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“I calciatori non sono veri atleti. E al mondo del calcio interessa solo che producano spettacolo”

“I calciatori non sono veri atleti. E al mondo del calcio interessa solo che producano spettacolo”

E’ quanto sostiene Emanuele Marra, da sempre preparatore atletico nello staff di Vincenzo Montella che, interpellato sul futuro prossimo della Serie A, esprime il suo punto di vista sugli allenamenti che dovrebbero affrontare i giocatori nell’ottica di una stagione prolungata. E tanto altro.

L’astinenza da calcio giocato (e guardato) sembra non essere più sostenibile. I presidenti della Serie A lottano per poter ricominciare e potersi garantire le risorse finanziarie necessarie alla sopravvivenza del mondo del pallone. Come in altri settori della nostra società, le esigenze economiche contrastano con quelle di tutela della salute e chi governa si trova nella delicata posizione di trovare una sintesi accettabile tra queste istanze difficile da trovare. Nell’attesa della ripresa degli allenamenti collettivi, ad oggi ancora incerta nei tempi e nelle modalità, abbiamo voluto raccogliere le opinioni di Emanuele Marra, già preparatore atletico di Roma, Milan, Catania, Sampdoria e Fiorentina sotto la guida tecnica di Vincenzo Montella, in merito al lavoro fisico che le squadre dovranno affrontare per sostenere un’annata presumibilmente molto lunga. Ne è emersa una conversazione a tutto tondo sul calcio italiano piena di interessanti spunti di riflessione lontani da stereotipi e luoghi comuni.

Emanuele come stai vivendo questo periodo di lockdown?

Guarda, alla fine non così male. Ho la fortuna di avere un piccolo giardino condominiale nel quale recarmi per fare un po’ di lavori di potenziamento fisico che, normalmente, per mancanza di tempo sono costretto a trascurare. Così mi scarico un po’ mentalmente e prendo qualche boccata d’aria fresca.

Voi preparatori avete mai affrontato situazioni analoghe a questa generata dal Covid-19? Ci sono precedenti in tal senso?

No, direi proprio di no. Una situazione pandemica come questa in ambito sportivo non l’avevamo ancora sperimentata.

Si parla con insistenza della ripresa degli allenamenti, prima ancora che del campionato. Cosa pensi in merito?

Personalmente ritengo che si sarebbe potuto dare l’assenso a ricominciare anche alle categorie inferiori, non solo alla serie A. Ovviamente con tutte le garanzie di sicurezza da riconoscere legittimamente ai calciatori e con il loro benestare. Il problema che potrebbe emergere non è legato tanto all’attività dell’allenamento in sé quanto, piuttosto, alla condizione socio-ambientale che stiamo vivendo e che potrebbe mettere i giocatori in un situazione di rischio potenziale. Mi spiego: le informazioni continue che riceviamo sull’andamento della pandemia tolgono quella serenità mentale di fondo che consente al sistema immunitario di essere attivo e quindi più capace di respingere l’eventuale aggressione del virus. Il sistema immunitario dei calciatori è mediamente buono: lo dimostra il fatto che, di quelli che hanno contratto la malattia, in pochissimi sono dovuti ricorrere a cure particolarmente intense. Ecco, il fatto di riprendere ad allenarsi in una situazione di timore e incertezza, quando non di paura di ammalarsi vera e propria, potrebbe ridurre le loro difese immunitarie e costituire un fattore di rischio in più per la salute.     

Che tipo di difficoltà incontreranno i calciatori dopo questo periodo di riposo forzato?

So che molti giocatori, per mantenere l’allenamento, hanno utilizzato un campetto di futsal nel giardino di casa: non si tratterà, quindi, di difficoltà legate allo spazio, al movimento e alla condizione fisica quanto, piuttosto, dell’abitudine a certi tipi di lavoro con compagni e avversari, visto che il calcio è uno sport di squadra. Spazio e tempo della giocata e visione dell’ambiente circostante sono aspetti completamente differenti che hanno bisogno di un allenamento specifico. Su questo aspetto, al rientro, penso che i ragazzi avranno bisogno di riadattarsi alla coordinazione specifica dei movimenti richiesti in una partita di calcio. 

In che modo ha impattato in questo periodo l’aspetto psicologico sugli atleti?

Ovviamente questo dipende molto da individuo a individuo. Mi rifaccio a quanto ho detto in precedenza: più il problema della pandemia è stato vissuto con preoccupazione e più il giocatore rischia di essere condizionato negativamente dal punto di vista fisico e delle prestazioni. Non dimentichiamoci che corpo e mente non sono separati ma costituiscono un’entità sola.

Con tutte le incognite dettate dalle circostanze, quanto tempo credi che sarebbe necessario passasse tra la ripresa degli allenamenti e il nuovo inizio del campionato?

Il tempo ottimale per una preparazione si calcola intorno a un mese e mezzo, due. Ma la realtà è diversa: anche nello sviluppo delle stagioni normali, nessuna squadra si ritrova ad avere a disposizione tutto quel tempo. Per cui tre-quattro settimane sono un tempo minimo sufficiente per riassumere una condizione relativamente buona. E’ ovvio che, per i motivi accennati dianzi, nelle prime due partite le squadre non avranno il massimo dell’efficienza prestazionale.

Secondo te a quali rischi va incontro un calciatore nell’ipotesi di una stagione che potrebbe durare 12-13 mesi, praticamente senza soste e con più partite a settimana?

Prima di rispondere devo fare un preambolo importante: quello che sto per dire non vale per tutti i giocatori. Addirittura ci sono dei ragazzi che più avanzano con l’età e più si impegnano a migliorare continuamente. Fatta questa debita premessa, è sicuramente vero che una ipotetica stagione sviluppata sull’arco di 12-13 mesi può essere problematica. Il motivo, però, non risiede nei carichi di lavoro che essa comporta ma, più semplicemente, nel fatto che un calciatore non è un vero atleta. Se noi andiamo a vedere tutti gli altri sport (e non prendo in considerazione quelli individuali, dove, ad esempio, i ginnasti vanno in palestra tutti i giorni dell’anno anche per otto-nove ore al giorno) ci rendiamo conto che nel calcio ci si allena veramente poco. Le due ore o poco più che si fanno quotidianamente non sono sufficienti per dare la capacità all’organismo di essere pronto a svolgere un’attività del genere: consentono solo di gestire le capacità prestazionali. Nell’NBA i giocatori hanno un preparatore personale col quale lavorano 2-3 ore la mattina per svolgere lavoro specifico individuale. Poi, nel pomeriggio, effettuano l’allenamento con la squadra.

E allora perché non si aumentano le durate degli allenamenti?

Perché è il sistema calcio che vuole che la situazione rimanga così. Alla fine la cosa che realmente interessa è che si crei lo spettacolo, che viene garantito dalle qualità individuali che i giocatori possiedono in maniera innata. Ora, prova a metterti nei panni di un ragazzo giovane, che guadagna molto bene e fa un lavoro che è la sua passione: se nessuno ti stimola a migliorarti, perché lo dovresti fare? Su questo aspetto, purtroppo, c’è l’accondiscendenza di molta parte degli entourage che seguono i calciatori: loro non vogliono l’evoluzione dei ragazzi, preferiscono fargli credere che sono loro (i membri dell’entourage) ad essere determinanti nello sviluppo della carriera. Non è vero che in Italia non ci sono più i talenti: da noi manca questa fame di miglioramento che è anestetizzata da chi gestisce il mondo del calcio professionistico. Il giocatore, alla fine, è la vittima di questo sistema: è la gallina dalle uova d’oro al quale tutti ruotano intorno per interesse personale. Non si fa niente per far crescere i ragazzi: nel momento in cui c’è talento, chi gli sta attorno fa soltanto a gara per offrirgli tutto tranne che la possibilità di perfezionarsi. Se il giovane non ha alle spalle una famiglia che gli ha trasmesso valori di riferimento importanti, che gli consentono di capire che nel medio-lungo termine sarà proprio grazie al miglioramento costante che farà una carriera solida e guadagnerà cifre importanti, egli seguirà solo chi gli offrirà di più dal punto di vista economico nell’immediato. Non c’è una cultura del lavoro: io guadagno bene, mi alleno quello che mi è richiesto, l’ambiente mi dice che va benissimo così e il tempo libero lo utilizzo per uscire e fare quello che voglio. La sera, magari, vado spesso fuori oppure gioco alla Playstation e faccio tardi: ecco, su queste basi diventa difficile gestire con successo una stagione più lunga del normale. E, lo ripeto, i giocatori sono vittime perché vivono una realtà che gli fa percepire che tutto questo sia normale. E’ una vita più da showman che da sportivi veri che, nella loro routine, sono tali non solo negli allenamenti che svolgono ma anche per i tempi di riposo che fanno osservare al loro corpo e per il regime alimentare che seguono con attenzione.        

Come imposteresti il lavoro nel corso di una stagione che potrebbe essere così lunga e intensa? Quali principi di allenamento osserveresti maggiormente?

L’aspetto fondamentale da gestire sarebbe il recupero, perché la partita stessa, quando si gioca più volte a settimana, mantiene il corpo a un livello tale che non c’è alcun bisogno di incrementare l’allenamento. Lo stress psicofisico che comporta una stagione del genere deve essere attutito da un’adeguata gestione del riposo: questo è il fattore che può fare la differenza. Ovviamente bisogna allenarsi sempre alla massima intensità modulando i volumi, che nella fase finale della stagione potranno andare a calare.

Se dipendesse da te, cosa sceglieresti: ripartenza a tutti i costi o cancellazione della stagione?

Se vivessimo in una società diversa, avrei già ricominciato. Ma per come stanno le cose effettivamente, io deciderei di interrompere tutto e di riprendere solo nel momento in cui, recuperata la serenità, tutti saremo in grado di iniziare nuovamente a fare le cose con gioia.  

 


 

Fattore Kappa

Knowledge-Conoscenza (tempi e principi di gioco)
Ambition-Ambizione (professionalità e cultura del lavoro)
Positioning-Posizionamento (postura o orientamento del corpo e posizione)
Perception-Percezione (letture e anticipazione)
Aggressive-Aggressività (consapevolezza e coraggio).

EFFICIENZA e EFFICACIA (minimo sforzo per il massimo risultato…nei limiti del possibile).

Lavoro sul dettaglio del singolo come negli sport individuali (capacità Coordinative, Cognitive, Atletiche e Mentali; Posizionamenti, Percezioni, Letture e Scelte).

Calcio di Conoscenza. Calcio di Posizionamento. Calcio di Percezione. Individuale in Situazione. Uomo nella Zona. Uomo nel Reparto. Lavoro Funzionale, Situazionale ed Integrato.

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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