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Carmelo Bene e il calcio, tra Romario, tempo aiòn e processo di Biscardi

Carmelo Bene e il calcio, tra Romario, tempo aiòn e processo di Biscardi

L’artista salentino amava i grandi «atti» extra-ordinari del calcio, quelli che sconquassano il normale flusso del tempo e si pongono al di fuori della Storia.

Cosa c’entra il tempo aiòn degli antichi stoici con i colpi di tacco del superbo Romario? E la demolizione dell’Io con le volée dello sfortunato cigno Van Basten? E ancora, come si fa ad accomunare i celestiali orgasmi della santa Teresa d’Avila, immortalata in estasi, attorniata dagli angeli, tra gli irreali panneggi marmorei del Gian Lorenzo Bernini, con le dionisiache serpentine di Diego Maradona? E che cos’hanno in comune gli abbagli trasfiguranti del pittore Francis Bacon con le movenze neo-cartesiane di Paulo Roberto Falcao? Infine, come si giustifica la compresenza, all’interno della medesima frase, del fantasmatico delirio pronunciato dal palazzo moresco di Nostra Signora dei Turchi con i cori intonati sugli spalti dell’Old Trafford? È presto detto: tali accostamenti, a prima vista ingiustificabili e apparentemente strampalati, condividono l’appassionata predilezione di Carmelo Bene (1937-2002), l’enfant terrible del teatro italiano, una delle figure più singolari e avvincenti della cultura del ‘900. Personaggio dissacrante e fuori dagli schemi, molto più che un “semplice” uomo di teatro, Bene è stato, piuttosto, un intellettuale multiforme e gigantesco, quasi anomalo nell’eterogenea estensione dei propri campi di attività ed interesse.

Non solo «un grande attore ‘postumo’ tagliato nella stoffa dei grandi attori che non esistono più» (copyright Cesare Garboli), ma l’originalissimo ed istrionico autore di una produzione contrassegnata da indimenticabili sconfinamenti nel cinema e nella letteratura, nella radiofonia e nella musica, senza dimenticare alcune preziose e surreali incursioni nei palinsesti televisivi. Una vita simile a una vertigine babelica, la sua, tra «sipari strappati e pellicole bruciate», capricci eversivi ed eccessi da dandy, orge di androidi e marionette asfissiate, censure preventive e carte bollate dei tribunali, scandali da rotocalco e irruzioni in sala dei carabinieri. Appena ventenne, Bene già parlava di “deserto” intorno a sé e, con rara sobrietà, proclamava: «Il mio obiettivo, tempo dieci anni, è far chiudere tutti i teatri e distruggerli». Ma veniamo al calcio: nella sua radicale linea di ricerca, Carmelo Bene alludeva spesso a un’esperienza dell’oltre, l’esperienza intorno a cui ruota la mistica di ogni tempo; finché c’è coscienza, diceva CB (come lo appuntava in uno splendido saggio il grande filosofo francese Gilles Deleuze), si è nel mondo della rappresentazione, mondo verso cui Bene non perdeva occasione di ribadire il suo odio: «Tutto ciò che è rappresentazione mi ripugna, come tutto ciò che è condominiale, compresa l’asfissia domestica della famiglia, della nazione, della patria…».

Di qui, l’amore di Bene per le rarissime eccezioni estetiche che si pongano in un altrove, gli intestimoniabili non luoghi fuor d’ogni Storia, poco importa se provenienti dal teatro, dalla letteratura, dalla pittura o dai campi da gioco: «Del calcio, e dello sport in generale», spiegava Bene, «mi interessa solo quanto eccede lo sport medesimo, non la routine, non il gioco duro, non importa se a zona o a uomo, non mi interessa il gol in sé, né le tifoserie né il risultato: mi interessano solo gli atti, i gesti straordinari». In una bella conversazione con Enrico Ghezzi, pubblicata con il titolo Discorso su due piedi e recentemente riedita da ‘La nave di Teseo’, CB sottolineò a più riprese l’ammirazione per artisti del rettangolo verde quali Marco Van Basten, Johann Cruijff, Paulo Roberto Falcao, Michel Platini, Ruud Krol, Ryan Giggs, Franz Beckenbauer, Ruud Gullit, Diego Maradona (che, però, per CB era «al massimo tra i primi dieci, ma sicuramente non tra i primi cinque al mondo»). Giocatori accomunati dalla capacità di smarrirsi in gesti extra-ordinari, inusuali atti in cui l’artefice in campo, più che giocare veniva giocato, quasi fosse esentato da una volontà specifica e dalla sua stessa identità. Il solo interesse di Bene, infatti, nell’arte come nel campo da gioco, era l’atto, ciò che Hegel chiamava l’immediato svanire. Ma che cos’è l’atto? Per esser tale, l’atto dev’essere abbandono, sospensione dell’identità, della Storia, dell’Io. Il grande calcio, per CB, è quindi come una ‘rapina del tempo’, è il gesto del campione che attesta il massimo di singolarità, senza nessun’altra spiegazione che la sua enormità ed inspiegabilità di fronte al mondo.

In molte occasioni CB esplicitò la sua predilezione per il gioco carioca: «Nel calcio, più di ogni cosa mi interessa il Brasile, non in quanto nazionale, ma in quanto squadra di grandissimi solisti». Tra i calciatori brasiliani lo affascinava a dismisura Romario, poiché in lui vedeva un’ombra, un’assenza, un simulacro. O Baixinho (“il Piccoletto”) Romario era l’unico – assieme a certi momenti di Denilson, di Rivaldo e di Ronaldo – che dietro i veli nascondeva non solo la palla, ma sé stesso. Per CB, nelle reiterate magie di questi illusionisti non solo della sfera, ma dell’esistenza, c’era l’eclissi del soggetto, la dissoluzione della soggettività in un puro evento. Nei guizzi di questi virtuosi Bene intravedeva la fine della volontà, la noluntas che già il maestro di Danzica Arthur Schopenhauer aveva insegnato.

E della Nazionale italiana di calcio, cosa ne pensava Carmelo Bene? «Detesto la Nazionale azzurra» diceva lapidario all’epoca del mondiale Usa del 1994: «Undici ragionieri in mutande allo sbaraglio, senza nessuna remora, senza nessun decoro. Sembra il nostro governo, anzi il nostro sottogoverno, in mutande». La loro bandiera non fu che uno straccio, avrebbe detto Victor Hugo…Ossessionato dall’onnipotenza bambina che si rifiuta di crescere, Bene precisava: «Ad essere “bambino” è solo il gioco, mentre lo scherzo è adulto: e loro (gli azzurri, ndr) non giocano, scherzano. Nella nazionale italiana non c’è l’equivoco del mito, non si vede un assist di Maradona, che è certamente più interessante di tutto il teatro mondiale». Nel corso del libro-conversazione con Ghezzi (oltre che nelle insolite e, per lui, quanto mai gradite vesti di editorialista sportivo su Tele+), CB spiega a più riprese che il calcio esce dallo spettacolo – dunque dall’odiata rappresentazione – e diventa vero teatro, solo quando il giocatore dimentica schemi e tattiche e si sottrae alle regole: in questo procedimento di sottrazione c’è il riflesso di un’allucinazione non più congiunta con il senso, c’è il de-pensamento di chi perde l’intenzione, il vortice atemporale di chi non è nato e non è morto. Non tanto l’eterno ritorno di nietzschiana memoria, quanto il ritorno dell’eterno di chi è vissuto prima e dopo la Storia: «L’atto, l’immediato, somiglia alla ‘macchina attoriale’ che io ho coniato e che pratico in scena…quando si è nell’atto, si entra nel disumano o, almeno, ci si avvicina. Nell’eccesso dello sport, tu puoi vedere al di là della fatica e del “facchinaggio”. L’atto non è nel presente, ne è una sospensione: cade il ‘logos’, cade il concetto, cade il pensiero». È la seduzione del vuoto: «Questo è il teatro», chiosava lui.

Nello spazio-tempo del campo da gioco per CB c’era una “zona franca” in cui far dimorare il lampo di un altrove, distante dal proprio ruolo e dalla propria identità: insomma, il nessun luogo senza tempo cui, secondo Bene, dovrebbero tendere tutti gli artisti. Ben raramente l’arte si è affacciata a quella soglia: «Quello che lamento è questo: l’emozione me la devo andare a cercare nel Brasile, oppure nel rugby neo-zelandese, oppure in Michael Jordan, nell’NBA, negli Edberg del tennis, ma non posso andare a cercarmela in una sala teatrale. Scherziamo?». Ricapitolando: per Bene l’azione è progetto, intenzionalità, mentre l’atto è puro evento, smarrimento. L’azione ha sempre bisogno del presente e del passato, dal momento che è intenzione prima e rappresentazione poi, e si situa nel tempo chronos. Chronos è il tempo misurabile, quello indicato (illusoriamente) dalle lancette di un orologio: è il tempo della realtà. L’atto, invece, l’evento puro, l’Immediato, si colloca nel tempo aiòn: non è solo un piccolo frammento del tempo che scorre, ma un punto che si svincola dalla morsa di passato e futuro. È sempre già passato e ancora da venire: per dirla con Bene, è una «frazione eternata che nell’incoscienza storica di sé sgambetta il progetto e scavalca l’intenzione». È il tempo dell’Arte e della sua ambizione di collocarsi in un non-luogo avulso dalla caducità caratteristica del tempo mortale.

È in questa sospensione del tempo che, per Bene, si situano le magie trasfiguranti dei fuoriclasse, dei Cruijff, dei Giggs, dei Romario. In questo tempo, o, per meglio dire, in questo punto, il fuoriclasse è autore di un atto in cui, nondimeno, lui non c’è, nel senso che non ha il tempo (chronos) di apporvi la propria identità, anche se sa che quell’atto porta la sua firma. Il presente esiste solo nell’atto: è un momento fatato, un limbo fantasmatico che (si) sottrae alla schiavitù positivistica del reale, delle sue strutture, dei suoi domini, delle sue miserie. L’atto straordinario di un campione si afferma proprio nella sua irriducibilità al presente, all’ordine dei significati che la Storia e la società sovraimpongono agli eventi individuali. Ed è esattamente in questa chiave di lettura che vanno interpretati i discorsi beniani sul porno e sull’eros: se l’eros è ancora imbrigliato nei lacci del soggetto e dell’identità, ed è la «farneticazione desiderante dell’Io», il porno viceversa è o-sceno, dal greco o-skené, fuori scena: insomma, è quanto sfugge alle maglie grevi della rappresentazione, dell’identità, dei ruoli. Il porno, invece, è «contemplarsi da oggetto a oggetto. È quello degli dei».  In questo senso, esiste anche un calcio «pornografico»: «È un fiato sospeso di fronte ad una magia, è una sottrazione collettiva. E il bello è che non c’è bisogno di essere degli intenditori, perché senti che centomila persone in uno stadio sono in sintonia con questo. È un fiato sospeso, un venir meno del fiato che annienta la visione, la comunicazione, la Storia. In quel momento, quei centomila all’Olimpico non sono in sé. Non ci sono». Uno degli eroi di Bene era San Giuseppe Maria Desa da Copertino, detto Frate Asino, colui che sfugge a qualunque bisogno, perfino di sé stesso: privo del peso dell’identità, Frate Asino è così leggero da arrivare a librarsi nell’aria, perdendosi nel cielo, irraggiungibile. Nella raffinata e radicale poetica di Bene, Frate Asino – illetterato et idiota, e proprio per questo beato – impersona la perdita della zavorra del pensiero, del peso opprimente dell’intelligenza e della memoria. Infine, merita una menzione la già accennata frequentazione di Bene ad alcuni talk-show sportivi: lungi dal veder banalizzati i propri contenuti (sia pure nella certezza dell’altrui incomprensione), l’ossimorica presenza di Bene determinava spesso, all’interno di quei contesti, dei memorabili cortocircuiti. E memorabili, infatti, rimangono alcune sue apparizioni al ‘Processo del lunedì’ di Biscardi (non esattamente l’Accademia platonica): è esilarante – anche alla luce dell’abisso culturale che separava irrimediabilmente i due “contendenti” – l’invettiva che, un giorno del 1992, CB lanciò contro un attonito Maurizio Mosca, colpevole di averlo offeso poco prima: «Ma non ti rendi conto che ognuno, più che parlare, è parlato…? Ma i tuoi significanti, che casino fanno dei significati, quando parli? Lo sapevo che eri una bestia, ma non immaginavo fino a che punto!».

Gilles Deleuze, nei suoi Dialogues, diceva che quando si scrive di un autore amato l’ideale sarebbe non scrivere nulla che possa rattristarlo, o, se è morto, che lo faccia piangere nella tomba. Con la consapevolezza dell’impossibilità d’aver raggiunto tale intento, sembra quasi di sentire CB rispondere, con la sua voce indimenticabile: «Di quel che mi riguarda me ne fotto».

 

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