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Cina-Giappone, sorpasso compiuto: è Sol Calante, anche in campo

C’era una volta il Sol Levante. Erano gli anni delle magliette della Reggina con “10 Nakamura” in giro per lo Stretto, di Hidetoshi Nakata protagonista dello scudetto 2001 della Roma, persino di meteore come Nanami a Venezia, Oguro a Torino, Morimoto a Catania e Yanagisawa tra Genova e Messina, nel loro piccolo componenti di uno “star system” che legava a filo doppio Giappone e Italia. Per tacere di Kazuyoshi Miura , idolo della Gradinata di Marassi. C’era una volta, perché oggi Giappone e Corea del Sud, da sempre capaci di trainare il calcio asiatico con una costante presenza dei propri esponenti nei campi di calcio del Vecchio Continente, stanno cedendo il passo. A chi? Alla Cina, ovvio. Involuzione figlia di un mercato nel quale i diritti televisivi sono ancora un gentile omaggio ai campionati europei più quotati e in cui la competitività dei singoli club dipende esclusivamente dalla volontà e dagli investimenti di poche persone.

Qualche giorno fa Yuto Nagatomo ha festeggiato i suoi sei anni nell’Inter: lo ha fatto anche con la simpatica-almeno per il diretto interessato-visita in quel di Appiano Gentile di un suo imitatore/sosia. Buon terzino e ottimo professionista, certo, ma acquistato forse dall’Inter anche strizzando l’occhio ad Oriente, il buon Yuto è un po’ l’emblema del sopito fascino giapponese sul nostro calcio. La Nazionale non ha avuto gli adeguati ricambi ed è servito Alberto Zaccheroni, certo non un nome per il quale fioccassero le offerte in serie A, per risollevarla: la Coppa d’Asia del 2011 resta l’ultimo trofeo sollevato.  E Nagatomo e Honda sono rimasti oggi gli unici “giapponesi d’Italia”: uno all’Inter, uno al Milan. Il prossimo derby della Madonnina ci offrirà uno spunto di riflessione in più. Soprattutto perché per loro potrebbe essere l’ultimo.

E dire che per piacere dall’altro capo del mondo la serie A ci aveva messo del suo: partite giocate in orari difficili da comprendere se restando alle nostre latitudini (vedi il famigerato “lunch-time” delle 12.30), maglie dai colori sgargianti, dichiarazioni ammiccanti. Non è servito. Almeno per risultare simpatici a Tokyo e dintorni. Sarà stato anche questo a far drizzare le orecchie al presidente cinese Xi Jinping – molto appassionato di calcio – che ha annunciato un piano decennale per potenziare le strutture calcistiche, per aumentare la popolarità del calcio tra i ragazzi e per far crescere circa diecimila calciatori cinesi in più ogni anno. Entro la fine del 2017 – si stima – il governo provvederà alla costruzione delle strutture d’allenamento per tutte le scuole che ne avranno bisogno, stimate in circa ventimila in tutto il paese. Tutto scritto e pianificato per lo sviluppo di un Paese che guarda oltre il 2050.

D’altronde, Sven Goran Eriksson, allenatore preparato quanto affezionato al dio denaro tanto da mettere piede in Cina prima del flusso ininterrotto di europei e sudamericani sull’aereo per l’Estremo Oriente, lo aveva predetto: i  cinesi avrebbero avuto presto la voglia di scrivere pagine importanti nella storia del calcio. La tecnica? Quella della finanza di larga scala: arrivo, pago e porto via. Se necessario, strapago. Chiedere conferma a Lavezzi, Pellè, Hulk, Paulinho, Jackson Martinez, Guarin, Ramires, ospiti dorati nella Super League, o a Marcello Lippi, Ct di una Nazionale che punta a vincere la Coppa del Mondo entro 15-20 anni. La strada è decisamente lunga – una sola qualificazione della Cina ai Mondiali, nel 2002-ma da quelle parti ci credono. Intanto, mettono radici in Europa: detto di Inter e Milan, in Inghilterra società cinesi hanno già le mani su Manchester City (13%), WBA (88%), Aston Villa, Birmingham e Wolverhampton (100%). In Spagna ha cominciato l’Atletico Madrid con la cessione del 20% delle quota a Wanda Group, poi è stato il momento di Espanyol (45%) e Granada (100%). In Francia capitali cinesi sono presenti in Sochaux (100%), Auxerre (60%), Nizza (80%) e Lione (20%). E non è finita qui.

Da Sol Levante a Sol Calante il passo rischia davvero di essere breve. La gioia, oggi, la regala il ranking FIFA: Giappone 46esimo e Cina 81esima. Qualcuno che resiste al fascino…dello yen però ancora c’è: qualche mese fa il New York Times raccontava della scuola calcio realizzata dal Guangzhou Evergrande, con 50 campi d’allenamento per 2800 ragazzini, basato sulla Masia, il settore giovanile del Barcellona. I costi? L’equivalente di 185 milioni di euro. Probabilmente in Catalogna la notizia sui giornali è finita incolonnata in qualche pagina poco letta: Rakuten, colosso giapponese dell’e-commerce (il suo negozio virtuale ha più di 50 milioni di utenti registrati), nell’estate 2017 dopo tre anni prenderà il posto della Qatar Airways sulle divise blaugrana. L’accordo prevede che Rakuten, attivo fra le altre cose anche nella comunicazione e nella telefonia mobile, versi al club catalano 55 milioni di euro all’anno fino al giugno 2021, con un’opzione per una quinta stagione, somma che potrà salire a 61,5 a seconda dei risultati sportivi (5 milioni in caso di vittoria della Champions e 1,5 per ogni Liga vinta). Beh, un tale Leo Messi potrà dire, come accaduto a un turista nipponico intervistato in Italia e diventato suo malgrado un meme, “sono giapponese”.

 

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