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Il calcio dopo la pandemia: proposte per uno sport più sostenibile

Il calcio dopo la pandemia: proposte per uno sport più sostenibile

Pochi giorni fa il corriere.it ha riportato un pezzo della scrittrice polacca Olga Tokarczuk, originariamente pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal titolo: “Coronavirus, la verità è che per noi cambierà l’intera esistenza”. Un articolo incentrato sui pensieri dettati dal diverso andamento delle giornate in questo tempo di pandemia. Scrive la Tokarczuk: ”La vita scorre, eccome, ma a un ritmo completamente diverso… Insistentemente mi tornano in testa i ricordi d’infanzia, quando c’era molto più tempo ed era possibile «sprecarlo», guardando dalla finestra per ore… Oppure leggendo un’enciclopedia. O non sarà forse che siamo tornati a un normale ritmo di vita? Che non è il virus l’alterazione della norma, ma proprio l’opposto — che quel mondo febbrile di prima del virus era anormale?”. Per poi concludere così: ”Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma della civiltà che ci ha formato negli ultimi duecento anni: che siamo i signori del Creato, possiamo tutto e il mondo appartiene a noi. Stanno arrivando tempi nuovi”.

Idee incisive, ammorbidite dalla gentilezza del tocco di chi, con le parole, ha costruito una professione. Che, al di là dello stile, inducono a riflessioni sul futuro prossimo della nostra società che trovano una declinazione anche nel mondo del calcio professionistico, che della società è non solo riflesso ma parte integrante e sostanziale. Un calcio che, nel tempo, si è sempre più allontanato dalla dimensione sportiva, con tutte le sue componenti di agonismo intriso di passione, per indossare le vesti di un settore produttivo analogo ad altri, capace di generare ingenti somme di denaro e di assumere, pertanto, connotati di potere e influenza politica che lo hanno spinto ai limiti di una distorsione espressiva arrivata ai confini della difendibilità. Un ipertrofismo innaturale del quale un microrganismo invisibile sta smascherando le perversioni, che offre lo spunto per provare a ridisegnare dentro un perimetro più accettabile il calcio di domani. In che termini? Proviamo ad articolare una risposta su quattro temi basilari, lasciando da parte le discussioni relative alla conclusione della stagione corrente che, in buona parte, sarà decisa dall’evolversi della pandemia.

Campionato. Il lockdown causato dal Covid-19 ha bloccato lo svolgimento di tutte le partite, nazionali e internazionali, mettendo in evidenza una congestione dei calendari dovuta alla numerosità delle competizioni e all’elevato numero di squadre ad esse partecipanti. Ciò vale, soprattutto, per i campionati delle maggiori leghe europee. Circoscrivendo il ragionamento all’Italia, appare opportuno riportare la serie A a diciotto squadre. Un auspicio sussurrato da molte voci di buonsenso già prima della diffusione della pandemia e prontamente fermato sul nascere dagli interessi dei presidenti delle squadre con minore bacino d’utenza, timorosi di perdere una parte importante dei loro ricavi: una preoccupazione che un meccanismo di mutualità diverso da quello attuale potrebbe mitigare. D’altro canto, quattro partite in meno a stagione consentirebbero alle squadre della massima serie tempi di riposo più coerenti con l’impegno dettato dal calendario e, di conseguenza, meno infortuni. Il che porterebbe a rose più ridotte con costi di gestione maggiormente sostenibili. In questo scenario le squadre di vertice impegnate nelle coppe europee, in caso di qualificazione, avrebbero il vantaggio di affrontare con più riserve di energie psico-fisiche le fasi finali delle competizioni.        

Nazionale. Un campionato con quattro giornate in meno da disputare consentirebbe alle società di “prestare” i giocatori alle nazionali con maggior serenità, data la minore usura complessiva che determinerebbe una stagione domestica ridotta, a conti fatti, di un mese. Ne avrebbe giovamento Mancini, e i suoi futuri successori, spesso alle prese con negoziazioni complesse con le società di appartenenza relative all’utilizzo dei calciatori con la maglia azzurra. Ne trarrebbe vantaggio la nazionale, che avrebbe la possibilità di far allenare insieme i convocati per più tempo: fattore indispensabile per ottimizzare le prestazioni di una selezione alla quale mancano i campioni assoluti, capaci di trascinare alla vittoria la squadra per talento e carisma individuali fuori dall’ordinario. Quanto ai calendari, anche Fifa, Uefa e le altre confederazioni continentali sono richiamate dal coronavirus a rivedere una programmazione ridondante: in tal senso appare del tutto pleonastica la creazione di nuove competizioni, come la Nations League, che complicano e allungano oltremodo la stagione.

Coppe europee. Stesso discorso per le coppe europee. Va bene la Champions League per come è strutturata attualmente. I gironi eliminatori dell’Europa League, al contrario, offrono spesso uno spettacolo scadente: forse sarebbe più interessante partire direttamente già al primo turno con l’eliminazione diretta su doppio confronto. Da bocciare, sulla base dei razionali precedenti, la futura Europa Conference League, prevista a partire dalla stagione 2021-22. Se si vuole tornare ad avere tre competizioni europee, ha più senso ripristinare la vecchia Coppa delle Coppe, con modalità di svolgimento da definire.

Regolamento. La ricerca di novità regolamentari che potessero aumentare la spettacolarità del gioco ha portato diverse innovazioni positive, a partire dal divieto per i portieri di prendere il pallone con le mani sui retropassaggi fino all’introduzione del VAR. Adesso, però, il rischio è quello di andare a snaturare un gioco che, anche per la semplicità delle sue regole, è quello più seguito al mondo. Basta con nuove, cervellotiche disposizioni che richiedono, per la loro interpretazione, una laurea in giurisprudenza. Su tutte quella relativa al fallo di mano, che costringe i calciatori di oggi, per evitare sanzioni, a muoversi nei pressi dell’area di rigore come tronchi mutilati rigidamente compressi dentro posture innaturali da pupazzetti del calciobalilla. Anche grazie all’ausilio delle nuove tecnologie, ripristinare la regola del fallo di mano volontario sarebbe ampiamente sufficiente per avere valutazioni equilibrate su quel tipo di interventi. Un regolamento improntato alla semplicità delle norme di gioco, coadiuvato dai supporti tecnologici, renderebbe le partite ampiamente godibili e facilmente interpretabili da tutti. Come è sempre stato fino a poco tempo fa e come deve essere in futuro. Proprio perché il calcio continui ad avere il successo di cui finora ha goduto.   

Si potrà obiettare che è ovvio, in un sistema capitalistico, cercare di ampliare sempre il business e trovare formule in grado di aumentare i fatturati. La realtà è che nessuno nega che i soldi siano vitali per l’attività calcistica: trattandosi, però, di uno sport, non possono essere l’unico criterio determinante nelle scelte di gestione che lo riguardano. Del resto, è proprio ai criteri di sostenibilità che si rifanno anche i più moderni modelli di sviluppo del capitalismo. Soluzioni che non considerino anche questi parametri, che mantengano una continuità con le scelte adottare fino ad oggi, nel medio-lungo termine spingerebbero il calcio alla situazione di collasso che stanno affrontando oggi le strutture sanitarie di tutto il mondo e, prima ancora, la natura a causa dell’inquinamento. Crisi dettate, entrambe, da scelte poco lungimiranti nell’utilizzo delle risorse disponibili.

La gestione del calcio a livello globale deve cambiare: ce lo dice la pandemia, non i figli dei fiori astrattamente perduti nell’idea di combattere un sistema.

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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