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La “Resistenza del Pallone” del Mahatma Gandhi

La “Resistenza del Pallone” del Mahatma Gandhi

Il 2 ottobre si celebra nel mondo la Giornata Internazionale della Non-violenza nel giorno della nascita di colui che ne fu il più grande rappresentante, il Mahatma Gandhi.

Questo concetto fu sviluppato, nel corso della sua vita, sotto numerosi punti di vista per combattere alcune disuguaglianze assai attuali all’epoca. In questo senso, come però ben pochi sanno, fu fondamentale anche il ruolo del calcio: sport con cui il Mahatma venne in contatto durante il periodo della sua vita trascorso in Inghilterra e, soprattutto, in Sudafrica.

In questo pezzo, noi di Io Gioco Pulito, cercheremo di fare capire quanto abbia inciso il mondo calcistico nel far sviluppare i concetti base della lotta non violenta portata avanti dallo stesso Gandhi. In Sudafrica, tali ideali di libertà, sarebbero stati ripresi da un’altra storica figura, anch’essa conosciuta nel mondo intero: quella di Nelson Mandela.

Il padre indiano della non violenza, per essere precisi, era entrato inizialmente in contatto con il mondo del pallone durante il suo soggiorno in Inghilterra, paese in cui arrivò nel 1886 per completare gli studi. Si laureò infatti, in giurisprudenza, nell’estate del 1891 presso la University College di Londra.

A quel tempo il calcio era nato da poco. Nel 1888, infatti, per essere precisi in data 17 aprile, era stata fondata la Football League: la seconda lega professionistica dell’attuale campionato dell’isola di sua maestà che, ad oggi, risulta essere la più antica competizione a livello di campionato al mondo.

Il calcio, però, si sarebbe rivelato fondamentale durante il soggiorno sudafricano del Mahatma. Tale avventura iniziò nel 1893 quando Gandhi arrivò nella città di Durban, ad appena 23 anni di età, per occuparsi di una causa riguardante una ditta indiana chiamata Dada Abdulla & Company.

Ad accogliere il giovane avvocato indiano ci fu una situazione che mai lo stesso Gandhi si sarebbe immaginato. Infatti, la folta comunità indiana locale, che all’epoca contava circa 150 mila individui, era soggetta ad una forte discriminazione nel paese simbolo dell’apartheid.

Il Mahatma, dopo l’esuberanza iniziale, capì in poco tempo che la situazione che dovevano affrontare i suoi connazionali non era molto diversa da quella che vi era a quell’epoca in India. “Quando la nave è arrivata al molo e ho visto la gente salire a bordo per incontrare i loro amici, ho osservato che gli indiani non erano tenuti in grande considerazione” ci spiega bene lo stesso Gandhi nelle sue memorie dell’epoca.

Lo stesso avvocato, durante i suoi 21 anni trascorsi nel paese, fu più volte attaccato dal punto di vista razziale e segregato visto che faceva parte di una comunità che veniva considerata inferiore.

Le leggi sulla segregazione, infatti, proibivano ad alcune minoranza del paese africano, come indiani, africani nativi e altri popoli di colore, di esercitare i diritti umani fondamentali di cui godevano i padroni coloniali di origine europea. Probabilmente è stato proprio questo fatto a far accendere le braci della giustizia e della libertà nel subconscio del Mahatma.

Lo stesso avvocato decise, in poco tempo, di combattere tali tipi di ingiustizie. Oltre che al pacifismo e al metodo non-violento, Gandhi capì che il gioco del calcio sarebbe stato molto importante per portare a risultati concreti la sua missione.

Per attirare i meno fortunati, il padre dell’indipendenza indiana aveva bisogno di acculturarsi in un ambiente meno fortunato. Il calcio, essendo lo sport per la classe operaia, piaceva alle classi inferiori della società sudafricana ed era per questo perfetto allo scopo del Mahatma.

Tutto questo fece sì che nel 1896 Gandhi, assieme ad un gruppo di altre persone, fondò la Transvaal Indian Football Association. Essa può essere considerata come il primo esempio di associazione calcistica africana non gestita da bianchi.

Inoltre, nel periodo trascorso nel paese australe, il Mahatma ha contribuito alla creazione di ben tre club calcistici nelle tre città più importanti del Sud Africa: Pretoria, Durban e Johannesburg. Tutte e tre i team furono chiamati “Passive Resisters Soccer Club” per mettere ben in risalto il loro spirito antirazzista. In queste squadre, come testimoniato più volte, Gandhi ricoprì un ruolo molto importante per quel che riguarda la gestione.

I team dei “passivi” erano molto attivi dal punto di vista sociale e nel chiedere maggiore equità nella società sudafricana di allora. Tali realtà sportive, infatti, hanno contribuito dal punto di vista sociale in vari modi: ad esempio finanziando le famiglie di attivisti sociali imprigionati oppure organizzando incontri locali per protestare contro l’ingiusto carcere dei loro compagni attivisti. Gandhi infatti, oltre ad essere un appassionato del mondo del pallone, capì che questo sport era un ottimo mezzo per stabilire un dialogo all’interno della società.

Lo stesso fatto che, durante una partita di calcio, si sfidassero due squadre composte da 11 giocatori, fu molto importante. Il padre della indipendenza indiana, infatti, riteneva che questo sport avesse un enorme potenziale per promuovere il gioco di squadra.

Il lavoro sportivo di Gandhi non deve perciò essere considerato inferiore al resto; la sua eredità in questo ambito ha spianato la strada alle vittime della segregazione razziale per praticare sport come hanno fatto i loro padroni coloniali.

Nel 1903 fu addirittura fondata l’Associazione sudafricana del calcio indù. Nel 1910 il Sudafrica riuscì ad ottenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna: in questo processo fu fondamentale anche il lavoro del Mahatma.

Nel 1914 Gandhi tornò in India e le squadre calcistiche da lui fondate si sciolsero poco dopo. Altri team di calcio, però, emersero dalle nascenti comunità calcistiche indiane che seguirono sul sentiero tracciato da Gandhi: alcuni esempi possono essere il Moonlighters Football Club o il Manning Rangers FC.

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