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Charles “Sonny” Liston, un uomo

Charles “Sonny” Liston, un uomo

Il 30 dicembre 1970 moriva a Las Vegas Sonny Liston, uno dei più grandi pugili della storia di questo sport. Vi raccontiamo la sua storia.

– Cerchi la tomba di Liston? Facile, è quella senza fiori… – Il custode del Cimitero Monumentale di Las Vegas, un giorno alla fine degli anni ottanta, a un giovane uomo di nome Mike

Geraldine…oh, Geraldine, che a una fermata d’autobus m’hai guardato negli occhi. Cosa c’hai visto, cosa c’hai trovato? Forse qualcosa che nemmeno io ho mai saputo di avere, Geraldine. Io li ho usati sempre per mettere paura alla gente, che ci fosse di mezzo un arbitro o una refurtiva da portare via prima che arrivassero gli sbirri.

Mettevo una camicia sgargiante, di colore giallo, per i furti: come se non mi si notasse già abbastanza per i bicipiti, per il torace, per l’apertura delle spalle. Quando ci beccavano, prima di identificarci io figuravo sempre come “Negro 1”: era così che scrivevano. A me toccava immobilizzare la gente; ero meglio di una pistola.

 

Sei tutto quello che so sull’amore, Geraldine; sei l’unica lezione che abbia imparato, ogni volta che mi hai riaperto la porta di casa, a St.Louis come a Las Vegas: io che non ho mai imparato del tutto a leggere, tu che non hai voluto mai contare le mie sbronze, le puttane per cui nel letto ti ho lasciata sola. Mai meno di due, Geraldine, questo me lo ricordo: l’appetito dell’Orso non si placa mai. È così che mi chiamano, come dar loro torto, del resto?

Un’altra cosa, forse una sola, prima del tuo amore ho imparato: un brano musicale, Geraldine, dove il sassofono scandisce il viaggio di un treno nella notte; uno di quei treni che vedi in mezzo al niente, quando passano; che non sai dove sia partito, né quando; nemmeno sai come e in quale momento finirà il suo viaggio. Come me, Geraldine, che per i miei manager, te li raccomando quelli, sarei nato nel 1932; secondo la fedina penale invece nel 1927.

Ti lascio poche parole da incidere sul marmo, Geraldine, io che con le parole ho avuto sempre poca confidenza; oh, a meno che non fossero minacce, tutto ciò che so dell’infanzia. Le ho restituite sul quadrato, questo è vero, e mi bastava guardarli in faccia, prima di tornare all’angolo per aspettare la campana.

Diglielo tu, a quelli dell’autopsia, che queste strisce color rame lungo la schiena sono il ricordo della frusta di mio padre: durano più di un titolo mondiale, come vedi; forse descrivono meglio della cintura chi sono stato davvero. Del resto, il titolo l’ha vinto Sonny, io mi chiamavo Charles. O mi chiamo così soltanto ora? Sonny l’ho conosciuto nella palestra del penitenziario, lì sono nato quasi una seconda volta; se ci pensi, Geraldine, mi hanno trattato meglio dietro le sbarre che fuori. Pensa alle mani: a otto anni mio padre ci ha visto soltanto dita buone a staccare i batuffoli del cotone. Se può sedere a tavola può anche lavorare, così disse, e dagli torto se sei capace. In carcere invece hanno perso tempo a misurarmi il pugno: trentacinque centimetri, da nocca a nocca. Ho imparato cosa sia un atto di riguardo quando hanno cucito due guanti insieme per permettermi di allenarmi. Un essere umano, con un pugno disumano. O forse soltanto un futuro affare, da proteggere il più possibile, da custodire come i guadagni che ho fatto piovere addosso agli italiani. Il dodici per cento a me, il resto a loro. Un grande pugno, tenuto in pugno.

Mi hai trovato con un ago nel braccio, io che degli aghi ho sempre avuto il terrore; di quelli soltanto Geraldine. Dovevano fregarmi anche stavolta: diranno eroina, overdose, non so nemmeno che vuol dire. Mi avevano mandato dei crisantemi, qualche giorno prima, quando eri partita per andare a trovare i tuoi parenti. Mi sembrava uno scherzo. Avevo chiesto aiuto anche a Frank Sinatra, sai? A Sammy Davis Junior, pure. Se mi sono serviti? Oh, giudica tu, Geraldine, adesso che non servo più a nessuno. Sapevo un sacco di cose, pensavo mi aiutassero a restare in piedi, invece proprio quelle mi hanno buttato giù. Mi hai visto più o meno come quando Clay, o come diavolo aveva iniziato a chiamarsi, mi diceva di rialzarmi. Forse nemmeno lui sapeva delle minacce di quei tizi col turbante, di quella montagna di scommesse.

Che importa più?

Forse era già Capodanno, forse no: sono nato e morto “più o meno”, Geraldine, come quel treno nella notte di Jimmy Forrest. Ascoltalo, quando puoi, quel blues che mi piaceva tanto.

Mi avessero ucciso a colpi di Whisky, perlomeno ci avresti creduto. Anche il bicchiere mi ha tradito, per carità, ma almeno non mi aspettavo altro: meno falso di tanti amici, insomma.

Se sapessi quanti fratelli ho avuto per davvero, se solo mia madre avesse tenuto il conto, ora perlomeno una trentina di persone le avresti, a farti compagnia, mentre vieni appresso al mio carro funebre. Ma non sarebbe giusto, non verrebbero per Charles, che hanno preso a calci finché non sono cresciuto; qualcuno di loro ha provato ad avvicinarmi quando ero già campione, un tizio si presentò in palestra dicendo di essere mio fratello. Per quanto ne sapevo poteva essere più vero che falso; per quanto me ne importava quel tizio fece un viaggio a vuoto. Come quest’ultimo che sto facendo io, Geraldine, con te e questi quattro gatti. Ma è giusto così: chi mai si sognerebbe di andare al funerale di un orso?

Non piangere, Geraldine; pensa che ora non ti toccherà più leggermi lentamente la cronaca sportiva, o i risultati delle corse sulle quali continuavo a puntare. Forse mi hai risparmiato qualche articolo in cui venivo trattato come un topo di fogna: è così che mi hanno fatto sentire, anche con la cintura addosso. Il Campione del mondo che Kennedy aveva chiesto a Patterson di buttare giù, a ogni costo, perché Floyd era il negro giusto, quello integrato, quello che non dava problemi; non uno come me, uno che ti fa vergognare per ogni maledetta cosa della sua vita: per il suo passato, le sue puttane (scusa, Geraldine), il suo whisky, le condanne, i suoi manager mafiosi, le notti al casinò. Avrei dovuto perdere con Patterson, non potevo che andare giù con Clay, o come diavolo si chiama adesso.

Forse ti ho anche amato, Geraldine, senza sapere di esserne in grado.

Ti lascio questa casa di Las Vegas, ammesso che te la facciano tenere, e questa lettera d’amore che t’avrei scritto, se mai avessi imparato a farlo.

Tuo, Charles. O Sonny, se anche tu ci avevi fatto l’abitudine.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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