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Casale, Napoli e Roma: le storie scomode dei padri fondatori a 80 anni dalle leggi della vergogna

In merito alla presentazione di una nuova realtà nel calcio colombiano, tempo fa scrivemmo che per la scuola pitagorica il numero tre è sempre stato considerato perfetto. Probabilmente sarà così anche per Adam Smulevich, giornalista professionista che ha presentato al pubblico in tempi non sospetti un libro-ricostruzione delle “Storie scomode dei fondatori” di tre squadre, punti cardinali nella storia del calcio italiano.

Tre personalità contrapposte, unite da un legame indissolubile: il pallone e tutto il panorama che vi ruota intorno. Chiamatelo pure Foot Ball, come accadde per il primo Casale, tanto la sostanza non cambia. Nel frastuono dei quartieri spagnoli, fra il traffico della capitale e sui ponti che sovrastano il Po si ergono (e in questo caso, si leggono anche) le vite dei padri fondatori Raffaele Jaffe (Foot Ball Club Casale), Giorgio Ascarelli (Associazione Calcio Napoli) e Renato Sacerdoti (A.S. Roma), pedine fondamentali per l’affermarsi del calcio in Italia. E poco male se una di queste – il Casale – milita oggi in Serie D, poco importa perché forse per la prima volta grazie a quest’ultima è stata sancita la vittoria di David contro Golia anche nell’universo del pallone: il nero dei nuovi arrivati contro il bianco della Pro Vercelli, acerrimi rivali e avversari designati per gli anni a venire.

All’interno di un libro che vorrebbe essere “una ricostruzione che non si accontenta”, troviamo descritta vita, morte (per mano del fascismo o in fuga dal regime) e miracoli sportivi di un “estroso insegnante”, di un “lungimirante imprenditore” e di un “facoltoso banchiere”. Il lungimirante imprenditore Ascarelli volle che il colore del Napoli fosse azzurro come in un cielo senza nubi o nel mare privo di onde, non fu “il dirigente che si commemora con la solita parola buona” ma “molte sue opere buone e belle – come scrisse di lui la Gazzettaresteranno soltanto vive e scolpite nella memoria”. La Germania nazista giocò persino una partita contro l’Austria, decisiva per il terzo posto nei Mondiali italiani, nello stadio intitolato ancora per qualche anno proprio ad Ascarelli, ebreo napoletano. Destino volle che nessuno si accorse del nome, forse troppo preso dall’importanza della partita. O forse perché di fronte ad un pallone torniamo ad essere tutti uguali?

Senza voler banalizzare, dall’azzurro di Napoli si passa al giallorosso della Roma e di Renato Sacerdoti, entrato nel rigoroso sistema mussoliniano (prima come “marciatore” su Roma, poi da aiutante per una spedizione in Grecia) e uscito dalla porta di servizio, travestendosi da parroco e fuggendo in un convento. Alla fine della guerra il grande ritorno, un bicchiere di vino rosso per brindare a chi lo definì “ebreo contrabbandiere di milioni”. 

Sarà anche il bianco degli anni 1913 e 1914, quando proprio il Casale superò la Pro Vercelli in classifica con una “marcia trionfale”, a contrapporsi al buio delle leggi della vergogna. “Uomini comuni”  o “Volenterosi Carnefici”? Semplicemente Presidenti. A 80 anni dall’annuncio in piazza dell’Unità a Trieste, ricordare le vite di chi ha dovuto subire sulla pelle proprio quell’onta potrebbe valere doppio. Anzi, moltiplicatelo per tre.

 

 

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