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Cara Roma, poni fine a quest’agonia

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Cara Roma, poni fine a quest’agonia

Cari Monchi,Totti, Baldissoni, sabato sera osservando la vostra espressione disperata in tribuna all’Olimpico, mentre in campo la squadra del nostro cuore ci infiggeva l’estrema ignominia, ripensavo a quella frase che dice: meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. Oramai, senza fine è lo spavento, meglio l’agonia, con cui conviviamo dall’inizio del campionato. Vi dico soltanto che ad ogni partita della Roma, noi vittime predestinate giochiamo con una specie di roulette russa che consiste nell’indovinare quale altro orrore ci verrà riservato da chi indossa la maglia giallorossa.

La scorsa settimana, dopo il  gol lampo del Frosinone mi sono detto: vuoi vedere che dopo averle buscate dalle ultime della classe Bologna, Spal, Udinese; dopo aver rischiato di perdere con l’ultimissima, il Chievo; dopo avere subito dal Cagliari il gol del pareggio all’ultimo secondo (noi undici loro nove); dopo essere stati maciullati dalla Fiorentina 7 a 1; dopo il furto con destrezza perpetrato ai danni della squadra di Mihajlovic; vuoi vedere che riusciamo a farci mettere sotto anche dai ciociari che non vincono in casa dalla prima guerra punica? C’è mancato poco. Qualcuno dirà: e la vittoria all’andata contro la Lazio?, e il partitone contro il Porto? Fanno parte dell’agonia: di quei momenti effimeri nei quali la vita sembra riprendere ma che rendono più tragico il coma successivo. Alla fine, dopo la vergogna, la mortificazione, il disgusto che ho, che abbiamo e che forse pure voi avete provato l’altra sera (Pallotta di sicuro: lui è un disgustato permanente) mi sono arreso: a questo punto meglio una fine spaventosa.

Nel senso che Pallotta, visto che il padrone è lui, prenda una volta per tutte una decisione da padrone e accada quel che deve accadere. E dunque, basta accanimento terapeutico: non se ne può più dei vertici notturni sulla sorte di Di Francesco, che avrà commesso di tutti gli errori di questo mondo ma che non merita questa infame e ridicola graticola. E dunque: si annunci con comunicato ufficiale che in panchina resterà lui fino alla fine del calvario, perfino se dovesse perdere tutte le rimanenti gare (ipotesi non peregrina dopo quanto visto). O lo si congedi subito. Per metterci chi al suo posto? Non sono pagato per questo, voi sì e profumatamente. Penso però che Daniele De Rossi allenatore-giocatore (con a fianco qualcuno con il tesserino federale, per esempio il padre Alberto grande mister della Primavera) sarebbe la scelta più naturale, più sensata, più gradita dalla squadra, ma soprattutto quella più popolare. Perciò temo che non se ne farà nulla. Saluti e ci vediamo al prossimo obbrobrio.

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A cura di

Giornalista professionista dal 1968, sono stato responsabile della redazione romana del Corriere della sera, vicedirettore de L’Espresso, direttore de L’Unità e, nel 2009 fondatore e direttore de Il Fatto Quotidiano e dal 2015 presidente di Editoriale Il Fatto spa. Ho scritto libri (Non aprite agli assassini, Senza cuore e, di recente, Io gioco pulito), ho sempre tifato Roma, mi sono sempre battuto per la libertà di stampa. E continuerò a farlo.

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