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Champions League, il fallimento del calcio democratico di Michel Platini

Manchester City, Porto ,Villarreal, Ajax, Borussia Mönchengladbach, Steaua Bucarest, Monaco, Young Boys, Rostov e Roma. Cinque tra queste squadre saranno fuori dalla prossima Champions League.

Viktoria Plzeň, Dinamo Zagabria, Salisburgo, Ludogorets, Copenhagen, Celtic, APOEL Nicosia, Hapoel  Beer Sheva, Legia Varsavia e  Dundalk: Cinque tra queste squadre saranno invece sicuramente ammesse alla fase a gironi della prossima Champions League.

Queste venti squadre rappresentano le partecipanti ai prossimi Play-Off di Champions. La divisione non è casuale dato che le prime dieci squadre sono le cosi dette “Qualificate” nei maggiori campionati europei  e che per arrivare tra le meravigliose 32 devono sfidarsi tra loro, mentre le altre dieci sono le formazioni “Campioni” dei campionati minori d’Europa, cioè quelli relativi  ai paesi che sono al di sotto del dodicesimo posto del Ranking Uefa. Fa molto pensare però che squadre come Ajax, Porto o Manchester City rischino di rimanere fuori dal maggior torneo continentale, facendo spazio, magari, a squadre dai nomi impronunciabili come l’Hapoel Beer Sheva o il Dundalk che mai si sono affacciate nelle coppe prima di oggi. Il tentativo di calcio democratico portato avanti dall’ex presidente della Uefa Michel Platini dal 2009 può essere considerato un fallimento pressoché totale, perché ha creato sì una Champions League  con una presenza più eterogenea a livello di nazioni rappresentate, ma è andato completamente a discapito della qualità che negli ultimi anni è calata notevolmente rendendo alcuni gironi di una noia mortale oltre che poco spettacolari.

STORICO- Se si vanno ad analizzare le scorse due edizioni della Champions League il dato è quantomeno sconfortante. Se partiamo dalla stagione 14-15, quella in cui il Napoli fu estromesso per mano dell’Athletic Bilbao, a qualificarsi dalla griglia delle squadre campioni dei campionati minori furono Maribor, Malmoe, Apoel, Ludogorets e Bate Borisov. Di queste cinque formazioni nessuna è riuscita a passare al secondo turno e anzi sono arrivate tutte all’ultimo posto senza mai neanche lottare nemmeno per arrivare al terzo, piazzamento che avrebbe dato la possibilità di qualificarsi almeno per l’Europa League. La stagione successiva il copione rimase pressoché il medesimo: Le squadre campioni ad accedere al tabellone principale in questo caso sono state Dinamo Zagabria, Malmoe, Astana, Bate Borisov e  Maccabi Tel Aviv. Neanche a dirlo di queste cinque nessuna è riuscita a passare il turno e tutte sono arrivane rigorosamente ultime nei rispettivi gironi. Se si pensa che a rimanere fuori dalla Champions sono state squadre come la Lazio, lo Sporting Lisbona o il Valencia è lecito chiedersi se veramente se l’obiettivo di questa riforma  è stato quello di preservare la competitività di questa competizione.

EREDITA’- L’eredità del calcio democratico di Michel Platini è praticamente nulla, nel senso che non c’è stato alcun miglioramento a livello sportivo della Champions, anzi le squadre più forti passano in maniera ancora più facile i rispettivi gironi cominciando a faticare solo dagli ottavi in poi. A cascata questa riforma ha portato anche delle conseguenze negative sul livello di competitività dell’Europa League. Anche qui la spettacolarità della competizione aumenta solo dai sedicesimi in poi quando a scendere dalla Champions sono le terze dei rispettivi gironi. Anche in Europa League la competitività è limitatissima a poche squadre che fino a Marzo usano le riserve per passare in scioltezza i rispettivi gironi. Insomma la battaglia del calcio democratico che permise a Platini di convincere anche le federazioni più piccole a votarlo nel 2007 a capo della Uefa, alla fine può considerarsi come un ennesimo favore ai grandi club che, grazie all’allargamento delle partecipanti, si scontrano tra loro sono nelle fasi clou della Champions, acquisendo ogni anno premi e diritti tv sempre maggiori grazie ai propri piazzamenti. Un meccanismo che anziché diminuire il gap lo aumenta ogni anno di più. Un illusione quella di poter rendere il calcio aperto a tutte le latitudini e dare a tutti le stesse possibilità di poter competere che si è rivelata irrealizzabile. Un’illusione appunto, come quella del Fair Play finanziario. Ma questa è un’altra storia.

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