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Chiamatelo Garellik: La storia di Claudio Garella

Chiamatelo Garellik: La storia di Claudio Garella

Para e basta. Para più che puoi. La parte del corpo coinvolta non conta: para ed esulta. Claudio Garella ha incarnato il motto.

Dinoccolato, poco incline all’eleganza dello stile fuori e dentro i pali, sfacciatamente essenziale. Lui, il Garellik nato a Torino nel cuore degli anni cinquanta del novecento. Portiere? Beh, complesso definirlo tale.

All’ombra della Mole, sponda granata, muove i primi passi bagnando anche l’esordio tra i grandi. Per due anni viene spedito in Serie D dove, tra i legni del Casale, riesce nell’impresa di firmare addirittura un goal su penalty. Intervallo in quel di Novara e poi, in un batter d’occhio, il guardiano si trova catapultato nella piazza biancoceleste della capitale: indossa i guantoni della Lazio dal ’76 al ’78. In certi placoscenici non ti perdonano. Il successore di Felice Pulici se la cava piuttosto bene fino a quando, in due colpi, gli avversari di Lens e Vicenza si scagliano violentemente contro di lui. La tifoseria laziale non è morbida nei giudizi. Meglio cambiare aria, direzione Liguria, per cancellare l’incubo “Paperella”.

Nella Sampdoria Claudio si stabilizza ed acquista una consapevolezza fuori dal comune. Il mito del portiere senza mani, come sottolineato anche da Gianni Agnelli, diventa piacevole abitudine nel periodo di Verona. Bagnoli è il maestro dell’Hellas dei sogni: sarà scudetto nella stagione 1984-1985. Le sue parate condite dalle firme di onestissimi interpreti come Fanna, Di Gennaro, Galderisi, Briegel ed Elkjaer. In casa della Roma prende tutto, ma proprio tutto. Le coronarie giallorosse rischiano gravi conseguenze osservando quel pallone che non vuole entrare.

Garella toccherà la vetta tricolore anche con i guantoni del Napoli. Il 10 maggio 1987 San Gennaro piange di gioia con il giubilo del San Paolo per i Maradona boys. Il punto più alto della sua carriera concreta e senza fronzoli.

Fisico consistente ma non scientificamente palestrato come quello dei numeri 1 contemporanei. Certo, non è mai stato un giocatore da copertina patinata.

Il tempo di una Coppa Italia in terra partenopea e poi, al culmine di un controverso scontro con mister Bianchi, i saluti.

Altri due giri a Udine a fine decennio. Claudio pensa dentro la sua anima e decide infine, nel 1991, di appendere scarpini e guanti al chiodo con un grazie al popolo di Avellino.

Chiamatelo Garellik. Il paratutto: piedi, coscia, pancia e petto. Prende pure una lavatrice usando tutte le zone del corpo, tranne le mani.

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