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C’eravamo tanto a(r)mati – Storie di calcio della Germania Est

C’eravamo tanto a(r)mati – Storie di calcio della Germania Est

Intervista agli autori del libro “C’eravamo tanto a(r)mati”,  Fabio Belli e Marco Piccinelli.

Si parla di doping in una prospettiva un po’ diversa dal solito, stavolta, a proposito di Germania Est. Quale impatto ha avuto il fenomeno sul calcio?

“Non si può certo paragonare il cosiddetto “doping di stato” che veniva imposto dalla Germania Est negli altri sport rispetto a quello di cui si vociferava nel calcio. Le 126 medaglie delle Olimpiadi di Mosca nel 1980 sono il massimo sforzo produttivo al quale partecipava attivamente Jenapharm, la fabbrica di steroidi che operava nella stessa città del Carl Zeiss che ribaltò tre gol di svantaggio contro la Roma in Coppa delle Coppe. Ma in quel caso protagonisti dell’epoca, come Roberto Pruzzo, ci hanno parlato di una partita persa senza ombre, con un grande orologio che non scandiva mai il tempo che serviva per far finire la partita. E’ stata molto più invadente l’ombra della Stasi, con Mielke che impose di fatto un dominio decennale della Dinamo Berlino. (Risponde Belli)

Il primo giocatore della DDR, anzi cronologicamente già ex DDR, a sbarcare in Serie A fu Thomas Doll alla Lazio.

“E lui il clima di sospetto lo visse in prima persona, finendo in un giro di accuse abbastanza particolari, con un ex calciatore che lo accusò addirittura di essere una spia della Stasi. Carlo Regalia, all’epoca DS della Lazio, ci si è fatto una bella risata, spiegando come Doll fosse anzi un professionista modello, un grande giocatore portato a Roma per ovviare all’infortunio di Paul Gascoigne”. (Risponde Belli)

Lamberto Boranga invece demolisce un po’ il mito di Sparwasser…

“Lui, come altri giocatori di quel Cesena, se lo ritrovò davanti in Coppa UEFA contro il Magbdeburgo: si tolse la soddisfazione di rifilargli un colpo proibito per il quale venne di fatto sanzionato Giancarlo Oddi, ma al ritorno, come raccontò anche in un documentario della televisione americana ESPN, se lo ritrovò di fronte preoccupato di non subire lo stesso trattamento del match in Germania. Sparwasser dalla sua si è sempre sentito poco a suo agio nel ruolo di icona del socialismo, ritrovandosi a inaugurare musei e calciare, per sua stessa ammissione, palloni fatti con lo sterco. Arte povera”. (Risponde Belli)

Nel libro viene raccontato della cosiddetta «altra metà del calcio», parafrasando una massima maoista: non solo il calcio femminile ma anche la prima «medichessa» (come venne scritto nel «Corriere della Sera») di una squadra di calcio maschile.

“La medichessa è Gisela Passehr, la prima donna medico che accompagna una squadra di calcio maschile: primato tutto della Germania Est, dal momento che nell’Ovest vigeva ancora il divieto di pratica sportiva calcistica per le donne… (Risponde Piccinelli)

In effetti, sembra una contraddizione: l’Est, repressivo, ha permesso che si verificasse un fenomeno di autodeterminazione femminile come in questo senso mentre all’Ovest, come pure riportate, non era possibile che le donne giocassero a calcio. Corretto?

“Verissimo, anzi, è stato ancora più sconvolgente essere venuti a conoscenza della durata temporale del divieto: 15 anni. Le donne che avrebbero voluto praticare il gioco del calcio nella Germania Ovest dovevano farlo da carbonare, al riparo dei dirigenti (tutti uomini) della federazione calcistica tedesca occidentale. Il documento che sanciva il divieto parlava chiaro: «quest’arte marziale è essenzialmente estranea alla natura delle donne […] Il corpo dell’anima delle donne subiscono inevitabilmente dei danni». In altre parole: il calcio non uno sport praticato dalle donne «per ragioni estetiche e considerazioni fondamentali». C’è poi anche da considerare come le società sportive maschili, qualora avessero prestato aiuto logistico e fattivo alle squadre femminili subivano ammende molto pesanti sia in termini pecuniari che calcistici. Una situazione insostenibile che durò, tuttavia, per molti anni. (Risponde Piccinelli)

Anche se, poi, la prima partita ufficiale della nazionale femminile della DDR è stata la prima e l’ultima, prima del crollo del campo socialista…

“Per un paradosso tutto scaturente dal confronto ideologico tra le due nazioni, la prima partita ufficiale della nazionale femminile di calcio venne disputata al di là del Muro. Cioè nella Germania capitalista. La nazionale delle donne tedesche orientali disputò (ufficialmente) una prima sola partita nel momento in cui la DDR crollò. Ritrovare le pagine dei giornali che annunciavano quella gara è stato davvero meraviglioso. Una “prima e ultima” partita allo stesso tempo, come veniva ricordato, sebbene i tornei dei clubs si disputassero con una certa frequenza, così come i confronti tra le compagini della DDR e quelle di altre nazioni appartenenti al patto di Varsavia non cessarono mai. Almeno fino al 1991”. (Risponde Piccinelli)

La Nazionale italiana, nel corso della storia, ha affrontato per quattro volte la Germania Est. Il quadro complessivo rende giustizia sulla competitività della selezione tedesca orientale?

“Assolutamente sì. Lo stesso Dino Zoff, interpellato in un capitolo del libro, ha sottolineato le peculiarità agonistiche della Germania Est. Il mitico portiere Campione del Mondo 1982, nonostante i ricordi un po’ sbiaditi dal passare inesorabile del tempo, ha rimarcato l’invidiabile disciplina tattica, la freschezza atletica e la grinta infinita di una Nazionale degna di attenzione e rispetto. Basti pensare al successo di misura strappato pochi mesi prima della rassegna spagnola. Nell’aprile 1982, infatti, a Lipsia si disputò un incontro amichevole tra Germania Est e Italia. Hause, su traversone di Zotsche, riuscì a regalare una gioia indescrivibile al pubblico dello Zentralstadion. Zoff ha celebrato insieme a noi anche il capolavoro balistico di Gigi Riva nella gara del novembre 1969 (qualificazioni ai Mondiali 1970) al San Paolo di Napoli. Un tuffo di testa in sospensione da cineteca che suggellò il 3-0 azzurro in quella circostanza. Pillole nostalgiche del calcio che fu rievocate da uno dei simboli più luminosi del nostro amato pallone“. (Risponde Alessandro Iacobelli – editorialista anche di giocopulito.it – Autore di un capitolo nel libro).

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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