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Quando il Calcio deve fare i conti con la politica

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Quando il Calcio deve fare i conti con la politica

Una situazione particolare sta interessando il grande continente latino-americano. Da alcune settimane infatti sono in corso, in determinati stati come Cile ed Ecuador, delle vere e proprie rivolte sociali.

A scatenare questi disordini sono state delle decisioni politiche non proprio felici. Dalle parti di Quito ad accendere la miccia della rivolta, come da noi già detto in un precedente pezzo, è stata la scelta da parte del presidente Moreno di tagliare i fondi statali, usati soprattutto ai discendenti delle popolazioni indigene locali, per l’acquisto di carburante.

A Santiago del Cile, invece, da alcuni giorni si assiste a vere e proprie scene di guerriglia urbana dopo che il presidente cileno Sebastián Piñera ha decretato un aumento del 4% dei biglietti della metropolitana. Tale decisione è stata solo la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso mandando su tutte le furie i cittadini cileni stanchi delle troppe diseguaglianze sociali che interessano vari ambiti del paese latino-americano.

Come spesso accade, il calcio svolge un ruolo da protagonista anche in questioni politiche, con decisioni che altrettanto di frequente lasciano più di qualche dubbio.

Poche ore fa, per entrare nello specifico, si è giocata la seconda semifinale di ritorno della Copa Libertadores, tra le due squadre brasiliane di Gremio e Flamengo. Il risultato non lascia spazio ad alcun dubbio: il Flamengo si è imposto 5-0 sui rivali storici e si è qualificato alla finale della massima competizione calcistica locale.

Il prossimo 23 novembre, presso lo stadio Nacional di Santiago del Cile, il team calcistico di Rio De Janeiro affronterà il River Plate di Buenos Aires. La squadra argentina, infatti, era riuscita a staccare il pass per l’ultimo atto della competizione poche ore prima anche se aveva perso 1-0 con gli eterni rivali cittadini del Boca Juniors.

Già queste due semifinali, in particolare quella giocata a Buenos Aires, avevano sollevato più di qualche paura vista l’eterna rivalità tra le due squadre e le loro tifoserie. Inoltre, quella giocata in Argentina rappresentava una vera e propria ripetizione della finale di un anno fa che, per problemi di ordine pubblico, si dovette disputare nella capitale spagnola Madrid.

Adesso, dopo aver superato il primo step, se ne presenta un altro. E’ infatti risaputa, dalla maggior parte degli appassionati del mondo del calcio, la forte rivalità che esiste, sia a livello di club sia a livello di nazionali, tra Argentina e Brasile.

Questi due stati, infatti, possono contare, tra le proprie fila calcistiche, alcune delle squadre più forti del Sud America sia a livello di club ma, soprattutto, per quel che riguarda le nazionali. Ogni volta che una qualche squadra argentina e brasiliana si sfidano su un qualsiasi campo calcistico ecco che si presenta una occasione per mettere in risalto la forte rivalità, calcistica ma non solo, che esiste tra questi due enormi paesi.

Non è la prima volta che calcio e politica, nonostante i vari tentativi di tenerli distanti, si uniscono. Anche in Catalogna, la regione spagnola che chiede da alcuni anni l’indipendenza dal governo di Madrid, si è dovuta rinviare la partita per eccellenza della Liga Spagnola, Barcellona-Real Madrid, viste le forti tensioni che si stanno registrando per le strade del capoluogo catalano.

I padroni del calcio mondiale dovranno farsene una ragione: un fenomeno di massa come il calcio non si può imbrigliare in una sorta di realtà virtuale pacificata. Vuoi per rivalità profonde che sfociano in violenza, vuoi per eventi politici che sconvolgono la quotidianità delle persone, ogni tanto la massa di quelli che vengono ritenuti semplici “consumatori” verrà a bussare alle loro porte, con intenzioni niente affatto concilianti.

Ma nonostante queste premesse, i vertici delle più importanti organizzazioni del pallone a livello mondiale, non sembrano sempre cogliere tali avvertimenti. Questo fatto può essere risintetizzato dalla scelta di far svolgere la finale della Libertadores nel più importante stadio di Santiago del Cile: la capitale di un paese che, in questo momento, è alle prese con ben altri problemi.

Non è la prima volta che, in Cile, si fa passare la questione politica in secondo piano. Già nel novembre 1973 si fece disputare, mente il paese era sotto il controllo della dittatura militare del generale Pinochet, la partita di qualificazione tra Cile ed Urss. Tale match si sarebbe dovuto disputare a poche decine di km dai luoghi in cui venivano torturati gli oppositori del regime.

La partita si rivelò una vera e propria falsa con la nazionale russa che neanche si presentò sul campo da gioco. Nonostante la presa di posizione più che legittima del governo di Mosca, la Fifa decise di far giocare la partita che, manco a dirlo, certificò la qualificazione della nazionale sud-americana alla coppa del mondo del 1974 in Brasile.

Anche in questo caso, insomma, si capisce come i padroni del calcio rappresentino una vera e propria casta a se stante e che decidano, il tutto, chiusi nei loro salotti e nelle loro stanze.

Una ulteriore testimonianza è il fatto che la finale di Champions League 2020 è stata assegnata ad Istanbul nonostante l’attacco ingiustificato del governo di Ankara verso la popolazione curda della Siria del Nord.

Sia per quel che riguarda la finale di Santiago che quella di Istanbul, dopo numerosi dubbi sollevati sull’eticità di questi eventi, i padroni del calcio sembrano aver cambiato idea e, probabilmente, cambieranno le sedi. Probabilmente, però, era meglio pensarci prima e non far passare una immagine di sé che risulta essere quella di veri e propri alieni riguardo al mondo che li circonda.

Il dubbio su questo cambiamento rimane. Solo il tempo ci dirà se, in futuro, qualcosa sarà cambiato sotto questo punto di vista.

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