Connect with us

Cerca articoli

Calcio

Cile 1962, la Battaglia di Santiago e il Brasile Bicampeão

Cile 1962, la Battaglia di Santiago e il Brasile Bicampeão

Il 17 giugno 1962 allo Estadio Nacional de Chile, il Brasile batteva la Cecoslovacchia per 3 a 1 conquistando la sua seconda Coppa del Mondo della sua storia.  Per l’occasione vi raccontiamo il contesto, le partite più importanti e le curiosità del mondiale cileno. 

IL CONTESTO
Dopo le due edizioni organizzate in Svizzera e Svezia, nel 1962 la fase finale della coppa del mondo tornò a disputarsi in Sudamerica. Sei anni prima a Lisbona la FIFA aveva deciso di assegnare al Cile l’organizzazione del torneo, suscitando il disappunto delle federazioni europee e, soprattutto, dell’Argentina, che da tempo inseguiva la possibilità di ospitare il mondiale. Le geopolitica del calcio aveva partorito quella scelta in funzione delle spinte dei suoi attori più potenti, in particolare il Brasile, che avrebbe mal digerito l’assegnazione dei mondiali ai rivali di sempre. Una soluzione di compromesso che suscitò critiche e perplessità verso un paese del quale si dubitava della capacità economica di sopportare l’evento, oltretutto fiaccato dal terribile terremoto di Valdivia del 1960, il più devastante del secolo scorso, che ebbe conseguenze anche in paesi lontani come Giappone, Filippine, Nuova Zelanda, Australia e Isole Hawaii. Le condizioni socio-economiche del Cile furono oggetto di articoli molto severi da parte dei giornalisti italiani Antonio Ghirelli e Corrado Pizzinelli, inviati, rispettivamente, del Corriere della Sera e de La Nazione, che scatenarono il risentimento del popolo cileno e furono determinanti nel creare il clima avverso che l’Italia dovette affrontare nella disgraziata partita coi padroni di casa del 2 giugno 1962, passata alla storia come la battaglia di Santiago. Gli azzurri andarono in Cile con una discreta rosa della quale facevano parte gli oriundi Maschio, Altafini, Sivori e Sormani oltre a giocatori come Cesare Maldini, Trapattoni, Rivera e Bulgarelli, che comunque non bastarono per superare lo scoglio del primo turno, risultato fotocopia delle ultime due partecipazioni della nostra nazionale alla fase finale.

Le premesse per un mondiale di livello c’erano tutte. I campioni brasiliani del 1958, Pelè e Garrincha su tutti, si ripresentarono determinati a confermarsi. La Spagna poteva contare sul tasso tecnico di Suarez e Gento e dei naturalizzati Di Stefano e Puskas, l’Unione Sovietica aveva Yashin tra i pali, la Cecoslovacchia Masopust a dettare gioco in mezzo al campo, l’Inghilterra contava sui due Bobby, Charlton e Moore. A consuntivo, però, la realtà fu diversa e, più che la tecnica di gioco, a farla da padrone fu il calcio violento, aizzato in primis dai padroni di casa, consapevoli dei loro limiti e quindi avvantaggiati nello spostare sull’agonismo esasperato e fuori dalle regole il piano della competizione. Avallati, in questo, da direzioni arbitrali accondiscendenti che comunque non poterono spingere oltre le semifinali la selezione andina, fermatasi davanti allo strapotere del Brasile che, pur perdendo per un infortunio muscolare Pelè alla seconda partita, si confermarono con pieno merito campioni del mondo, raggiungendo Uruguay e Italia nel numero complessivo di vittorie della Coppa Rimet.

La seconda metà di quel 1962 impresse nella storia due eventi che i posteri non avrebbero dimenticato: la morte di Marilyn Monroe e la crisi missilistica cubana, che portò la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica ad un livello di tensione che sfiorò la guerra nucleare. Il mondo e il calcio riuscirono ad andare oltre, consentendoci oggi di raccontare gli aneddoti di quel mondiale che per la prima volta toccò la terra del Fuoco.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati di Chile 1962.

LE CURIOSITA’

Niente diretta (almeno in Europa)

Cile 1962 fu l’ultimo mondiale a non garantire la trasmissione delle partite in diretta in tutto il mondo per questioni tecniche. Mentre in Sud America la copertura live delle gare veniva assicurata, in Europa, se si volevano seguire i mondiali in diretta, non si avevano altre alternative che la radio. Per vedere le immagini delle partite era necessario aspettare qualche giorno, il tempo necessario perché le registrazioni arrivassero per posta aerea e venissero lavorate per essere trasmesse in TV (o nei cinema).

Il quoziente reti

In Cile la FIFA adottò il meccanismo del quoziente reti per determinare la classifica dei gironi eliminatori in caso di parità. Invece che la più semplice differenza reti, nella quale è la differenza tra gol fatti e gol subiti a determinare il valore sul quale parametrare due o più squadre a pari punti, il quoziente reti si calcola andando a dividere i gol fatti con le reti subite. Nel 1962, unico mondiale in cui venne adottata questa regola, vi si fece ricorso nel quarto gruppo per decidere la seconda classificata alle spalle dell’Ungheria: l’Inghilterra, con 4 gol fatti e 3 subiti (quoziente reti 1,33), sopravanzò l’Argentina, che aveva segnato 2 reti subendone 3 (quoziente 0,66). Entrambe erano a tre punti, frutto di una vittoria, un pareggio e una sconfitta (all’epoca la vittoria dava due punti in classifica).

Quattro capocannonieri

Il non eccelso livello di gioco del mondiale cileno è leggibile anche dalle cifre. Pur non essendo, di per sé, un parametro univoco di valutazione tecnica, il numero complessivo di gol scese dai 126 dell’edizione precedente (media 3,6 a partita) agli 89 del 1962 (media 2,8 a gara). Ne risentì anche la classifica dei cannonieri, che vide appaiati a soli quattro gol ben sei giocatori: Garrincha e Vavà (Brasile), Sanchez (Cile), Jerkovic (Jugoslavia), Albert (Ungheria) e Ivanov (URSS). Una coincidenza mai registrata nelle edizioni dei campionati del mondo precedenti e successive.

La battaglia di Santiago

Passò così alla storia l’incontro che il 2 giugno 1962 l’Italia giocò contro i padroni di casa all’Estadio Nacional de Chile di Nunoa, località nei pressi di Santiago, che, di fatto, estromise gli azzurri dal mondiale. Una partita nata sotto i peggiori auspici a causa degli articoli critici verso il paese andino che alcuni giornali italiani pubblicarono prima del match e che ferirono l’orgoglio nazionale dei cileni, refrattari poco prima del fischio d’inizio a raccogliere i garofani bianchi che i calciatori italiani lanciarono verso gli spalti in segno di distensione. Il clima della partita fu rovente ed ebbe più a che fare con gli sport di lotta che con il calcio. Dopo sette minuti l’Italia era già in dieci per l’espulsione comminata a Ferrini, colpevole di un fallo di reazione per un intervento da tergo di Landa. Espulsione maldigerita dall’azzurro: per lasciare il campo fu necessario l’intervento dei carabinieri. Nel frattempo l’oriundo Maschio sferrò un pugno a Leonel Sanchez senza che l’arbitro, l’inglese Aston, vide nulla. Sanchez che, sul finire del primo tempo, restituì il colpo a David il quale, non tutelato da Aston, si vendicò con un intervento in gioco pericoloso che ne determinò l’espulsione. Sanchez, non pago, trovò anche il modo di restituire il pugno a Maschio, fratturandogli il naso. Insomma, una battaglia senza esclusione di colpi che costrinse le forze dell’ordine ad intervenire più volte per sedare le risse che fiorivano sul campo. Alla fine l’Italia, in inferiorità numerica, subì due gol nell’ultimo quarto d’ora che ne determinarono la sconfitta e, nonostante la successiva vittoria per 3-0 contro la Svizzera, l’eliminazione. La battaglia di Santiago è passata alla storia come una delle partite più violente di sempre, forse la più brutale mai disputata durante un mondiale.

LA FINALE
Il 17 giugno 1962 all’Estadio Nacional de Chile il Brasile detentore del titolo e la Cecoslovacchia portano a termine il loro percorso mondiale durante il quale si erano già affrontate nella seconda partita del girone eliminatorio tornando negli spogliatoi con un interlocutorio 0-0, unico pareggio dei campioni prima della finale. I verde-oro, ormai metabolizzata la rinuncia a Pelè per infortunio, sono nella loro migliore formazione che comprende anche Garrincha, non squalificato dopo l’espulsione rimediata in semifinale contro il Cile grazie a trame poco ortodosse del governo brasiliano. La Cecoslovacchia, dal canto suo, si presenta coi suoi dieci buoni giocatori illuminati dalla classe del futuro Pallone d’Oro Josef Masopust. Che poi è il primo a inserire il suo nome nel tabellino dei marcatori al quarto d’ora del primo tempo quando, imbeccato da Pospichal, manda alle spalle di Gilmar il pallone dell’1-0.

Il tempo di respirare la gioia del gol che il Brasile pareggia: discesa sulla sinistra di Amarildo, gran sostituto di Pelè nel corso del torneo, e tiro ingannevole che si infila quasi dalla linea di fondo campo tra il palo e il portiere Schrojf. Come si dice in questi casi, 1-1 e palla al centro. I cechi continuano a produrre il loro calcio fatto di corse e meccanismi collaudati illuminati dall’estro di Masopust ma il Brasile, troppo superiore tecnicamente, nel secondo tempo prende il largo. Al 24° è ancora Amarildo protagonista: con un cross dalla sinistra dell’area di rigore consente a Zito di segnare di testa mentre al 33° una grave incertezza del portiere cecoslovacco su un traversone dalla trequarti campo consente a Vavà di appoggiare comodamente il pallone nella porta vuota e di issarsi, insieme ad altri cinque giocatori (tra cui il compagno Garrincha), sul trono dei capocannonieri del torneo.                        

I PROTAGONISTI

Lev Yashin – Titolare dell’URSS per tre mondiali (1958-1962-1966 mentre partecipò al quarto nel 1970 da riserva), Yashin è stato uno dei migliori portieri della storia del calcio. Dotato di un colpo d’occhio e di doti fisiche fuori dal comune, ebbe una carriera molto lunga anche grazie al suo stile di vita, sobrio e leale in campo e fuori. Non era di quei portieri che lasciava troppo spazio alle parate plastiche e ai voli gratuiti, preferendo piazzamento e senso della posizione, ricordando in questo il nostro Dino Zoff. Soprannominato il Ragno Nero per via del colore che amava utilizzare per il suo completo di gioco, Yashin dimostrò sempre una grande personalità che lo portò a guidare le difese di cui si ergeva a estremo difensore con grande carisma. Molto bravo nelle uscite, per certi versi fu un antesignano dell’interpretazione del ruolo odierna, amando uscire dal perimetro di competenza dei portieri del suo tempo per cercare giocate da vero e proprio libero. Con l’Unione Sovietica vinse le Olimpiadi del 1956 e il primo campionato Europeo del 1960 mentre a livello individuale diventò l’unico portiere ad aggiudicarsi un Pallone d’Oro nel 1963. Una curiosità: prima di diventare calciatore, nel 1953, vinse una coppa sovietica di hockey su ghiaccio con la squadra della Dinamo Mosca. In che ruolo? Provate a indovinare…

Josef Masopust – Nella squadra che più seppe mettersi in luce dopo il Brasile, il giocatore maggiormente rappresentativo fu Josep Masopust. Doti dinamiche e tecniche di elevato spessore ne facevano un “tuttocampista” in grado di allargare il raggio della sua azione nella vasta zona centrale del campo, primo interlocutore della linea difensiva nonché raffinato rifornitore di lunghi lanci in verticale adatti all’attivazione dei compagni avanzati. Era già arrivato terzo agli Europei di Francia due anni prima quando, il 17 giugno 1962, scese in campo a contendere la coppa del mondo ai campioni in carica brasiliani con la sua Cecoslovacchia. Dopo un quarto d’ora fece anche gol a Gilmar, illudendo la sua gente di poter davvero sottrarre quella vittoria ai verde-oro. Un sogno durato lo spazio di due minuti che però non vanificò la prestazione individuale di livello assoluto di Masopust, che proprio quell’anno venne insignito del Pallone d’Oro superando il fuoriclasse Eusebio e un altro giocatore niente male che rispondeva al nome di Karl Heinz Schnellinger. Un mito autentico per il calcio dell’est europeo come lo furono Puskas per l’Ungheria e Yashin per l’Unione Sovietica.

L’INTERVISTA
Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Amarildo, eccellente sostituto di Pelè ai mondiali del 1962, rilasciò a vari organi di stampa.

Amarildo, come affrontò la finale contro la Cecoslovacchia?
Ero emozionato, a dire il vero. Come i miei compagni, del resto, nonostante avessero molta più esperienza di me. Penso che fosse normale: stavamo per giocare la finale della coppa del mondo, sarebbe stato strano il contrario. Poi andò tutto bene.

Lei fece anche gol.
Si, quello che ci fece raggiungere il pareggio dopo la marcatura iniziale di Masopust.

Ce lo vuole raccontare?

Certamente. Scesi verso il fondo sulla sinistra superando il mio marcatore. Arrivato sulla linea alzai lo sguardo e vidi il portiere Schrojf fare due passi avanti alla porta, pronto a uscire per intercettare un mio eventuale cross in mezzo all’area. Era un atteggiamento che teneva di consueto, l’avevo studiato nella partita che la Cecoslovacchia aveva giocato col Messico a Vina del Mar e quel movimento me l’aveva fatto notare il nostro allenatore. Decisi quindi di sorprenderlo tirando a rete invece che buttare la palla in mezzo: un tiro ad effetto che si infilò tra lui e il primo palo, ingannandolo nettamente. A ripensarci adesso sembra facile, vero?

Come fu l’andamento della partita dopo il suo pareggio?

Dopo quella rete scacciammo definitivamente tutto il nervosismo che avevamo avvertito all’inizio e col nostro gioco straripammo.

 

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Da non perdere

Calcio

Didi, il calcio in due sillabe – Per Didi giocare a calcio è come sbucciare un’arancia. – Pelé  Nella favela di Campos, alle porte...

Altri Sport

Jonah Lomu, più forte del suo destino Il 18 novembre 2015 ci lasciava, nella città neozelandese di Auckland, Siona Tali “Jonah” Lomu, da tutti...

Calcio

Sandro Mazzola racconta Messico 1970 Sandro Mazzola fu uno dei calciatori più rappresentativi dell’Italia vicecampione del mondo nel 1970. Coprotagonista con Gianni Rivera della...

Calcio

Kasper non ha paura Compie oggi 34 Kasper Schmeichel, il portiere danese del Leicester che ha dovuto convivere tutta la sua carriera con la...

Altri Sport

Stefania Belmondo: a tu per tu con la “Trapulin d’oro” dello sci italiano Il mondo dello sport riparte con fatica tra la seconda ondata...

Calcio

Mané Garrincha: quando l’oro era gratis Il 28 Ottobre 1933 nasceva Manè Garrincha, il fenomeno brasiliano scomparso neanche cinquantenne per cirrosi epatica ed edema...

Calcio

Daniel Subasic, nel cuore e nella mente Compie oggi 36 anni Daniel Subasic, il portiere della Croazia che in ogni partita non dimentica mai...

Calcio

Carlos Alberto, capitano elegante e talentuoso del Brasile ’70 Il 25 Ottobre 2016 il calcio brasiliano perdeva uno dei suoi più grandi simboli. Il capitano...

Calcio

Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero Il 22 ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone...

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900 Il 14 ottobre 1873 nasceva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di...

Calcio

Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo Se pensiamo al grande Manchester United e all’Inghilterra Campione del Mondo, ci vengono in mente...

Calcio

Socrates alla Roma: Sogno di una notte di mezza estate Socrates in giallorosso. Forse una semplice suggestione giornalistica, al limite del provocatorio. Forse qualcosa...

Gioco Pulito è una Testata giornalistica registrata presso il Tribunale Civile di Roma – Autorizzazione N° 184/2018 del 22-11-2018 Società Editrice Io Gioco Pulito srls - Direttore Responsabile Antonio Padellaro