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Calcio olimpico: a Rio è comunque “Deutschland Über Alles”

Questo double non s’ha da fare. Ma Rio è un’Olimpiade che può soddisfare. Se ha mancato la doppietta dorata con la sconfitta all’ultimo rigore della selezione maschile contro il Brasile, la Germania del calcio ha buone ragioni per ritornare in patria allegra e contenta perché nella rassegna a cinque cerchi il suo movimento si è confermato, in termini di prestazioni abbinate ai risultati, uno dei migliori di tutto il globo.

Certo, i giovani panzer non avranno fatto i salti di gioia nell’infilarsi al collo l’argento dopo aver dimostrato, nel confronto diretto, di essere più squadra della Seleçao, alla quale hanno pagato il tributo di due pecche individuali (il ritardo di Horn sulla non irresistibile punizione di Neymar e l’errore di Pedersen all’ultimo rigore). Però il collettivo guidato dall’esperto quanto imponente Hrubesch (monumento del calcio tedesco tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, autore della doppietta che valse l’Europeo del 1980) durante l’avventura olimpica ha messo in vetrina una serie di elementi che, se manterranno il dovuto basso profilo e la necessaria abnegazione, sono destinati a un avvenire radioso: si tratta del terzino sinistro Klostermann (’96), del trequartista Meyer (’95), del duttile quanto offensivo Brandt (’96) e dell’esterno d’attacco Gnabry (’95). Dopotutto, quando nello sport si parla di giovani, il principale risultato al quale si deve guardare non è la forma (ovvero il piazzamento finale) bensì il contenuto, cioè i valori tecnici espressi dal campo. E quelli tedeschi sono di prima qualità, specialmente se si tiene conto anche che la difesa era diretta da Ginter (fra i ventitré campioni del mondo di Löw nel 2014) e che per quasi l’intera rassegna la squadra ha dovuto rinunciare a capitan Goretzka.

Volendo comunque gettare un’occhiata alle statistiche, il secondo posto della Mannschaft del domani brilla di una luce speciale perché conquistato alla prima partecipazione olimpica dopo l’unificazione (in precedenza, un bronzo dell’Ovest a Seul’88 e un oro della DDR a Montreal ’76) e perché giunto a dieci anni dalla rifondazione del calcio tedesco durante i quali, a livello di Europeo Under 21, sono stati conquistati un oro (2009) e un bronzo (2015).

Poco importa, dunque, se all’ombra del Pan di Zucchero non è arrivato il double. Anche perché dal 1996, cioè da quando all’Olimpiade è presente il calcio femminile, mai una nazione era riuscita a vincere e salire sul podio in entrambe le sezioni come invece riuscito alla Germania. E qui il grande merito è delle fräulein di Silvia Neid che in finale, con un atteggiamento tattico oltremodo arioso (solo le due centrali difensive restavano appena dentro la loro metà campo in fase di possesso con le terzine che avanzavano sulla linea della regista) e una maggior compattezza, hanno prevalso sulla Svezia grazie alle reti della Marozsan, bel destro da fuori a mezz’altezza sul secondo palo, e a un’autorete della Sembrant. I tre bronzi consecutivi da Sydney a Pechino sono così fioriti nell’atteso metallo più prezioso, che corona il grande ciclo dell’allenatrice teutonica (undici anni, un Mondiale e due Europei) e che fa della Germania la nazionale femminile più titolata del mondo.

A Francoforte sul Meno, quartier generale della Deutscher Fußball-Bund (la federazione tedesca), probabile quindi un’edizione fuoriporta e in anticipo sui tempi del celebre Oktoberfest, perché, a quanto pare, ci sono ottimi motivi per brindare.

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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