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Cosa significa essere Gianni Mura

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Cosa significa essere Gianni Mura

Il 21 marzo 2020 ci salutava Gianni Mura, maestro di giornalismo e non solo, che ci ha lasciato due anni fa in pieno lockdown a causa di un attacco di cuore. Il nostro tributo a una eterna fonte di ispirazione.

Ci voleva anche la morte di Gianni Mura? No, non ci voleva anche la morte di Gianni Mura. E se sicuramente non ci sarebbe mai voluta, in questo momento ancora di meno. Non bastava la paura di questo maledetto virus, l’incertezza in un presente fragile, il terrore di un futuro nuovamente nero. Ora ci si è messo anche questo vuoto, un meno per meno che nella vita reale non fa mai più.

Attacco di cuore. Appena letto, inconsciamente, mi sono acceso una sigaretta. Benché non fosse la Gauloises di Giallo su giallo, l’ennesimo tentativo di emulazione mal riuscita. Perché chi Mura lo ha amato e ambiva a poterlo chiamare collega, inevitabilmente nell’imitazione c’è caduto. E forse si è fatto anche parecchio male.

Gianni Mura non era solamente la bibbia laica del lunedì mattina, come dichiarò apertamente Michele Serra. Gianni Mura era il giornalista che si sognava di essere. Colto, intelligente, diretto. Una vita piena, una carriera che basterebbe viverne neanche la metà.

Mura era il sogno di poter rivivere l’altro grande Gianni, Brera. L’utopia di poterne condividere una caraffa di Barbaresco, rigorosamente di Oddero.

Stona troppo questo addio. Stona ancora di più perché avvenuto in un periodo in cui la sua Milano era blindata, vuota, listata a lutto, ancora più distante da quella di osti e hostarie che Mura scriveva, dandoti la sensazione di percepirne la nebbia.

Gianni Mura era l’obiettivo, un lontanissimo punto di arrivo, praticamente irraggiungibile. Il “come sarebbe stato bello se…” che ogni aspirante giornalista almeno una volta deve aver mormorato. Il ritornello giornaliero di chi invece la professione non è riuscito a esercitarla e sognando di essere Mura quantomeno leniva il quotidiano.

Non sarà più lo stesso il Mondo, non sarà più lo stesso il ciclismo. Mica è vero che è la storia e non colui che la racconta. Perché il racconto di Mura valeva da solo l’evento. Ed era esattamente quello che avremmo voluto scrivere noi.

Mura era Pantani, Ocana, il Tour, Gigi Riva, la macchina da scrivere, le sigarette, il vino. Era frasi sottolineate, giornali ritagliati, un mucchio di sogni nel cassetto.

Gianni Mura era l’evasione da una vita che ti sta stretta, da un lavoro che non ti piace. L’illusione di poter essere lui anche solo per un attimo e non il rimpianto di non esserci neanche lontanamente riuscito. E senza neanche questa breve fuga, ora, come si va avanti?

Era la capacità di mischiare pedali e formaggi, la conoscenza di tutto in profondità. La Fiamma Rossa letta, riletta, letta ancora. Il sogno di riuscire un giorno a scriverla.

Era la scrittura che non ho mai avuto e la vita che non avrò mai.

Era troppo per andarsene e soprattutto per farlo ora. Perché senza certezze ci voleva almeno un’illusione.

Senza neanche questa il duro è durissimo, il difficile impossibile.

Gianni Mura ero io. Il me stesso di cui sarei stato orgoglioso.

Ora resta solo parte vera. Che però avrei voluto tenere nascosta.

Eternamente grato, Gianni Mura.

 

 

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