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Calcio e Razzismo: tra modifiche e belle parole, riusciremo davvero a risolvere il problema?

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Calcio e Razzismo: tra modifiche e belle parole, riusciremo davvero a risolvere il problema?

Due settimane fa era stato il turno dei tifosi del Cagliari, con insulti e buu razzisti per il nuovo gigante dell’Inter Romelu Lukaku. In quell’occasione, incredibilmente, a sminuire la gravità della faccenda furono addirittura gli stessi tifosi neroazzurri. Nel weekend appena concluso è toccato a Franck Kessie ad essere vittima di cori discriminatori da parte dei supporter del Verona.

Si ripropone puntualmente il problema del razzismo in ogni domenica della nostra Serie A, malgrado la stretta che il movimento calcistico italiano aveva imposto quasi un anno fa. Il 26 dicembre 2018, infatti, il calciatore senegalese del Napoli, Kalidou Koulibaly fu oggetto di cori razzisti, durante il match tra l’Inter e il Napoli, da parte della curva in cui si trovavano gli ultras nerazzurri.

Tale episodio, come detto prima, ebbe una serie di risvolti nel mondo del pallone italiano e non solo. Sono state infatti moltissime le voci che si sono alzate da più parti, calcistiche e non, e che hanno cercato di dire la loro per tentare di fermare quello che può essere considerato come una vera e propria piaga.

Per cercare di trovare una soluzione a tale situazione si sono mobilitati i massimi vertici del calcio italiano. Lo scorso febbraio, il consiglio federale della FIGC, ha optato per il cambiamento della procedura per la sospensione temporanea delle partite in caso di cori razzisti: il nuovo regolamento prevede che già al secondo richiamo, per tale tipo di episodi, la partita in corso potrà essere sospesa. Contemporaneamente, però, si mette bene in chiaro che, per arrivare alla sospensione definitiva del match, fondamentale è e rimane la decisione dell’autorità responsabile per l’ordine pubblico.

La questione su come trovare veramente una soluzione a tale problema come quello del razzismo negli stadi non è per nulla risolta, anzi. Le stesse parole di Gabriele Gravina, presidente della FIGC, fanno capire che anche ai piani alti la situazione non è del tutto ben chiara.

Abbiamo voluto inserire anche le esimenti e le attenuanti, perché va premiato il tifo positivo e che deve sovrastare i buu e i cori discriminatori di quei tifosi che vogliamo far fuori dal nostro sistema. Queste le parole dello stesso Gravina che ha, infine, aggiunto: “Dobbiamo far sì che ci sia una certificazione di qualità dei tifosi. Purtroppo sospendere una partita è qualcosa che punisce eccessivamente. Per questo quando si va al centro del campo si vedrà chi sono i tifosi buoni e quelli non buoni. Dobbiamo evitare di togliere il fascino dello sfottò, con epiteti e goliardia, ma quando si va sul pesante si deve capire che si offende la dignità di un popolo”.

Quello razzista, purtroppo, è un virus che non riguarda solo il campionato del Belpaese. Sono infatti molti gli stati, europei e non, che negli ultimi tempi hanno dovuto affrontare, anche in ambiti sportivi differenti da quello calcistico, tale tipo di problema.

Emblematico resta, per più di una ragione, ciò che accadde nell’aprile 2014 in America e che vide coinvolto uno dei più importanti magnati del campo immobiliare d’oltreoceano: Donald Sterling. Questo personaggio, all’epoca proprietario della squadra di basket NBA dei Los Angeles Clippers, venne intercettato mentre, durante una telefonata con la sua fidanzata, usava espressioni fortemente razziste.

“Non portare persone di colore alle partite. Nemmeno Magic Johnson”: queste le parole esatte di Sterling che tiravano in ballo anche una delle stelle più famose della storia della pallacanestro americana. Per questo fatto si prese una decisione drastica: non solo il magnate fu costretto a vendere i Clippers, ma fu anche sospeso a vita dal mondo del basket d’oltreoceano per volere della NBA, la massima lega professionistica di pallacanestro degli Stati Uniti d’America.

Tornando in Europa, il problema del razzismo si è fatto di nuovo vivo anche in un campionato, la Premier League inglese, che, da vari anni e per numerosi motivi, era considerato il modello perfetto di calcio da esportare a livello mondiale grazie a stadi ultra-moderni, sempre pieni e con l’incubo hooligans debellato da circa 20 anni.

Lo scorso dicembre, però, sono stati più di uno gli episodi che hanno fatto crescere qualche dubbio su questo “giardino dell’Eden” del pallone mondiale. Durante il derby londinese tra Arsenal e Tottenham, datato dicembre 2018, venne lanciata una banana all’indirizzo dell’attaccante franco/gabonese dei Gunners, Pierre-Emerick Aubameyang.

Il tifoso degli Spurs, autore del gesto, non rimase nell’ignoto a lungo. E’ stato, infatti, prontamente individuato e gli è stata inflitta una pena a dir poco esemplare: espulsione a vita dal Wembley Stadium, il mitico stadio londinese della nazionale di calcio in cui il Tottenham gioca attualmente le sue partite casalinghe, in attesa della costruzione del nuovo impianto.

Pochi giorni dopo, però, si è verificato un altro episodio del genere. L’8 dicembre durante la partita Chelsea-Manchester City, il difensore inglese di origine giamaicana dei citiziens, Raheem Sterling, ha accusato un tifoso della squadra di Stamford Bridge di avergli rivolto delle frasi razziste. Anche in questo caso l’autore del gesto è stato prontamente individuato ma si è difeso affermando che ciò che aveva detto, vale a dire la parola “manc” (traducibile in italiano con il termine “mancuniano”), non poteva rientrare nel campo del razzismo perchè si riferiva alla squadra di appartenenza dello stesso Sterling e non al suo colore della pelle. E di recente, l’esterno dei Citizens è stato di nuovo al centro di discriminazione durante la partita per le qualificazioni di Euro 2020 tra Inghilterra e Bulgaria. Un tifoso bulgaro, infatti, reo di averlo insultato è stato prima cacciato dallo Stadio e poi arrestato. Cosa che in Italia, nei fatti, non accadrebbe mai.

Non scordiamoci inoltre che, in Inghilterra, sono presenti milioni di telecamere praticamente in ogni angolo ed in ogni strada. Anche negli stadi d’oltremanica la situazione non cambia e sinceramente, chi scrive, non pensa che ciò possa essere un modello da esportare anche nel Belpaese.

Ve lo immaginate come la prenderebbero i gruppi ultras delle varie squadre italiane, che reputano gli spalti di uno stadio come una vera e propria “zona franca” in cui portare avanti qualsiasi tipo di interesse personale, se sapessero di essere ripresi, da ogni angolazione possibile, da un sistema di sorveglianza a circuito chiuso? Noi sì ed è per questo che speriamo che si riesca a trovare una soluzione più efficace che non rischi di portare ancora più problemi in un mondo, come quello del calcio italiano, che è già malato sotto numerosi punti di vista.

Sulle differenze tra il calcio inglese (ma non solo) e quello italiano circa il trattamento di questi atteggiamenti vergognosi oltre che fuori legge, ha detto la sua anche l’attaccante della Roma Edin Dzeko che così si è espresso: “Penso che il razzismo sia un problema più grande in Italia rispetto ad altri Paesi, specialmente in Inghilterra. Spero, per il bene degli altri giocatori, che queste cose finiscano e che la Federazione possa vederlo e provare a fermarlo in ogni modo possibile.”

Insomma, una risposta deve essere trovata ed in fretta. Ma si deve partire da un punto imprescindibile: passare dalle semplici e belle parole ai fatti concreti. In caso contrario il traguardo da raggiungere, espellere il razzismo dal calcio italiano, sarà l’ennesima bella favola da raccontare.

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