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Cleveland Williams, la strada spezzata di “Big Cat”

Cleveland Williams, la strada spezzata di “Big Cat”

Il 3 settembre 1999 moriva Cleveland Williams, considerato uno dei più grandi pugili della storia a non aver mai vinto un titolo. Per ricordarlo vi raccontiamo la sua travagliata storia.

Nascere in Georgia nel 1933 e non poter contare su una pelle bianca: la maggior parte di quello che un uomo deve imparare sulle salite della vita Cleveland Williams non ebbe bisogno che glielo spiegasse nessuno. E sarebbe dovuto bastare per pagare il conto, in partenza, per dire a un qualche dio: siamo pari, indipendentemente da quello che verrà.

Sarebbero arrivati pugni, prima quelli spontanei e sgraziati della strada, per rancore o per difesa; comunque troppo ben assestati per passare inosservati. Poi, quelli educati in palestra, dove assieme alla tecnica fiorivano spalle monumentali e un torace che iniziò a sembrare ricavato da un blocco di porfido nero. Al tempo stesso, un incedere flessuoso, che sembrava liberare il passo dai chili di muscoli armonici che si arrampicavano lungo il metro e ottantotto di statura. Ma sembrava più alto, proprio in virtù di quella innata eleganza, quando saltellava sul fondo morbido del quadrato.

“Grosso gatto” fu il soprannome che meglio sintetizzava la gamma delle sue qualità e quelle nessuno poteva portargliele via. Non nel perimetro delimitato dalle corde, dove in fondo sai sempre quello che ti può accadere, come avrebbe detto molti anni dopo Mike Tyson. Nemmeno le ambizioni avrebbero potuto portargli via, salvo poi scendere a patti con la ragione, la quale suggeriva che essere un peso massimo negli anni in cui la scena andava condivisa con Sonny Liston, con gli astri  nascenti di Frazier e Foreman, con Ken Norton e, ovviamente, con Muhammad Ali, voleva dire con molte probabilità farsi bastare il riconoscimento di essere annoverato in quella sorta di empireo pugilistico.

Troppi e troppo bravi, i contendenti per il titolo più ambito del pianeta, all’epoca. Più di una medaglia olimpica; più della Coppa del mondo di calcio. E poi c’è la strada, per ognuno diversa, che ti tocca percorrere. Tra il ‘59 e il ‘60 “Big Cat” sulla sua trova Sonny Liston, il miglior Liston di sempre, probabilmente: ascendente, cattivo, potentissimo. Resiste per tre riprese la prima volta, a Miami, incrinando il setto nasale di Liston, riscuotendo la sua ammirazione. Nella rivincita, in quella Houston che nel frattempo era diventata casa sua, va giù alla seconda, sempre impostando l’incontro nell’unica maniera che conosce: venendo aventi a viso aperto, attaccando in virtù di quella potenza che tutti gli avversari gli riconoscono, di cui Liston aveva in parte pagato le spese. L’istinto demolitore, per non dire omicida di quest’ultimo, trova spiragli di luce per il suo allungo formidabile: grandinano montanti tutt’intorno ai pettorali alti del grosso gatto. Il suo istinto di rialzarsi evapora verso il soffitto dell’Astrodome, ben oltre le lunghe braccia del vincitore che mostra ai texani i suoi enormi pugni letali.

Si rimette sulla sua strada di sfidante, Cleveland Williams; cercando una nuova scalata, occasioni più giuste e meno pericolose, vincendo in maniera perentoria parecchi incontri, perdendone uno con Ernie Terrell per un verdetto controverso: tutto, per tentare di arrivare a giocarsi il titolo.

Tentare di arrivare, già: come quando la sera del 29 novembre del 1964, mentre sta rincasando in auto, viene fermato dalla polizia stradale alle porte di Houston. Forse il patrolman di turno non lo riconosce, pensa di avere davanti soltanto un nero monumentale e un po’ alticcio, perché Big Cat ha in effetti alzato un po’ il gomito quella sera. La sera di un periodo segnato, in varie parti degli Stati Uniti, dai disordini e dagli scontri provocati dalle rivendicazioni del Movimento per i Diritti civili. Dirà, il poliziotto, di aver avuto la sensazione che Williams stesse accelerando, subito dopo aver accostato. Va’ a sapere se è vero. Di certo c’è che il proiettile che esce dal suo revolver buca un rene e un tratto di intestino di Williams, annidandosi nella sua anca, da dove nessuno riuscirà mai a estrarlo.

Sulla strada, resta per sempre il meglio di Big Cat.

Quello che riuscirà a tornare sul ring sarà il suo involucro, intatto all’apparenza.

Senza un rene, senza un tratto abbondante di intestino tenue, dopo quattro interventi chirurgici in sette mesi.

Della forza il grosso gatto recupera la maggior parte; delle movenze e dell’agilità, oltre che della soglia di resistenza, soltanto un’ombra torna sul quadrato. E non è questione di verdetti, dei match che si porta a casa dopo il ritorno: quello che si ripresenta sul ring l’otto febbraio del 1966 contro “Big” Ben Black e che lo butta giù alla prima, è soltanto il gemello lento e infiacchito del Cleveland Williams che aveva steso Billy “The barber” Daniels il trenta settembre del 1964, quando la strada di Big Cat era ancora costellata soltanto di gente da stendere lungo l’arrampicata verso una nuova chance.

Eppure, il talento mefistofelico e organizzativo dei manager che hanno in mano la boxe negli anni sessanta, gente che agli eschimesi venderebbe anche i ventilatori, oltre ai frigoriferi, fa sì che Cleveland Williams abbia di nuovo la sua chance per il titolo, dopo quella prematura e intempestiva contro Liston. L’evento lo vendono bene, facendo leva sull’orgoglio e la voglia di rivalsa di Big Cat, che i suoi chili di muscoli li aveva recuperati e fatti di nuovo arrampicare lungo lo scheletro incrinato trascorrendo giornate intere in un ranch, a lanciare balle di fieno da ottanta chili.

Sull’altro lato del manifesto, il viso dalla bellezza quasi tronfia e dal naso intatto di Muhammad Ali. Da non crederci, se non fosse per la cifra dell’incasso.

Chiedete a qualsiasi cronista di boxe o biografo di Ali quale sia stata la sua performance migliore, quale il momento del suo apice e tutti vi risponderanno con la data del 14 novembre 1966, all’Astrodome di Houston. Tre riprese di vera e propria prestidigitazione pugilistica, sulla base di un gioco di gambe leggero e armonico al punto tale da far pensare a un qualcosa di diverso dalla boxe, o certamente distante dalla macchinosa potenza del massimi. Sembra di vedere James Brown, a tratti, mentre i suoi jab pungono a decine la mascella di Big Cat. Peraltro, Ali nonostante stia dando spettacolo a un certo punto dà a tutti la netta sensazione di non voler infierire oltre su Big Cat, quando torna sul quadrato dopo la seconda ripresa: lo butta giù per risparmiargli perlomeno l’umiliazione, oltre che per preservarlo dalla gragnola dei suoi colpi. Si comporterà in modo molto diverso, da vero e proprio carnefice Ali, quando protrarrà le sofferenze di Ernie Terrell, ma quella è un’altra storia.

La storia la si racconta sempre attraverso il punto di vista dei vincitori e, nei casi più eclatanti, dei figli prediletti: tale è Ali per la sua epoca, pur controversa e la serata dell’Astrodome passa alla storia come quella in cui il re appare più bello che mai. In pochi, anche rivedendo le immagini del match a decenni di distanza, si soffermano sull’atteggiamento di Williams, sul suo incedere macchinoso e sulla sua lentezza innaturale. I pugni alti a schermare il volto, i piedi che si trascinano con pesantezza descrivendo cerchi dal raggio esiguo. Come se il grosso gatto fosse diventato un topo frastornato ed esposto ai graffi del più grande. Come se Cleveland Williams fosse rimasto con gli occhi sbarrati e l’addome bucato davanti a un poliziotto della stradale. Perché contro quello vero, Ali avrebbe probabilmente vinto lo stesso, ma non si sarebbe potuto permettere di giocare.

Chiuderà a Denver, il 28 ottobre del 1972, contro Roberto Davila, il quale viene battuto dopo dieci riprese e un verdetto unanime. L’ottantesima, ultima vittoria di Big Cat, che alla boxe non ha strappato né gli allori, né i soldi che avrebbe meritato.

Operaio addetto alla manovra di carrelli elevatori, recita il prosieguo della sua biografia. Fino al terzo giorno di settembre del 1999.

Sempre una strada di Houston, stavolta Big Cat la sta attraversando a piedi, quando viene travolto da un’automobile. Nessun quadrato, stavolta, ad attenderne la copia sbiadita: muore dodici giorni dopo, all’ospedale “Ben Taub”.

Riposa al Paradise North Cemetery di Houston; anche da lì si vede un tratto di strada, dove ogni tanto i poliziotti chiedono a qualcuno di accostare per un controllo, senza per questo mettere mano al revolver.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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