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Colin O’Brady, l’uomo dell’impossibile

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Colin O’Brady, l’uomo dell’impossibile

Colin O’Brady è un nome che al grande pubblico italiano probabilmente non dice molto, nonostante un profilo Instagram che conta più di 235.000 follower. Provare a comprimerlo in una definizione rimane un’impresa di dubbia efficacia: triatleta? Ultra atleta? Esploratore? Motivatore? Ognuna di queste definizioni risulterebbe limitativa se non fosse accompagnata dalle altre. Sì, perché Colin O’Brady, americano di Olympia ma residente a Portland quando non è in giro per il mondo, è una combinazione inimitabile di tutte queste figure, una persona orientata all’esplorazione dei propri limiti fisici con lo scopo parallelo di approfondire la conoscenza di se stesso.

Già ai tempi del liceo dimostrava capacità multidisciplinari che lo portavano a emergere in attività distanti tra loro come il nuoto e il calcio. Dopo il diploma arrivò la laurea e quindi il progetto di un viaggio intorno al mondo con lo zaino in spalla per assecondare la sua ossessiva voglia di conoscenza che, di fatto, è da sempre la motivazione che spinge Colin a cimentarsi con le sue imprese estreme. A cominciare dalla prima, quella che lo portò a confrontarsi con un’ustione ai piedi così invasiva da portare i medici che l’avevano in cura a preallarmarlo sulla reale possibilità di non poter più camminare come era riuscito a fare sino a quel momento. Fu la prima scintilla, il primo fortissimo stimolo a spingere O’Brady a sfidare l’impossibile, a piegarlo ai dettami della sua inappagabile forza di volontà. In poco tempo non solo tornò a camminare come prima, ma si cimentò nel triathlon.

Quello che venne dopo, sempre più ambizioso, sempre più inarrivabile è il cursus honorum di un campione multidisciplinare, moderno Diogene alla continua ricerca dei limiti in espansione di un universo personale conoscibile solo attraverso una fatica fisica portata continuamente ai limiti dell’impossibile. Ha scalato in tempi record le cime più alte di ogni continente, Artide e Antartide incluse; in 21 giorni ha raggiunto le 50 vette più alte dei 50 stati americani; e, il 26 dicembre 2018, è arrivato alla barriera di Ross sull’Oceano Pacifico, compiendo la traversata dell’Antartide in solitaria e senza assistenza, realizzando un’impresa di valore assoluto dopo aver completato, ormai esausto, gli ultimi 125 chilometri del tragitto in una sola tappa in poco più di 32 ore, vissute tutte d’un fiato senza fermarsi un minuto a dormire, dopo 54 giorni e circa 1.600 chilometri percorsi tra neve e ghiaccio dalla costa atlantica a quello pacifica dell’Antartide, passando per il Polo Sud.

Questo è Colin O’Brady nei libri che registrano record: l’uomo, però, è ben più suggestivo, mai pago della conquista fisica, che non è solo un obiettivo ma anche uno strumento per arrivare a una conoscenza di sé affatto banale. E’ un metodo ormai acclarato quello che pratica questo americano capace di imprese da guinness dei primati: percorrere la strada della fatica fisica fino ai suoi limiti più estremi non per flagellarsi ma per entrare in contatto con la parte più nascosta dell’essere, ciò che più autenticamente fa parte di ogni uomo e lo spinge ogni giorno a porsi domande alle quali trovare risposte adeguate. Leggere i suoi profili social, quelli che gli tengono compagnia durante le sue lunghe traversate, trasmette il senso delle sue conquiste. Quando gli è stato chiesto perché ha voluto percorrere in solitaria il continente più inospitale del mondo, Colin ha spiegato che la sua mente aveva bisogno di uno spazio per riflettere. Una riflessione che, da poco superata la metà del suo lungo pellegrinaggio, lo spinse a pubblicare sul profilo Instagram parole capaci di stamparsi nell’anima: “Più a lungo mi trovo qui fuori e più mi diventa chiaro. L’amore è infinito e il segreto per vivere è amare il più profondamente possibile.”

Non un poeta, né un mistico o un semplice sportivo estremo: o forse, preferibilmente, una stupefacente combinazione di queste figure. Questo è Colin O’Brady, l’uomo che, attraverso l’ascetica ricerca del suo ultimo limite fisico, traccia il percorso per arrivare alla propria essenza, rendendo possibile l’impossibile. 

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Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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