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Muro di Berlino: Dirk Schlegel e Falko Götz, i due talenti della Germania Est fuggiti dalla Stasi

Muro di Berlino: Dirk Schlegel e Falko Götz, i due talenti della Germania Est fuggiti dalla Stasi

Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino che aveva diviso l’Europa dal 1961. Nel contesto della Guerra Fredda anche il calcio fu al centro dello scontro tra i due poli. E la storia di Schlegel e Götz ne sono un chiaro esempio. Ve la raccontiamo.

A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del ventesimo secolo, Dirk e Falko sono due bambini tedeschi ossessionati dal calcio, come la maggior parte dei coetanei in qualunque parte del globo terracqueo. Crescono insieme e oltre alla passione per lo sport dal ‘rettangolo verde’, condividono una forte amicizia. Entrambi, inoltre, vivono sotto lo stesso lato del cielo di una Berlino brutalmente divisa a tavolino al termine degli orrori avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dirk, che di cognome fa Schlegel, e Falko, all’anagrafe registrato come Götz, capiscono ben presto che per loro il calcio può diventare più di un semplice passatempo o momento di divertimento. Entrano a far parte delle selezioni giovanili della Dinamo Berlino ed è proprio qui che la loro storia inizia ad intrecciarsi con quella della Stasi, la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Repubblica Democratica Tedesca, nota anche come Germania Est. Il collegamento più importante tra le due entità riguarda Erich Mielke, il tristemente noto numero uno della Stasi, che della Dinamo è il presidente onorario.

Nonostante l’interesse del club nei loro confronti, grazie alle indubbie qualità di cui sono in possesso, Dirk e Falko si trovano a fare i conti con la situazione politica interna alla Dinamo Berlino: Schlegel ha una zia in Inghilterra, mentre Götz possiede diversi familiari nella parte della città aldilà del muro. Tutto questo, viene fatto notare alle rispettive famiglie dai vertici della società, non potrà che pesare nelle future scelte e considerazioni della Dinamo in riferimento ai due calciatori.

Alla fine, pur con i diversi ‘bastoni tra le ruote’ posti nei loro confronti, Götz e Schlegel riescono a debuttare in prima squadra; il primo ad appena diciassette anni, il secondo quando ha quasi venti primavere sulle spalle.

Il loro talento era evidentemente impossibile da ignorare.

Parallelamente alla vita con il club, entrambi i calciatori iniziano a vestire anche le maglie delle selezioni giovanili della Germania Est, entrando così a far parte pure di un numero molto selezionato di cittadini che viaggiano all’estero, sempre sotto lo stretto controllo della Stasi, un’organizzazione che, secondo alcune stime, pare riesca ad impiegare addirittura un informatore ogni 63 cittadini, allo scopo di mantenere l’ordine e promuovere la causa comunista.

All’interno di questo folle contesto, purtroppo anche il calcio recita la propria parte.

Il capo della Stasi, Mielke, è fermamente convinto del fatto che la Dinamo abbia l’obbligo di diventare la squadra di maggior successo nella Germania orientale.

Così accade.

Tra il 1979 e il 1988, il club centra l’incredibile record di 10 campionati vinti consecutivamente, pur tra le tante accuse di favoritismi arbitrali.

Qualcuno, però, all’interno della Dinamo Berlino, si sente disgustato e inizia a storcere il naso.

Si tratta di Falko Götz, che, appena ventenne, si trova in Svezia per disputare una gara tra le fila della selezione Under 21 della Germania Est. Il calciatore riflette seriamente sulla possibilità che, da un momento all’altro, la Dinamo possa accompagnarlo alla porta per la sua ‘posizione scomoda’, ovvero le sue conoscenze nella parte Ovest del paese.

Schlegel mostra pensieri simili, soprattutto a partire dal maggio del 1982, quando si reca in Francia per disputare una competizione giovanile.

In entrambi i casi, dunque, è bastato mettere piede fuori dal più che protetto territorio orientale tedesco per comprendere come fosse impossibile andare avanti in tale modo: il calcio è lo strumento che ‘apre’ le menti di Schlegel e Götz.

Ormai è deciso: bisogna fuggire dalla Germania Est, ma soprattutto dalla Stasi.

Il problema è rappresentato dal modo in cui farlo. Grazie al sofisticato sistema di controllo della Stasi, che riporta allo scrittore George Orwell e al suo capolavoro “1984”, infatti, ogni via di fuga potrebbe non essere sicura.

Si pensa di far perdere le proprie tracce e scappare camminando per ore dentro qualche foresta; tuttavia, alla fine, nuovamente il calcio appare il mezzo per poter realizzare il grande piano.

In quanto campioni di Germania, i ragazzi della Dinamo sono qualificati per la Coppa dei Campioni (allora non ancora Champions League). In quel momento storico, la competizione presenta un formato senza gironi, ma con sfide a eliminazione diretta, in base al formato andata-ritorno, sin dal primo turno.

La prima idea appare, così, quella di tentare la fuga ovunque il calcio decida di portarli all’inizio della stagione 1983-1984.

Il sorteggio è gentile: Jeunesse Esch, campione del Lussemburgo. Sembra un segno del destino.

La gara di andata, disputata tra le mura amiche, termina 4-1 in favore della compagine berlinese, con Götz che apre le marcature.

Pochi giorni dopo, bisogna recarsi in Lussemburgo per il match di ritorno. Schlegel e Götz ritengono proprio che quella debba essere la loro occasione e non in riferimento al terreno di gioco.

Contattano, così, un amico comune che qualche mese prima si è trasferito nel lato ovest del paese teutonico (vi era, infatti, un processo ufficiale in base al quale era difficile, ma non impossibile, emigrare legalmente) e risiede ora vicino al confine con il Lussemburgo.

Il piano di fuga è ufficialmente iniziato.

Nel frattempo, Götz comunica le proprie intenzioni, pur senza scendere troppo nello specifico, a suo padre; l’allora ventiduenne Schlegel, invece, tiene qualunque informazione soltanto per sé.

Purtroppo per la coppia di gioielli della Dinamo, però, il progetto con il conoscente ormai passato nella Germania occidentale naufraga ancor prima di vedere concretamente la luce, a causa di alcune questioni burocratiche legate alla suddetta persona che renderebbero impossibile lo spostamento in sua compagnia.

Si tratta di una vera mazzata.

Dirk e Falko, comunque, non si arrendono. Arriva il giorno della sfida di ritorno contro lo Jeunesse Esch. La partita si gioca a Esch-sur-Alzette, al confine con la Francia, con il Belgio ad appena dieci chilometri di distanza e la Germania Ovest lontana soltanto mezz’ora in automobile.

Schlegel e Götz hanno deciso che bisogna scappare, ma appare semplicemente impossibile in qualunque frangente, poiché sono accompagnati costantemente da qualche membro della Stasi e hanno addirittura viaggiato nell’aereo privato di Erich Mielke.

Finisce 2-0 per la Dinamo Berlino, eppure ai due giocatori non interessa nulla o quasi.

La Coppa dei Campioni, tuttavia, è soltanto all’inizio e questo per i due atleti significa che fin quando il percorso della propria formazione andrà avanti, loro avranno un’opportunità in più per attuare la fuga tanto agognata.

Nel turno seguente, la società berlinese viene sorteggiata con il Partizan Belgrado, vincitrice del precedente campionato dell’allora Jugoslavia.

Stavolta, la missione di Schlegel e Götz sembrerebbe più abbordabile, sempre e incredibilmente tralasciando il campo. In Lussemburgo, infatti, il controllo sui calciatori era stato pressoché asfissiante, ma in Jugoslavia, un paese comunista proprio come la Germania Est, magari avrebbe potuto esserci una maggiore libertà: insomma, per farsi forza a vicenda e convincersi della possibilità di scappare davvero stavolta, i due le fantasticano tutte.

Il primo round della doppia sfida è ancora in casa per la Dinamo e pure in questa circostanza finisce con una vittoria, 2-0, oltre che con Falko Götz ad aprire le marcature.

Il 2 novembre del 1983 giunge il momento della sfida di ritorno.

All’incirca verso mezzogiorno, in quel di Belgrado, un membro dello staff tecnico della Dinamo avvisa la squadra che avete un’ora libera. Ci rivediamo sul pullman all’una. Mi raccomando, puntuali”.

Schlegel e Götz sono seduti in due parti esattamente opposte del mezzo, eppure riescono a scambiarsi uno sguardo che vale più di qualunque parola.

Scendono insieme dal pullman e inizialmente si recano in un negozio di dischi nelle vicinanze insieme al resto dei compagni. Sono tutti intenti ad acquistare delle copie da regalare a fidanzate, amici e parenti; tutti, tranne Dirk e Falko, ovviamente.

Il loro interesse è piuttosto verso le porte, una in particolare cattura la loro attenzione: c’è scritto “Uscita d’emergenza”. Ecco il viatico giusto.

Con estrema prudenza si staccano dal massiccio gruppo della Dinamo, varcano la soglia della porta e fuggono via.

Proprio come in mezzo al campo, Schlegel e Götz non si risparmiano e pensano unicamente a correre il più lontano possibile da dove si erano portati con i loro compagni di squadra.

Quando la stanchezza sopraggiunge, però, è il momento di riflettere e l’obiettivo seguente è uno soltanto: recarsi presso l’ambasciata della Germania Ovest in quel di Belgrado. Un tassista, visibilmente impaurito, si rifiuta di farlo, mentre un secondo li conduce a destinazione.

Lo staff dell’ambasciata consiglia ai due calciatori di lasciare il prima possibile quel luogo, poiché sarebbe stato il primo ad essere scandagliato dalle autorità locali e di muoversi verso Zagabria in un’automobile che sarebbe stata messa a loro disposizione.

Dopo circa quattro ore di viaggio, Götz e Schlegel arrivano nell’attuale capitale della Croazia e presso l’ambasciata della Germania Ovest locale ricevono due falsi passaporti per poter uscire dalla Jugoslavia. Viene loro spiegato che la soluzione migliore sarebbe quella di muoversi in treno, partendo di notte da Ljubjana e spiegando ai controllori che erano appena stati in vacanza, avevano perso i loro passaporti ed erano ora di ritorno nella ‘loro’ Monaco di Baviera.

Nel frattempo, in quel di Berlino, le famiglie Götz e Schlegel assistono esterrefatte alla notizia che i loro ragazzi risultano fuori dall’undici titolare della Dinamo nel match di ritorno contro il Partizan. Assai strano, visto che si tratta di due tra i migliori calciatori della compagine. Ben presto, tutto diventa chiaro anche per loro.

Il mattino seguente, dopo aver dormito giusto un paio d’ore, i calciatori giungono in Baviera. Ad attenderli ci sono già i titoli dei più importanti quotidiani nazionali: “Giocatori della Germania Est scappati dalla Jugoslavia”.

Da questo momento in poi, Götz e Schlegel vogliono tornare unicamente a sentirsi calciatori. La prima mossa che compiono è chiamare Jorg Berger, uno dei loro ex allenatori ai tempi delle giovanili della Dinamo, fuggito a sua volta nella Germania Ovest nel 1979.

Berger li aiuta ad entrare in contatto con alcuni club. Alla fine, l’ormai ex ‘coppia d’oro’ della Dinamo Berlino si accasa al Bayer Leverkusen. Tuttavia, ci sono da attendere dodici mesi di squalifica da parte della Fifa, una sorta di ricompensa verso la Dinamo, danneggiata dalla fuga degli atleti secondo il massimo organismo continentale del calcio.

Poco importa: un anno lontano dal rettangolo verde è nulla rispetto alla libertà.

Alla fine, Götz rimane a Leverkusen fino al 1988, vincendo pure una Coppa Uefa, prima di passare al Colonia ed espatriare infine, vincendo tutto, al Galatasaray.

Schlegel, invece, abbandona le ‘aspirine’ nel 1985, trasferendosi dapprima allo Stoccarda e in seguito al Blau-Weiss Berlin.

Due carriere importanti, non c’è che dire; nemmeno lontanamente paragonabili, però, al livello di coraggio da loro mostrato in quel negozio di musica a Belgrado durante un freddo pomeriggio di novembre.

Matteo Luciani
A cura di

Nato a Roma sul finire degli anni Ottanta, dopo aver conseguito il diploma classico tra gloria (poca) e insuccessi (molti di più), mi sono iscritto e laureato in Lingue e Letterature Europee e Americane presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata. Appassionato, sin dall'età più tenera, di calcio, adoro raccontare le storie di “pallone”: il processo che sta portando il ‘tifoso’ sempre più a diventare, invece, ‘cliente’ proprio non fa per me. Nel 2016, ho coronato il sogno di scrivere un libro tutto mio ed è uscito "Meteore Romaniste”, mentre nel 2019 sono diventato giornalista pubblicista presso l'Ordine del Lazio

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