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Il ciclismo di oggi e di domani: a tu per tu con Matteo Trentin

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Il ciclismo di oggi e di domani: a tu per tu con Matteo Trentin

Dopo la consueta chiusura di fine stagione sancita dal Giro di Lombardia il mondo delle due ruote vive il rituale periodo di stop invernale, momento ideale per pianificare e programmare gli obiettivi della stagione 2020. Periodo anche di nuovi innesti che investono diversi atleti oggetto di un ciclomercato importante che ha interessato diversi big team del World Tour con non pochi cambi di casacca importanti. Landa e Carapaz lasciano la Movistar per accasarsi rispettivamente alla Bahrein e al Team Ineos mentre a livello nostrano Elia Viviani correrà per la Cofidis, lo squalo di Messina per la Trek Segafredo e Matteo Trentin è passato ai polacchi della CCC Team. Passaggio importante per il vice campione del mondo che dopo due annate discrete alla Mitchelton Scott ha optato per un club-corazzata che possa esaltarne maggiormente le caratteristiche di grande finisseur. Carriera notevole quella del trentenne di Borgo Valsugana condita da una vittoria al Giro, tre al Tour e quattro alla Vuelta a cui va aggiunta la splendida medaglia d’oro di Glasgow ai campionati europei su strada e l’agrodolce argento ai recenti campionati mondiali di Harrogate nel quale è stato beffato in volata a sorpresa dalla rivelazione dal danese Mads Pedersen. A trent’anni compiuti Trentin è nel pieno della sua maturità agonistica avendo dimostrato ampiamente di essere una delle punte di diamante della nazionale a disposizione di Cassani per le kermesse di un giorno, l’obiettivo sarà di sicuro quello di tradurre le sue grandi potenzialità in vittoria anche nelle classiche del nord nelle le quali fino ad oggi non è mai riuscito ad esprimersi come tutti noi ci aspettiamo. Abbiamo avuto il piacere di discutere con lui gli obiettivi della prossima stagione e le dinamiche complesse di un ciclismo sempre più globalizzato.

Matteo buongiorno. Prima di addentrarci nella tua nuova avventura riavvolgiamo il nastro a quel 29 settembre di Harrogate. Hai già risposto tante volte a questa domanda, ma credo che a parte la delusione  emerga la consapevolezza di aver fatto una grande impresa e di essere in una gara singola uno degli atleti più forti del mondo.

Sì certo ho fatto una grande gara con un ottimo risultato nonostante tutto. E’ chiaro che bruci ancora un po’ perché in questo sport si corre per vincere, ma non dimentichiamoci le pessime condizioni meteo e il fatto che sia stato uno dei mondiali con meno arrivi al traguardo. Il rimpianto si fonde con l’orgoglio, questo è il ciclismo.

Sei nel pieno della tua maturità, approdi in questo nuovo e formidabile team dopo anni in squadroni come la QuickStep e la Mitchelton Scott. A chi devi un grazie per il tuo percorso formativo da uomo e da atleta?

Tantissime persone! Sarebbe un elenco troppo lungo da fare e rischierei di dimenticarne qualcuno, ma il posto speciale che occupa la mia famiglia è il gradino più alto del mio podio. Sono loro che sanno essermi vicino quando ne ho davvero bisogno, soprattutto quando le cose girano male. Quando invece va tutto bene è molto più semplice avere un sorriso o una pacca sulla spalla. Grazie ai miei genitori grazie alla mia compagna Claudia e grazie ai miei figli, per tutta la forza che mi danno.

La tua stagione con la CCC. Obiettivi per il 2020? Classiche del Nord o grandi Giri?  Con Masnada e Zakarin avete grandissime ambizioni su tutti i fronti?

Sì partiremo a tutta per essere competitivi nelle classiche del nord, dopodiché tireremo le somme e decideremo a quale o quali corse a tappe partecipare. Personalmente miro a migliorare i risultati della scorsa stagione, magari meno piazzamenti e qualche vittoria in più o buoni piazzamenti nelle gare che contano. In questa parte della mia carriera l’obiettivo primario è la qualità e non la quantità e con la CCC credo di aver fatto la scelta giusta in questa direzione.

Il ciclismo moderno con calendari iperaffollati è molto stressante, difficile mantenere la competitività nell’intero arco della stagione. E’ un bene o un male per questo sport? La troppa programmazione toglie un po’ di fantasia e di improvvisazione?

Di sicuro il sovraffollamento dei calendari UCI non mi entusiasma perché ciò che ne risente è la qualità media dello spettacolo. Avere troppe corse vuol dire averne alcune di livello non eccelso, a volte si cerca più l’aspetto economico che di sicuro è un bene perché certifica la voglia di investire in questo sport, a discapito dello spettacolo ciclistico che viene penalizzato. La programmazione invece è ciò che rende possibile avere performance di altissimo livello nelle grandi gare singole o a tappe, senza quella oggi non si va da nessuna parte.

 I tuoi esordi. Come hai iniziato e con quali aspettative. Credevi un giorno di poter diventare Matteo Trentin?

Mi chiamo così sin da piccolo per cui lo sapevo!! Scherzi a parte francamente ho iniziato tutta la trafila come tanti ragazzi e fino a quindici o sedici anni era un passatempo, poi le cose sono diventate più serie. Ho finito gli studi conciliando entrambe le cose fino a quando non sono passato professionista e da lì sono diventato Matteo Trentin. Non me lo aspettavo, ma la passione, il lavoro e la costanza mi hanno portata fin qui.

Il movimento italiano in generale. Come lo giudichi? C’è ricambio generazionale? Visti gli alti budget che hanno gli squadroni internazionali quanto è difficile oggi fare il professionista in una squadra italiana?

Il movimento italiano sta bene, ci sono corridori di altissimo livello molti dei quali militano in formazioni straniere e a livello di classifiche UCI siamo sempre nei primi tre nei vari ranking senza dimenticarci le svariate medaglie vinte nella rassegna iridata inglese. Il ricambio c’è e ci sarà anche perché sto cominciando a diventare vecchietto, ma il vero peccato è non trovare in Italia delle aziende e appassionate che investano nel ciclismo a i massimi livelli. L’unico che ci sta provando è Segafredo, ma un paese con la nostra tradizione ha bisogno di  qualcosa in più e a mio avviso non è un problema di soldi, ma di voglia e di feeling che questo sport deve riallacciare con le imprese moderne.

Hai vinto al tour alla vuelta e al giro. Quale delle tre kermesse è più dura secondo te? Hai mai pensato seriamente di poter fare classifica in un grande giro?

Tutte e tre diverse e tutte durissime! Fare classifica? Neanche se mi sparano…

Il tuo rapporto con la nazionale di Cassani. Sembra un gruppo coeso e i frutti incominciano a vedersi. La tua esperienza all’interno del gruppo?

Il gruppo è una bella realtà, ormai è un po di anni che ci conosciamo essendo partiti nel 2015. Siamo più o meno gli stessi da diversi anni con alcune varianti che Davide gestisce a seconda delle tipologia di percorso, siam partiti in sordina e ora stanno arrivando i risultati dovuti all’impegno di tutta la squadra. E’ un onore per me farne parte. Abbiamo ancora diverse cartucce da spararci negli anni a venire e un mondiale lo meriteremmo di sicuro.

Doping, problema risolto a tuo avviso? Di sicuro i controlli non mancano.

Problema non risolto per nulla perché il mondo perfetto non esiste, ci sarà sempre qualcuno pronto a barare per cui non mollare su controlli e prevenzione, partendo dai settori giovanili. Non c’è secondo me altra strada se non questa e l’Italia sta facendo la sua parte in entrambe le direttrici.

Un messaggio ai giovani ragazzi che sognano una carriera da professionisti. Mettetevi le scarpette e iniziate a pedalare e lasciate gli smartphone?

Non esageriamo, tenetevi gli smartphone e pensate a praticare il ciclismo serenamente finchè siete dilettanti. Oggi si vedono ragazzini che già a quindici anni si atteggiano da professionisti con tanto di procuratori al seguito come se fosse già tutto sotto controllo, ma il ciclismo è un’altra cosa e crescendo lo capiranno. Dico solamente per esperienza che fare il ciclista deve essere innanzitutto divertente e il frutto di una grandissima passione.

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Fabio Bandiera
A cura di

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