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Chilavert non si giudica dalla copertina

Chilavert non si giudica dalla copertina

Spesso mando ciò che scrivo a una mia carissima amica. Le chiedo di dare un’occhiata perché di lei mi fido più che di me e ha competenze che io mi sogno. Quando lei parla io mi ammutolisco; le riconosco una autorevolezza per la quale devo solo prendere appunti.

Però questa è un’epoca strana, difficile che una persona venga ascoltata per quello che sa. È più facile che venga sezionata per quello che appare, specie le donne, ma non solo. Ci nutriamo di giudizio tranciato in macelleria social.

Ho pensato alla storia di Josè Luis Chilavert. Un portiere paraguayano che a guardarlo hai paura. Paura vera. Un Tyson indio, che in campo non le mandava certo a dire. Josè non era proprio un portiere armonico, era una belva di muscoli. In più, non solo parava, ma segnava pure. Su punizione, su rigore e su azione. Ha fatto una sessantina di gol. Una volta un giornalista italiano lo chiamò per un’intervista, Chilavert non parlò quasi mai di calcio. Parlò della gente del suo paese, del riscatto sociale dei poveri, del fatto che la cultura è importante per andare avanti. E confessò di divorare un sacco di libri, partito da Garcia Marquez.

Chiese al giornalista un favore. “Ho sentito che in Italia è uscito il nuovo libro di Umberto Eco, io lo ammiro, vorrei conoscerlo e stringergli la mano. Potresti farmi avere una copia del libro con la sua firma?”. Il giornalista rimase di sale, aveva visto un uomo con un’anima dolcissima ma ben nascosta, in un corpo da buttafuori da discoteca.

Perché spesso giudicare una persona solo da come la si vede, bellissima o inquietante che sia, è un passo affrettato che non fa guardare le crepe che ognuno di noi ha dentro. Ed è da quelle crepe che passano tutti i refoli di esistenza che ci tengono vivi e rivelano quello che siamo.

A proposito, il giornalista mantenne la promessa. Chilavert ebbe il suo libro. A Eco spiegarono per chi era. Il professore accennò un sorriso. E firmò: “a Josè, Da Umberto Eco”. Quando si è autorevoli basta poco.

Ettore Zanca
A cura di

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