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Con la ruota in salita: Intervista a Claudio “El Diablo” Chiappucci

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Con la ruota in salita: Intervista a Claudio “El Diablo” Chiappucci

Ha preso il via da Bruxelles l’edizione numero centosei del Tour de France alle prese con i primi arrivi alpini in salita: tre settimane infernali da vivere con il caldo asfissiante di luglio, le Alpi e i Pirenei tra flussi di flashback e ricordi legati alle gesta dei grandi azzurri che hanno trionfato in maglia gialla a Parigi con la speranza di poterla rivestire ancora nonostante il numero esiguo di partecipanti italiani, frutto di un ciclismo sempre più globalizzato e automatizzato che ha reso le ultime edizioni della Grand Boucle noiose e a dir poco prevedibili. Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani e Nibali i vincitori, miti e leggende da un lato e un pirata – ultimo vincitore di Giro e Tour nello stesso anno – e uno squalo dall’altro che proverà ad emozionarci anche quest’anno, ma il cuore e i ricordi legati alla Grand Boucle hanno il sapore unico ed epico delle imprese di Claudio Chiappucci, alias  El Diablo, che con le sue azioni ha infiammato di ricordi gli anni novanta conquistando il tifo e la degna ammirazione di tutto il popolo del ciclismo, transalpini compresi. Una carriera straordinaria costellata di  tre podi al Giro e altrettanti al Tour, due maglie a pois e tre maglie verdi come miglior scalatore, una incredibile Milano Sanremo e un rimpianto argento mondiale nel 1994 ad Agrigento ai quali vanno aggiunte le perle singole, incredibile quella del 1992 con arrivo al Sestriere, legate al suo temperamento mai domo di scalatore puro. Abbiamo avuto l’onore e il piacere di incontrarlo e di condividere con lui alcune riflessioni sullo stato di salute del movimento a due ruote ripercorrendo le tappe cruciali della sua storia alla quale è mancata solo la ciliegina finale di una vittoria in un grande giro.

Buongiorno Claudio, il Tour è appena iniziato ma riavvolgiamo il nastro sul Giro. Bravo Carapaz o occasione persa per Nibali?

Diciamo innanzitutto che Carapaz ha vinto degnamente perché ci ha creduto, vincendo due tappe e dimostrando che aveva benzina in corpo per arrivare fino in fondo, gestendo con regolarità la maglia rosa. A parte Nibali che ci ha provato sempre son mancati gli altri, Domoulin è stato sfortunato, Roglic e Yates non erano nella condizione ideale per essere competitivi per cui onore a lui e alla Movistar che ha dimostrato la sua forza come squadra.

Allargando il discorso alla realtà di oggi, non ti sembra che ci sia un po’ troppa tattica e meno fantasia rispetto agli anni in cui correvi? Ti piace questo questo ciclismo?

Proprio il Giro è stato lo specchio di come si corre oggi, con due corse in una: i big molto controllati da un lato e la fuga di giornata dall’altro. Questo toglie un po’ di fantasia è vero, ma ha permesso ad alcuni atleti giovani anche italiani di potersi mettere in mostra per dimostrare il loro valore. Adesso vedremo se talenti come Ciccone o Masnada saranno adatti a far classifica in un grande giro, il mio consiglio è di provarci e di testare i propri limiti per capire la loro competitività.

Questa tua riflessione ci riporta indietro di trent’anni quando Chiappucci ha iniziato la sua carriera professionistica. Ha iniziato nel 1985 da gregario, poi nel 1990 la svolta al Tour de France. Sapevi di poter essere competitivo? Cosa è scattato nella tua testa?

Ho iniziato senza sapere realmente dove sarei potuto arrivare, ma ho avuto la fortuna di correre per un grande team come la Carrera e di trovarmi nel 1990 capitano al Tour. Ho avuto questa grande opportunità per capire chi ero e cosa sarei stato. Conoscendomi sapevo di poter fare qualcosa di buono, ma francamente non avevo certezze e quando son partito, nella famosa fuga del 1990, da lontano cercavo la maglia a pois, obiettivo che sognavo, e poi mi son trovato maglia gialla con un bel vantaggio da gestire. Da li ho capito che avrei potuto ambire a far classifica sul serio e il resto è storia. Si può arrivare anche con un pizzico di fortuna, il problema è durare negli anni a livelli altissimi.

Hai collezionato sei podi tra Giro e Tour, differenze sostanziali tra le due corse? E’ ormai impossibile vincerle entrambe lo stesso anno, perché?

Sono due corse completamente diverse per motivi di calendario innanzitutto. A maggio è ancora un po’ fresco, a luglio fa caldo e hai già consumato tanto durante la stagione. Le salite sono strutturate in maniera diversa e la programmazione gioca un ruolo decisivo. Io le ho corse spesso lo stesso anno e tendenzialmente la mia condizione al Giro era buona, ma non ottimale mentre al Tour arrivavo al top per cui è difficile vincerle entrambe. Purtroppo in quegli anni le cronometro erano lunghe e con uno come Indurain era dura perché quel poco che riuscivo a strappargli in salita veniva vanificato, oggi è diverso e magari avrei avuto piu chances.

La tua più grande gioia e il tuo più grande rimpianto?

La più grande soddisfazione senza dubbio è stata quella di indossare per la prima volta la maglia gialla, il coronamento di una continua rincorsa e un obiettivo raggiunto. Il mondiale di Agrigento è il rammarico più grande perché in quell’anno, il 1994, ero in grande condizione e il secondo posto è stata una beffa. Sicuramente non è stata ben interpretata la gara dalla squadra ed è stata gestita male l’evoluzione della corsa e Leblanc ci ha sorpresi.

La tua carriera, gli esordi e l’importanza di essere subito entrato in una grande squadra con un team manager come Davide Boifava?

Sicuramente posso ritenermi fortunato di aver trovato un ambiente che sin dall’inizio ha creduto in me dandomi massima fiducia, anche nei momenti più difficili. Questa fiducia ti da grandi motivazioni e responsabilità, lavori bene giorno per giorno e dai tutto te stesso. Boifava, ma soprattutto Sandro Quintarelli a cui devo molto perché sapeva capirmi e viveva le corse con la giusta sintonia, è stata una figura preziosa che ha aiutato il Chiappucci corridore a scoprire se stesso.

L’affetto dei fan per il Diablo, è unico e incondizionato. Hai dato tanto a questo meraviglioso sport, ma l’amore che hai ricevuto in cambio è straordinario.

Posso dirlo senza falsa modestia, le sensazioni che la gente mi ha dato a bordo strada è difficile da descrivere, ma è un qualcosa che ti resta dentro per sempre. Tutti si aspettavano un attacco, un gesto in quel determinato punto della salita e ancora oggi dopo tutti questi anni la gente ancora si ricorda di quella tappa vinta o di quell’attacco improvviso, è una dimostrazione evidente che il mio modo di correre ha lasciato il segno.

Il Chiappucci post corridore come mai non ha pensato di trasmettere tutto il suo sapere e le sue motivazioni alle generazioni future?

Io mi ritengo senza dubbio un motivatore e ho lavorato molto su quest’aspetto trasmettendo la mia esperienza di vita vissuta sul campo, cercando di puntare sugli aspetti che per me sono stati importanti. Raccontando la tua storia lavori sugli obiettivi motivando, fare il team manager abbraccia tutta una serie di competenze più ampia e organizzative. Non tutti i grandi corridori sono in grado di allenare, sono due cose distinte e separate. Posso dirti che mi piacerebbe farlo, ma anche in questo settore ci vogliono dei santi in paradiso.

Doping, problema risolto definitivamente?

Assolutamente no, la scienza va avanti e il doping pure. E’ un problema che fa parte dello sport in generale che bisogna combattere e monitorare, il ciclismo in questo senso è uno degli sport più controllati. Guai ad abbassare la guardia, le metodologie dopanti sono in continua evoluzione.  

Chiudiamo con una riflessione sul futuro di questo sport. Molti meno giovani pronti a confrontarsi con fatica e sacrifici, problema generazionale?

Purtroppo oggi ci sono molti giovani che fanno fatica a capire questi concetti che sono la base di questo sport. Perché è tutto a disposizione e a portata di mano, non si è abituati a lottare per nulla e si è distratti da mille stimoli diversi, però questo vale fino a un certo punto perché se hai qualcosa dentro e hai voglia di tirarlo fuori lo sport ti dà delle grandi opportunità. Vedo che molti ragazzi in difficoltà nel capire cosa vogliono dalla vita, e uno sport come il che ciclismo ti impone anche diverse rinunce sicuramente va in una direzione opposta ai comfort di oggi. E’ un problema generazionale che andrebbe affrontato a vari livelli prima che sia troppo tardi.

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Fabio Bandiera
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