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Brian Lochore, l’uomo oltre la maglia: storia del “padre” degli All Blacks

Brian Lochore, l’uomo oltre la maglia: storia del “padre” degli All Blacks

C’è un detto nel rugby. Dice così: una squadra la riconosci da come arriva al campo. Dal momento in cui il primo giocatore lascia il pullman, al momento in cui l’ultimo scompare dietro la porta dello spogliatoio. Non c’è altro da sapere. Atterrati in Giappone agli scorsi Mondiali di Rugby e recatisi al campo l’indomani per il loro primo allenamento in vista dell’imminente mondiale, gli All Blacks sono scesi dal pullman attendendo disciplinatamente che il portabagagli spalancasse i suoi portelloni. Borse a tracolla, i campioni del mondo in carica vincitori delle due ultime rassegne iridate, hanno imbracciato: casse d’acqua, ceste di frutta, scudi di gomma e materiale tecnico, reti piene di palloni, valigette mediche e altri oggetti lì depositati. Quasi due ore dopo, ad allenamento ultimato, identica procedura: sacche, casse, scudi e borse. E in più uno spogliatoio riconsegnato così come lo avevano ricevuto, al netto di un po’ di spazzatura raccolta, differenziata e riposta in un angolo.

A vederli comportarsi così, Brian Lochore avrebbe di sicuro annuito soddisfatto.

L’uomo che visse e giocò ispirando una nazione intera ha passato per l’ultima volta il pallone una mattina di metà agosto lasciando il paese della Grande Nuvola Bianca orfano di un sostegno e di una guida che in più di cinquant’anni non gli erano mai mancati. Sul campo, in panchina, dietro una scrivania o dal ritiro della sua farm di Wairarapa, Brian Lochore è stato un gigante del rugby dalle cui spalle oggi possiamo ammirare uno sport che ha fatto del suo esempio un proprio tratto distintivo – di più -, un prerequisito fondamentale che inconsciamente le generazioni ovali di tutto il mondo continuano ad alimentare e a trasmettere.

Cosa fece e come ci riuscì non è semplice da spiegare. Ma vale la pena provarci.

Fino alla metà degli anni Sessanta, in Nuova Zelanda l’adagio wildiano del rugby “sport da delinquenti giocato da gentleman” era stato liberamente interpretato e accolto solo nella sua prima parte. Ruvido, duro, facilmente irascibile e con una congenita propensione all’aggressività, il rugbysta neozelandese era altra cosa rispetto al modello ideale descritto da Wilde. Sport fondato sulla prevaricazione fisica, il rugby neozelandese in quegli anni si premurava di impartire e aggiornare la sua lezione tenendosi ben lontano da qualsiasi ideale estetizzante. Le cronache dell’epoca, quando chiamate a raccontare la dinamica di alcuni raggruppamenti o lo spirito con cui i giocatori vi prendevano parte, parlavano di “incredibili entusiasmo ed eccitazione”, come squali all’inseguimento di una scia di sangue.

E’ in questo contesto di selezione naturale ancor prima che agonistica che crebbe e si formò Brian Lochore: il rugby nella squadra del college, il salto nella selezione provinciale, la convocazione negli All Blacks con cui esordì nel 1964. Un cursus honerem pressoché identico, oggi come allora. Nominato capitano nel 1966, guidò gli All Blacks alla striscia record di 17 vittorie consecutive, numeri esigui paragonati a quelli collezionati oggidì, ancor più esigui se si pensa ai 25 test match complessivi giocati da Lochore con la maglia dei tuttineri.

Non era il più forte, Lochore, né il più veloce, tantomeno il più grosso. Era però colui a cui tutti guardavano e che tutti ascoltavano una volta messo piede in campo, e se la frase può sembrare abusata, giova ricordare ancora quale fosse il dna di questo sport in quegli anni, e come giocatori quali Wilson Whineray, Colin Meads, Waka Nathan (solo per citarne alcuni) vi aderissero alla lettera giocando individualmente la loro partita il cui scopo risiedeva in null’altro che nella distruzione del proprio avversario diretto, confidenti che i loro compagni di squadra stessero facendo altrettanto e certi che la somma di queste battaglie individuali avrebbe fatto pendere l’esito del match dalla loro parte. Crudo, ma vero. Corsa, velocità, agilità e strategie vennero solo anni dopo. E con loro un più articolato e civilizzato senso di squadra.

In tempi feroci e di siccità comportamentale, Lochore per primo gettò quel seme che germogliò negli anni a venire esplodendo definitivamente quando fu poi chiamato a ricoprire diversi incarichi per la federazione nazionale: allenatore, selezionatore, osservatore, tecnico degli All Blacks (con cui vinse la prima edizione della Coppa del mondo, 1987), team manager, ambasciatore; Lochore riformò letteralmente la filosofia e la scala valoriale del rugby neozelandese costruendo un’impalcatura che da criterio di selezione è diventato negli anni tratto identitario e sinfonia nazionale, trasformando gli All Blacks in veri e propri ambasciatori della Nuova Zelanda nel mondo. A guidarlo, l’idea che da brave persone possano nascere bravi giocatori, che saper stare al mondo renda più semplice il saper far parte di una squadra, che esaltarsi nella lotta è più nobile del cedere alla ferinità, che solidarietà e dedizione e generosità possano informare la vita di una comunità, e conferirle senso, e far sì che anche gli altri possano sprigionare tutte le loro potenzialità se inseriti in questo tessuto, e trascinare, coinvolgere. E soprattutto: farti credere che le cose stiano proprio così. Non so quante righe ci ho messo, so che alle popolazioni polinesiane per condensare tutto questo basta una parola: mana.

Insignito nel 1999 dell’Ordine al Merito della Nuova Zelanda, i funerali di Brian Lochore sono stati un evento di portata nazionale. Onori e haka si sono moltiplicati, di lui la premier Jacynda Harden ha detto che è stato un bene che sia nato, una fortuna che abbia giocato a rugby e un orgoglio che sia stato un kahui. E poi aneddoti, tanti aneddoti, il più celebre dei quali assurto ormai a mito, che viralità è termine che poco gli si addice. Ritiratosi nel 1970 dopo una serie di test match persa contro il Sudafrica, l’anno successivo Brian Lochore fu richiamato in campo per giocare l’ultimo decisivo test contro i Lions britannici a causa di una serie di infortuni che avevano falcidiato gli All Blacks. Fuori condizione e ormai intento a tosar pecore e piantar staccionate nella sua farm, Lochore rispose alla chiamata, preparò la sua borsa e fece appena in tempo a lasciare appeso un biglietto sul frigo per comunicare a sua moglie Pam la decisione, prima di guidare alla volta della stazione e da lì prendere il treno per Wellington. Sul biglietto c’era scritto: “Gone to Wellington. Playing test. Call you later”. Gli All Blacks persero quella partita e per Lochore non ci fu nessun finale da favola. Poco importa, la storia si stava già facendo.

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