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Corea del Sud e Giappone 2002, la rivincita del Fenomeno nei Mondiali del complotto

Il 30 giugno 2002 terminavano i primi Mondiali di calcio disputati in Asia con la quinta vittoria del Brasile dopo aver sconfitto la Germania per 2 a 0.  Riviviamo le storie e le curiosità del Mondiale nippo-coreano.

2002: l’odissea dei mondiali, i primi del XXI secolo, approda ai confini dell’estremo oriente. Corea del Sud e Giappone organizzano congiuntamente, anche questa novità assoluta, la diciassettesima edizione della coppa del mondo. Dopo l’esperienza americana di otto anni prima, la FIFA vuole portare l’esibizione di calcio più importante in un’area geografica dove l’interesse per il football è già notevole ma le prestazioni delle rappresentative locali non sono mai riuscite a elevarsi oltre qualche sporadico buon risultato. Per l’occasione, oltre all’ovvia presenza delle nazionali dei paesi organizzatori, anche la Cina riesce a qualificarsi per la fase finale: prima, e finora unica, volta che la nazionale rossa ottiene questo risultato. E’ un mondiale che colleziona diversi spunti per gli amanti delle statistiche: per la prima volta la lista delle rose delle nazionali si allunga a ventitré giocatori; è l’ultima coppa del mondo che si disputa con la regola del golden gol, nonché l’ultima nella quale la squadra campione vanta il diritto di partecipare senza disputare i gironi di qualificazione. Inoltre è anche l’ultima edizione in cui la prima partita spetta alla nazionale campione in carica: dal 2006 l’apertura sarà appannaggio della selezione del paese ospitante.

Molte le squadre che partono coi favori del pronostico: l’Argentina di Batistuta, Veron, Zanetti, Crespo e Simeone solo per dirne alcuni; la Francia campione in carica, il Brasile di Ronaldo e l’Inghilterra, tallonate dalla Germania più per tradizione e mentalità che per valori tecnici. L’Italia del Trap, arrivato dopo un lungo quanto glorioso cursus honorum tra club di vertice alla guida degli azzurri, è la prima delle alternative, avendo la solita, ottima difesa e un attacco con numerose soluzioni che passano per l’impiego dei vari Del Piero, Totti e Vieri. Lo svolgimento della manifestazione, però, non è privo di sorprese: al primo turno, e senza molte attenuanti, escono Argentina e Francia, che abbandona il mondiale senza lasciare la traccia di neanche un gol. L’Inghilterra si incaglia nei quarti di finale contro il Brasile. L’Italia fa le valigie negli ottavi vittima, più che della propria ignavia, delle macchinazioni geopolitiche della FIFA, i cui vertici, già in relazioni non ottimali con la nostra federazione, non vogliono che in semifinale non arrivi almeno una delle due nazionali ospitanti.

Eliminato il Giappone, è la Corea del Sud a godere di vergognosi vantaggi, supportata dapprima negli ottavi di finale dall’arbitro Byron Moreno, che con le sue decisioni di fatto elimina l’Italia, e successivamente da Al-Ghandou, che nella seguente partita contro la Spagna dà una grossa mano ai padroni di casa ad aprire la porta delle semifinali, tanto da spingere tutta la stampa iberica a gridare al “robo”. La Turchia raccoglie dalla Croazia il testimone di sorpresa del mondiale arrivando terza, mentre la finale se la vanno a giocare Brasile e Germania. Alla fine prevalgono i sudamericani, che si avvalgono di più giocatori decisivi rispetto ai tedeschi, bravi nel presentare un collettivo valido ma senza grosse individualità. Ronaldo e compagni, così, tornano a casa con la quinta coppa del mondo.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiale di Corea del Sud e Giappone 2002

LE CURIOSITA’

Fevernova
Il mondiale nippo-coreano segnò la fine dell’era gloriosa del Tango, il pallone che fece il suo esordio in Argentina nel 1978 e che accompagnò calciatori e tifosi nelle edizioni disputate fino al 1998. Nel 2002 sui campi di gioco venne presentato il Fevernova, strumento totalmente rivoluzionario che fece impazzire i portieri per l’imprevedibilità delle sue traiettorie sui tiri potenti e quelli scoccati dalla distanza, con cambi di direzione e parabole a scendere di difficile lettura. Anche l’estetica venne completamente stravolta: non più un pallone bianco con disegni neri bensì un fondo color oro chiaro con grafici triangoleggianti a finiture rosso dorate.

Il taglio di Ronaldo

Prima ancora di stupire gli spettatori di tutto il mondo con la doppietta che consegnerà al Brasile la sua quinta coppa del mondo, Ronaldo seppe sorprendere tutti già nella gara di semifinale disputata contro la Turchia. In quell’occasione, infatti, il Fenomeno scese in campo con un’acconciatura molto particolare, consistente in una rasatura totale del cuoio capelluto al netto della parte anteriore, che risultava intonsa entro un’area circoscritta a forma triangolare.

Ahn e Gaucci

Il coreano che eliminò l’Italia dal mondiale del 2002, volando più alto nientemeno che di Paolo Maldini per andare a incornare il pallone del golden gol che eliminò gli azzurri, si chiamava Ahn Jung Hwan e militava nelle file del Perugia dell’allora presidente Luciano Gaucci che, rimanendo fedele alla sua fama di personaggio esuberante, dopo quella prodezza si lasciò andare a una serie di dichiarazioni che, di fatto, allontanarono definitivamente Ahn dal calcio italiano:”Basta! Quello non rimetterà mai più piede a Perugia! Ho già dato disposizione che venga azzerata ogni possibilità di riscatto. Non voglio più pagare lo stipendio a uno che è stato la rovina del calcio italiano”. Al termine della stagione 2001-02, infatti, il nazionale coreano non era ancora di proprietà della squadra umbra che comunque, pochi giorni dopo, lo riscattò nonostante le dichiarazioni rilasciate da Gaucci nel post-partita. A quel punto, però, fu Ahn a decidere di non voler tornare al Perugia dopo le invettive subite, accasandosi presso la compagine giapponese dello Shimizu S-Pulse.

Il record di Maldini…

La partita che l’Italia giocò a Daejeon il 18 giugno 2002 contro la Corea del Sud per Paolo Maldini ebbe un sapore doppiamente amaro: per la sconfitta maturata, che cancellò gli azzurri dalla competizione, e per il fatto che fu l’ultima che il difensore rossonero giocò in nazionale. La difficoltà a sostenere troppi impegni stagionali in concomitanza con l’avanzare dell’età, consigliarono a Maldini di dedicarsi solo alla sua squadra di club, per la quale continuò a prestare servizio per altri cinque anni. Quell’ultima partita, ad ogni modo, consentì al terzino azzurro di stabilire un record ad oggi imbattuto: quello di calciatore col maggior numero di minuti giocati nella fase finale dei mondiali, ben 2.217.

…quello di Cafu…

Ai mondiali del 2002 un altro grande difensore laterale stabilì un record difficilmente superabile: quello relativo alla disputa di tre finali consecutive. A conseguirlo fu il brasiliano Marcos Evangelista de Moraes, in arte Cafu, che con la nazionale verde-oro giocò le vittoriose finali del 1994 e del 2002 perdendo, invece, quella francese del 1998. Terzino più di spinta che difensivo, Cafu sapeva fare la fascia con corsa allo stesso tempo elegante e potente, garantendo allo sviluppo della manovra costante appoggio e possibilità di verticalizzazione che riusciva a finalizzare con assist ai compagni avanzati piuttosto che tramite conclusioni personali verso la porta. Un vero e proprio attaccante aggiunto che seppe raccogliere molti onori anche nelle squadre di club di cui indossò la maglia.

…e di Hakan Sukur

Hakan Sukur, bomber della sorprendente Turchia arrivata terza al mondiale nippo-coreano, stabilì un record ancora più singolare rispetto a quelli conseguiti da Maldini e Cafu: nel tempo fulminante di 10 secondi e 98 centesimi dal fischio d’inizio della finalina disputata contro la Corea, infilò il portiere Woon-Jae Lee, segnando così il gol più veloce di sempre nella storia della fase finale dei mondiali. Sukur, cannoniere principe della nazionale turca con 51 reti segnate in 112 partite, ebbe anche modo di giocare nella nostra serie A tra il 1995 e il 2002 con Torino, Inter e Parma, non riuscendo però a lasciare ricordi particolarmente positivi di sé.

LA FINALE

All’atto conclusivo del 30 giugno, al Nissan Stadium di Yokohama, arrivano le superstiti della falcidia di grandi nazionali che ha generato questo mondiale. Argentina, Francia, Italia, Inghilterra, Spagna: chi prima, chi dopo sono cadute tutte nei tranelli di una competizione che, tra arbitraggi nefasti, sfortuna e demeriti ha aperto la via della finale a Brasile e Germania. E’ Sudamerica contro Europa. E’ il Brasile che gioca la sua terza finale consecutiva. E’ la prima volta che le due gloriose nazionali si affrontano nella partita decisiva per l’assegnazione della coppa. E’ la classe del trio Ronaldo-Ronaldinho-Rivaldo contro l’armata pesante ben assemblata dal CT Rudi Voeller, già campione del mondo sul prato dell’Olimpico di Roma dodici anni prima, che tenta un bis in panchina come già successo proprio nel 1990 a Franz Beckenbauer. Ci sono tutti gli ingredienti per assistere a una bella partita e, in effetti, le attese non vengono deluse. Il primo tempo è di marca tedesca: i bianchi tengono palla e organizzano il gioco per evitare che gli attaccanti verde-oro possano fare male, secondo il vecchio adagio di Niels Liedholm per cui, finchè si è in fase di possesso, non si può subire gol. Poche le conclusioni verso le due porte, la più pericolosa delle quali è del brasiliano Kleberson che colpisce la traversa. Nella ripresa è Neuville a rendere pericolosa una punizione che il portiere Marcos devia sul palo. A rompere l’equilibrio ci pensa Ronaldo al 68°: ruba palla a tre quarti campo, la appoggia a Rivaldo che dalla distanza impegna Kahn in una respinta goffa che il Fenomeno, in tap in sotto porta, non si lascia sfuggire. Primo errore di rilievo del portierone tedesco, fino a quel momento protagonista di un mondiale disputato alla grande, e 1-0 per il Brasile. Le ambizioni di rimonta della squadra di Voeller vengono definitivamente stroncate ancora da Ronaldo al 79°, quando dal limite dell’area piazza all’angolo alla sinistra di Kahn un pallone ricevuto a seguito di un intelligente velo di Rivaldo. Negli ultimi minuti di partita ci prova Bierhoff a riportare la Germania in carreggiata, ma la parata di Marcos sul tiro dell’ex attaccante del Milan spegne qualsiasi velleità. Per la quinta volta il Brasile è campione del mondo.      

I PROTAGONISTI

Luis Nazario de Lima – Prima dell’ormai più celebre Cristiano che impazza oggi tra una finale di Champions League e l’inestimabile vetrina del mondiale, un altro Ronaldo era comparso sui campi erbosi per mostrare agli esteti cosa fosse il gioco del calcio alla sua massima espressione. “La potenza è nulla senza controllo” recitava il claim di una campagna pubblicitaria della Pirelli a cui la sua immagine seppe dare un impulso decisivo proprio perché in lui la rappresentazione di quel concetto si faceva carne. A una tecnica sopraffina, infatti, sposava potenza e agilità muscolari fuori dal comune, che portavano i compiti di marcatura ai limiti dell’impossibile soprattutto quando il Fenomeno (questo il nome che si garantì sin da giovane per le sue prodezze) partiva in progressione verso la porta. Il mondiale del 2002 fu il giusto riconoscimento a una carriera che, se non fosse stata frenata dai terribili incidenti alle ginocchia, avrebbe potuto raggiungere ulteriori traguardi. Dopo quello rimediato nel 2000 all’Olimpico nella finale di Coppa Italia contro la Lazio, Ronaldo tornò in campo solo alla fine dell’anno successivo. Non era più il calciatore imprendibile ammirato negli anni precedenti ma un tasso tecnico elevatissimo e la maggiore esperienza gli consentirono di rimanere un top player ancora per molti anni. Nel 2002, oltre al suo secondo mondiale (il primo l’aveva vinto da “panchinaro” a USA 94), Ronaldo vinse la classifica dei cannonieri della massima competizione con otto reti, le ultime due a firmare la finale contro la Germania. Impossibile, a quel punto, non assegnargli Pallone d’Oro e FIFA World Player award. Un vero Fenomeno, nonostante i problemi alle ginocchia che velarono di incertezza la seconda parte di un percorso professionale unico.

Byron Moreno – Tra i protagonisti assoluti di questa edizione dei mondiali compare, almeno per noi italiani, la figura dell’arbitro ecuadoregno Byron Moreno, direttore di gara dell’ottavo di finale che gli azzurri disputarono contro i coreani e che costò l’eliminazione alla squadra di Trapattoni. In quella partita Moreno non fece assolutamente nulla per cercare di mitigare una conduzione di gara sfacciatamente a favore dei padroni di casa, distribuendo ammonizioni molto fiscali ai nostri giocatori e dando sempre la netta impressione di riservare alla nazionale di Hiddink un occhio di riguardo. Il culmine di questo atteggiamento venne raggiunto durante lo svolgimento dei tempi supplementari, quando l’arbitro fu capace di annullare un gol regolare a Damiano Tommasi e di espellere per doppia ammonizione un Francesco Totti reo di… aver subito un fallo da un difensore avversario in piena area di rigore. Moreno faceva probabilmente parte di un disegno più ampio al quale, visti anche gli episodi che caratterizzarono il seguito della sua carriera, non è difficile ipotizzare che si fosse prestato. Fu costretto ad appendere anzitempo il fischietto al chiodo l’anno successivo, scaricato dapprima dalla sua federazione e successivamente dalla FIFA. Sfruttando la notorietà che aveva acquisto, partecipò anche a una trasmissione televisiva andata in onda sulla Rai, sostenendo che l’Italia venne eliminata per l’incapacità ad andare in gol nella partita contro la Corea. Nel 2010 venne arrestato a New York per il possesso di sei chili di cocaina, che gli costarono una condanna a due anni e mezzo di reclusione, scontati parzialmente per buona condotta. Oggi, paradossalmente, insegna il mestiere a giovani aspiranti arbitri della sua città, Quito…

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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