi di Mika, che erano andati a trovarlo in quei giorni. Ad assistere, invisibile, in quella stanza del Royal Adelaide Hospital, c’era anche lui, il “Malvagio”. E si fregava le mani, pensando che aveva spezzato le ali a un altro sognatore.

Sennonché stavolta non aveva calcolato la fibra della sua vittima: titanio allo stato puro. Perché Hakkinen reagì bene alle cure farmacologiche e pochi giorni dopo l’incidente uscì dal coma. Fu spostato in terapia intensiva, ma alla fine di novembre i dottori lo avevano già dimesso. Era guarito. Per il “virus” fu un primo, duro, colpo. «Ok, ce l’ha fatta» si disse «ma non sarà più il biondino spregiudicato che nel 1990 aveva conteso il GP di Macao di F3 a un certo Schumacher. E nemmeno il giovane della Formula-1 più seguito dai top team. Se vorrà correre ancora, dovrà scendere di categoria».

Tra i tanti difetti dei cattivi c’è anche la presunzione. E quando è scoperta o smentita, per loro è come ricevere un diretto di Rocky Balboa in pieno volto. Hakkinen lo sganciò pochi giorni prima di Natale, durante la cerimonia del suo team per lo scambio degli auguri: «Torno a correre con la McLaren». Per la prima volta da quella mattina di Adelaide, il “virus” cominciò a barcollare. Quel pilota era più tosto di quanto lasciasse supporre la sua gentilezza. Però riuscì comunque a infliggergli un altro colpo basso attraverso le insinuazioni dei soliti benpensanti. Mika vuole, ma non sa che non può. L’incidente l’ha segnato per sempre. Non sarà mai più quello di prima”. Il 5 febbraio 1996, in Francia, sul tracciato del Paul Ricard, in un collaudo a porte chiuse, a suon di giri veloci Hakkinen assestò un altro duro colpo alle malelingue e al “Malvagio”. E cominciò a essere un altro sul lavoro: più serio, più concentrato, più meticoloso.

10 marzo 1996. Luce verde della nuova stagione iridata. Da dove? Dall’Australia. Dove si era chiuso il precedente mondiale, dove era iniziato l’incubo, dove il “virus” aveva intrapreso una battaglia che però, a distanza di quattro mesi, lo vedeva ormai alle corde. Perché oltre al debutto di Schumacher in Ferrari e di Jacques Villeneuve nel Circus, la novità sulla griglia di partenza era quel finlandese dall’indole mite e determinata: 5^ in qualifica, dietro solo le Williams e le “Rosse” e con oltre un secondo inflitto al neocompagno di squadra David Coulthard (arrivato con un carico di promesse poi mai mantenute), quando si spensero i semafori dell’Albert Park di Melbourne fu come se avesse sentito l’arbitro gridare “Out!” dopo il conteggio del decimo secondo. Perché lavorandolo prima ai fianchi per poi mandarlo al tappeto con la tenacia silenziosa di chi con tanto lavoro vuole riprendersi il suo futuro, Mika Hakkinen aveva sconfitto il suo nemico e vinto la sua battaglia: essere ancora un pilota di Formula-1.

 

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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