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Pugilato

Chi era Jackie McCoy, eroe silenzioso nel rumoroso mondo della boxe

Chi era Jackie McCoy, eroe silenzioso nel rumoroso mondo della boxe

Il 15 gennaio del 1997 moriva di cancro Jackie McCoy, per quarantasei lunghi anni protagonista silenzioso nel mondo del pugilato.

Il suo nome dirà poco alla moltitudine di appassionati, ma sono le persone come Jackie che fanno della boxe il più affascinante sport del mondo.

Da peso piuma professionista era stato un onesto combattente, divenendo l’idolo locale nei circuiti pugilistici di fine anni ’40 della California del sud; durante il giorno, però, era costretto a lavorare come scaricatore di porto a San Pedro, un distretto marittimo di Los Angeles.

Le sue serietà, applicazione e disciplina tornarono immediatamente utili nell’intraprendere la carriera di allenatore: nel ’69 traghettò Mando Ramos al titolo mondiale. Questo al prezzo derivante dall’impegnarsi con un ragazzo problematico, che per metà degli allenamenti spariva, che veniva arrestato nei sobborghi di notte, che cadeva nell’alcol e nella droga con grande facilità.

Altri quattro pugili divennero campioni del mondo sotto la sua guida: Don Jordan, Carlos Palomino, Raul Rojas e Rodolfo Gonzalez.

Anche Don Jordan, di carattere simile a Ramos, fu salvato molte volte dal proprio allenatore e ne ebbe a serbare un gran ricordo: “Tutto quel che ho nella vita, lo devo a lui!”

Finita la carriera da allenatore, Jackie divenne il miglior cutman in circolazione, l’uomo che ogni pugile vorrebbe avere al proprio angolo.

Don Fraser, il famoso promoter, usò queste parole come ultimo saluto a McCoy: “In tutti i miei anni di boxe, non ho mai sentito una parola negativa su Jackie. Trattava i suoi atleti giustamente ed anche quando i loro anni da pugili erano finiti, con lui restavano grandi amici

Palomino, il suo atleta più disciplinato, aggiunse in un’intervista come, dalle sue borse, McCoy non avesse mai preteso un dollaro, fino agli incontri validi per i titoli mondiali.

Jackie McCoy, vedovo e senza figli, è stato ormai dimenticato: in rete non si trovano articoli che lo ricordino, le numerose pubblicazioni di pugilato a cui sono abbonato non ne parlano, i suoi pugili hanno fin troppi problemi per rievocarne la memoria.

A oltre venti anni dalla sua scomparsa, però, un manipolo di arditi lettori appassionati di sport e pugilato, ne rammenta le gesta di grande tecnico e uomo perbene.

Marco Nicolini
A cura di

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quando non ero ancora trentenne. Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca. Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica. Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. Nel 2015 ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo. Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

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