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Calcio e Diritti Tv: la Serie A punterà sui giovani per amore dei soldi

Calcio e Diritti Tv: la Serie A punterà sui giovani per amore dei soldi

Come abbiamo avuto modo di scrivere, la riforma del Coni, contenuta nella legge di bilancio 2019, non è stata accolta benissimo dal mondo sportivo italiano. Sono stati, infatti, più di uno i punti di scontro tra il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e due sottosegretari del governo, Giancarlo Giorgetti della Lega e Simone Valente del Movimento 5 Stelle.

Il sottosegretario leghista, inoltre, è l’ideatore di quello conosciuto come “emendamento Giorgetti” che, secondo alcuni, comporterà una nuova dose di “sovranismo” nel mondo del pallone nostrano. Di seguito cerchiamo di spiegarvi, nel dettaglio, cosa prevede questo emendamento.

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Uno dei principali mutamenti riguarderà il lato economico proveniente dai diritti tv. A beneficiare di una tale rivoluzione, almeno spera lo stesso Giorgetti, dovrebbe essere la nazionale di calcio che esce da un vero e proprio “annus horribilis”, costellato dalla mancata partecipazione agli ultimi mondiali in terra russa.

Questo cambiamento, per la precisione, rivede le modifiche già apportate dall’ex ministro dello sport del governo Gentiloni, Luca Lotti, alla cosiddetta “riforma Melandri” del 1999.

Per rinfrescare un po’ la memoria ricordiamo che la “norma Lotti” prevedeva di suddividere il 50% dei diritti televisivi in due parti uguali a tutte le società di Serie A mentre il restante 50% con due destinazioni: un 30% a seconda dei risultati raggiunti sul campo e un 20% seguendo il concetto di “radicamento sociale”.

Con la nuova proposta di Giorgetti, rimane intatto il 50% suddiviso equamente, mentre i risultati sportivi peseranno per il 28% e il restante 22% sarà suddiviso a sua volta in due tronconi. Tale divisione seguirà i parametri che elenchiamo di seguito:

– il 17% terrà conto del numero di spettatori medi che si sono recati a seguire le partite giocate in casa di una determinata squadra negli ultimi 6 anni e della audience televisiva certificata;

-il 5% prenderà infine in considerazione il numero di giovani, provenienti dal proprio vivaio, fatti esordire in prima squadra. Una percentuale che è stata abbassata dall’originale 10% pensato inizialmente. Si parla comunque di una cifra intorno ai 60 milioni di euro.

La tematica del sovranismo riguarda, in particolar modo, questa ultima percentuale. Conteranno infatti, come spiegato nel testo, i “minuti giocati negli ultimi tre campionati da giocatori cresciuti nei settori giovanili italiani, di età compresa tra i 15 e i 23 anni e che siano stati tesserati per l’attuale società per almeno tre interi campionati di serie A”. Anche qui ci sono state modifiche rispetto all’originale che parlava di età minima 21 anni, ma che per motivi legati alla realtà della Serie A e all’utilizzo di giocatori under 21, è stata inevitabilmente alzata a 23. Tali novità riguarderanno il calcio italiano a partire dalla stagione 2021/22.

Così, almeno secondo le idee del sottosegretario del governo giallo-verde, avranno maggiori possibilità di mettersi in mostra i vari Zaniolo o Luca Pellegrini di turno piuttosto che i baby-fenomeni cresciuti calcisticamente oltre-confine. Se poi giocheranno per meriti sportivi o per rosicchiare qualche soldo in più proveniente dai diritti tv questo non lo sapremo mai.

Secondo una griglia stilata dal sito Transfermarkt, al momento, le tre squadre con l’età media più bassa del campionato italiano sono: Fiorentina (24,2), Udinese (25,1) e Sassuolo (25,4). Numeri che però rimangono abbastanza più alti rispetto ai parametri richiesti dall’emendamento del sottosegretario leghista. E anche se c’è stata un certa inversione di rotta con l’innesto in prima squadra di alcuni giovani, la strada sembra essere ancora lunga.

Si punta quindi sull’usato sicuro più che sui talenti. Per un volta, insomma, il motto tanto caro ai leghisti: “Prima Gli Italiani”, non trova molto riscontro in un ambito molto importante per gli stessi italiani. Speriamo che con la promessa di soldi in più qualcosa possa cambiare. Di solito è l’unica cosa che funziona.

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