Raccontiamo lo sport dal 2015 - Direttore Antonio Padellaro

Calcio e borsa: cosa rimane dell’euforia finanziaria in Serie A

Il rapporto tra il calcio professionistico italiano e i mercati finanziari rappresenta uno dei capitoli più complessi dell’economia sportiva contemporanea.

Se alla fine degli anni ’90 la quotazione in borsa era percepita come il definitivo salto di qualità verso un modello di “Public Company” di stampo internazionale, il passare dei decenni ha trasformato questa scelta in un percorso tortuoso, costellato di obblighi burocratici e alta volatilità, portando molte società a riconsiderare radicalmente la propria struttura finanziaria a favore di una gestione privata più agile.

La genesi e il primato della Lazio a Piazza Affari

La storia del calcio quotato in Italia inizia ufficialmente nel maggio del 1998, quando la S.S. Lazio, sotto la presidenza ambiziosa di Sergio Cragnotti, divenne il primo club del Paese a sbarcare a Palazzo Mezzanotte.

L’obiettivo strategico era quello di reperire capitali freschi per competere ai vertici europei e trasformare la società in una holding diversificata, capace di generare ricavi oltre il semplice botteghino. Tuttavia, il percorso della Lazio ha mostrato nel tempo i limiti strutturali di questo modello nel contesto italiano: il titolo ha subito negli anni una forte svalutazione, risentendo delle crisi finanziarie della proprietà originaria e delle difficoltà di generare utili costanti.

Nonostante sia rimasta nel listino, la Lazio opera oggi con volumi di scambio ridotti, evidenziando come la borsa sia diventata più un retaggio storico che un reale motore di espansione economica per il club biancoceleste.

L’AS Roma: dall’euforia dello Scudetto al delisting strategico

L’approdo dell’AS Roma in borsa avvenne nel 2000 con Franco Sensi, in un clima di estrema euforia collettiva che precedette di pochi mesi la vittoria del terzo scudetto.

Per oltre vent’anni, la società giallorossa ha navigato nelle acque agitate di Piazza Affari, affrontando non solo i cicli sportivi ma anche passaggi di proprietà traumatici e crisi di liquidità. La quotazione delle azioni dell’As Roma era stata pensata originariamente dalla famiglia Sensi per istituzionalizzare il club, ma col tempo si è trasformata in un limite operativo.

Con l’arrivo della famiglia Friedkin, la visione è cambiata drasticamente: la proprietà texana ha identificato nella borsa un vincolo eccessivo alla necessaria ristrutturazione del capitale.

L’uscita dal mercato azionario

Nel settembre 2022, la Roma ha completato un’operazione di delisting dopo aver lanciato un’Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) volta a rastrellare la quasi totalità delle azioni in circolazione.

La mossa non è stata solo formale, ma profondamente sostanziale: uscendo dai listini, i Friedkin hanno potuto iniettare centinaia di milioni di euro per ripianare i debiti e sostenere il calciomercato senza dover richiedere autorizzazioni ai soci di minoranza o sottostare ai tempi biblici dei prospetti informativi CONSOB.

Inoltre, la privatizzazione totale ha permesso al club di gestire il complesso dossier del nuovo stadio di Pietralata con una riservatezza e una velocità decisionale impossibili sotto il regime di “Società Aperta”, trasformando di fatto la Roma in un’azienda più snella, meno esposta alle speculazioni quotidiane dei piccoli risparmiatori e più appetibile per i grandi partner istituzionali.

Il caso Juventus e la resilienza nei listini

La Juventus rappresenta l’esempio più strutturato e duraturo di club calcistico inteso come azienda quotata, avendo fatto il suo ingresso a Piazza Affari nel 2001.

La società bianconera ha utilizzato lo strumento del mercato azionario in modo sistematico per sostenere la sua crescita industriale, ricorrendo a massicci aumenti di capitale per finanziare progetti di vasta portata come la costruzione dello stadio di proprietà o l’acquisizione di top player globali.

Tuttavia, la permanenza in borsa ha esposto il club a una pressione mediatica e giudiziaria senza precedenti: essendo una società quotata, ogni irregolarità gestionale o contabile assume una rilevanza penale e amministrativa molto più severa. Le recenti inchieste sui bilanci hanno dimostrato quanto il titolo sia vulnerabile non solo ai risultati sportivi, ma anche alle decisioni dei tribunali e degli organismi di vigilanza, rendendo la Juventus un caso unico di resilienza finanziaria in un contesto di estrema esposizione pubblica.

Le ragioni del no di Milan e Inter

Il motivo per cui colossi come Milan e Inter non hanno mai varcato la soglia della borsa, o hanno evitato di tornarci, risiede in una precisa strategia di gestione del rischio e del controllo proprietario.

Per il Milan, le transizioni tra fondi come Elliott e RedBird hanno evidenziato la preferenza per un modello di “private equity“, dove la creazione di valore avviene lontano dai riflettori della borsa per evitare che le perdite trimestrali influenzino eccessivamente il valore del brand.

L’Inter ha invece adottato una strategia basata sul mercato del debito, preferendo l’emissione di obbligazioni (bond) destinate a investitori istituzionali piuttosto che ad azionisti retail. Evitare la quotazione permette a entrambi i club milanesi di mantenere una maggiore riservatezza sulle trattative di mercato e sulle strategie commerciali, sottraendosi alla “dittatura del breve termine” che caratterizza il mercato azionario, dove un risultato sportivo negativo può bruciare capitalizzazione in pochi minuti.

Vantaggi e svantaggi della borsa nel calcio

La scelta della quotazione azionaria porta con sé una serie di vantaggi competitivi che, sulla carta, potrebbero sembrare risolutivi per un club. Il beneficio primario è il reperimento di capitali a fondo perduto tramite l’emissione di nuove azioni, che permette di finanziare infrastrutture o campagne acquisti senza appesantire il bilancio con interessi passivi bancari.

Inoltre, la quotazione impone una disciplina aziendale rigorosa: la trasparenza richiesta dai mercati eleva il rating reputazionale del club, facilitando l’accesso a sponsor globali che vedono nella società un’entità solida e controllata. La borsa, infine, fornisce una valutazione di mercato oggettiva e in tempo reale della società, utile in caso di eventuali cessioni di pacchetti azionari.

I contro

Di contro, gli svantaggi nel calcio moderno appaiono oggi prevalenti, spiegando l’attuale fuga da Piazza Affari. In primo luogo, la volatilità estrema: il valore di un’azienda calcistica è troppo legato all’imprevedibilità del campo (un palo o una svista arbitrale possono determinare perdite milionarie in borsa), rendendo il titolo speculativo e rischioso.

In secondo luogo, i costi di gestione: una società quotata deve sostenere spese enormi per consulenze legali, audit indipendenti e strutture di comunicazione finanziaria obbligatorie. Infine, la perdita di agilità strategica: ogni operazione straordinaria, come una fusione o un acquisto di rilievo, deve essere comunicata preventivamente al mercato.

La trasparenza forzata annulla l’effetto sorpresa nel calciomercato e costringe i dirigenti a pensare più alla reazione degli azionisti che al bene tecnico della squadra, creando un cortocircuito tra logica finanziaria e necessità agonistica.

Matteo di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.