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Il calcio è una chiave per vincere il dolore di un bambino mai nato

Il calcio è una chiave per vincere il dolore di un bambino mai nato

Ci sono molti modi per esorcizzare il dolore. C’è chi si ubriaca e chi non ne parla fino a che non diventa un muro di lacrime alle spalle. E le lacrime diventano belle solide se non digerite. Siamo nel Regno Unito. Andy sta per diventare padre. Lui e la moglie hanno deciso il nome, guardano le ecografie come si guarda un film a lieto fine. Poi un giorno la bambina, Eli, ha smesso di muoversi. A quel punto Andy ha capito che oltre all’amore e al lutto dentro la famiglia, spiegare questa mutilazione sarebbe stato molto complicato.

Si mise a frequentare gruppi di supporto, ma non riusciva a parlare una lingua che lo confortasse del tutto, gli mancava qualcosa. Si era accorto che esistono molti gruppi che affrontano il lutto di un bambino mai nato, pochissimi però sono per i papà. Poi è anche complicato spiegare alle persone cosa significa questa privazione. Un giorno Andy seppe della creazione di una squadra di calcio composta da papà di bambini mai nati. Mandò una e-mail e si presentò agli allenamenti. Il fondatore era Johan Hargreaves.

Da quel momento tutto ciò che era complicato spiegare, divenne facile anche farlo capire tacendo. Negli spogliatoi ci si confronta e parlando di calcio si hanno scambi terapeutici, si divide il dolore ma anche la passione. La squadra gioca ogni quindici giorni ma mette altre iniziative nel frattempo. Cene, eventi, beneficenza.

C’è una difficoltà maggiore per un padre nell’espressione del dolore e gli psicologi cominciano a porre attenzione a questo modo di esorcizzarlo, fare squadra, esprimere il proprio disagio tra un parastinco e una scarpa da mettere, sta avendo effetti ben più rosei di quanto si pensasse, tanto da essere caso da studiare e perché no, diffondere. In Inghilterra le morti prenatali sono alla media di una ogni 225. Non sembrano tante, se si parlasse solo di numeri. Ma si parla di vite, speranze, sogni, per cui anche se fosse una sola ogni tanto, sarebbe già troppo.

Johan pian piano ha creato una squadra per chi ha subito questo lutto. Ogni volta che ne arriva uno nuovo, racconta la sua storia e dopo gli si chiede in che ruolo voglia giocare e fa già parte della squadra. Definisce il calcio “un cavallo di Troia per parlare di drammi personali più gravi”.

E cominciano anche a organizzarsi meglio, fanno incontri sempre più impegnativi contro altre squadre di Londra e sono diventati un veicolo per sensibilizzare sul tema.

Joshua che si è unito da poco, ricorda ancora che per una isometria, la sua bambina era condannata e il dottore gli chiese se voleva sentire per l’ultima volta il battito prima che fosse troppo tardi. “Se non giocheremo mai più a calcio, avrò sempre questo gruppo di amici a cui fare affidamento e con cui parlare”, dice. “È davvero speciale per me.”. Ora corre sulla fascia, anche in nome di Sky, cielo. Come aveva chiamato la sua bambina. E chissà, lassù ci sarà una tribuna d’onore dove ogni volta che questi papà giocano, ci saranno bimbi che si danno di gomito e dicono “ehi, guarda quanto è bravo mio papà!”.  

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